Agl. Oh Mènecle, la tua generosità...

Mèn. No, no, adagio, a parlare di generosità. In questo mondo la si scambia con la imbecillità; ed io invece, andate là, che i miei conti li ho fatti bene. Povero vecchio abbisognante, per i miei tardi giorni, di un affetto che li consoli, dovrei amareggiarmelo col pensiero che il mio vivere impedisce la vostra felicità? E che questa idea vostro malgrado si inframmetterà tra me e voi, vi renderà a vostra insaputa l'affezione a Mènecle un peso? Scambierei questo affetto vostro, così sincero e così puro, col bel conforto di sapere che il dì quando la Parca (sorridendo ad Aglae) — la scellerata Parca! — mi farà quel tal servizio, un sospiro non confessato di sollievo sfuggirà dai petti delle due sole persone che mi voglion bene? E mentre è sì dolce il nome di padre, dovrei vivere tutti i dì fra il dolor di non esserlo... e la tema di divenirlo!... scambiar la paura di avere un figlio con la gioia tranquilla di lasciarne, partendo, qui... due?

El., Agl. (vivissimamente) Partendo?

Mèn. (ad Aglae con voce affettuosa) Non sei più sola... Che resto a far qui? Ricordi le tue parole? «Quando fu il dì del bisogno, ci vollero questi vecchioni per liberare la città e le sue donne!» Laggiù a Tebe ci è bisogno. (con inflessione mesta, solenne, ai due giovani che fan per trattenerlo e lo guardano attoniti, commossi) Ci vogliono questi!... Vivere liberando donne, morire liberando città!

(Quadro).

CALA LA TELA.

NOTE

[204]. Dopo che il tebano Pelopida ebbe persuasi i suoi compagni di esilio all'impresa di partirsi da Atene per muovere alla liberazione di Tebe «mandaron essi nascostamente a Tebe ad avvertire dei loro disegni gli amici ch'eran ivi rimasti: tra questi Carone ed Epaminonda..... Stabilitosi quindi il giorno dell'impresa, parve bene ai profughi che l'un d'essi, Ferenico, raccogliendo gli altri, facesse sosta in Triasio, e che pochi de' più giovani arditamente si arrischiassero di entrare in città: e se a questi incogliesse mai qualche sinistro dalla parte de' nemici, gli altri tutti aver cura dovessero de' figliuoli e de' padri loro. Il primo che si esibì ad andarci fu Pelopida, e poi Melone e Dàmocle e Teopompo, stretti fra loro co' vincoli d'amicizia e di fede, ed emuli sempre della gloria e del valore. Essendo dodici in tutto, dopo aver abbracciato quelli che restavano addietro, e mandato innanzi un messo a Carone, si incamminarono succintamente vestiti... ecc. ecc.» Plutarco, in Pelopida.

[205]. Cfr. nell'arringa di Lisia per la uccision di Eratostene, il racconto del marito Eufileto: «Tornato a casa, ordinai alla fantesca di seguirmi in piazza; e condottala ad uno de' miei famigliari, le dissi che sapevo tutto quel che succedeva in casa mia. A te, quindi, soggiungevo, sta lo sceglier fra i due: o passata per le verghe esser condannata a rigirar la mola, tra patimenti senza fine, o confessando la verità andar illesa, e aver da me il perdono de' tuoi delitti. E quella sulle prime negava fermamente e diceva facessi pure di lei quel che volevo; lei non saper nulla: ma quando nominai Eratostene, e dissi che costui era il frequentatore di mia moglie, allora si sbigottì, giudicando che io sapessi tutto. E cadendo alle mie ginocchia, e fattasi da me promettere che non le avrei fatto del male, confessò...» — Uccis. Erat., 18-20.

[206]. Cfr. Euripide, Ippolito, 645-650.