Mèn. Ma che ironie?!! Le tue vuoi dire. È una moglie divisa in due — a me in corpo, a te in effigie — non è un'ironia? E cosa credi, che Mènecle sia feroce come Teseo, da lasciar morir casto il povero Ippolito? Cosa credete (ad entrambi) che Mènecle sia così egoista, così disonesto, così imbecille da accettar la elemosina del vostro sagrificio? (Mènecle, stando in mezzo ai due giovani, ha proferito queste parole con impeto e voce brusca; i due giovani, sotto la sfuriata del vecchio, tengono mortificati la testa e gli occhi bassi; quando al finir delle sue parole s'attentano a levarli furtivamente verso di lui credendolo in collera, s'accorgono che Mènecle sorride del loro inganno, e li guarda affettuoso facendo lor cenno, delle due braccia, di appressarglisi) Voi altri siete così matti che lo avreste anche mantenuto... ma poi... poi, neh? (si volge ad Aglae affettuosamente canzonandola e rifacendole la voce) le forze mancavano... e ci voleva il sepolcro bianco... tutto bianco... (con rimprovero comicamente brusco) farmi far di queste spese!... Ohibò!... Tu... (sempre ad Aglae) in castigo della burla che m'hai fatto, — e tu in castigo (ad Elèo) del non avermi mai detto niente — quando si ama la moglie si avvisa il marito — vi mariterete... E così imparerete.

Agl., El. (gettandosi entrambi commossi al collo di Mènecle) Ah Mènecle, mai!

Mèn. (con voce grave, liberandosi dall'abbraccio dei due, piangenti di commozione) Preferireste vivere, aspettando senza volerlo, senza saperlo, la morte mia?... (ad Aglae) Oggi tu ed io andremo dall'arconte, a deporre la scritta del divorzio insieme: e ci verrai a fronte alta, perchè tu rimani nella mia famiglia... (movimento di Aglae e di Elèo) già, nella mia famiglia... tu sposi mio figlio adottivo...[213].

Agl., El. Ah!...

Mèn. (proseguendo, ad Elèo) ... se non ti rincresce passare dalla tua nella mia tribù,[214] verrai meco dai fràtori del borgo di Alopéce, e sarai iscritto nel registro della fràtria mia, come mio figlio, — erede con lei (accennando Aglae) delle mie fortune, partecipe delle cose sante e sacre[215]. Porterai in nome Làmaco: il nome di mio padre caduto da valoroso a Samo... e nella famiglia di Mènecle al nome non si mente...

El. (abbracciandolo commosso) Padre! padre mio!...

(Aglae piange col volto nelle mani. Elèo vorrebbe dir qualcosa. Mènecle indovina il suo pensiero e lo previene).

Mèn. Quanto al tuo partire... c'è tempo...

El. (sorpreso) Che?

Mèn. Pelopida... gli ho parlato io. Non ne vuol seco più di undici. (con inflessione grave e seria) Li ha scelti già... (gesto vivo di protesta di Elèo) Non temere! Verrà il tuo giorno...