[207]. Cfr. Aristof. Rane, 130 seg. — Dalla torre alta del Ceràmico buttavano la face per dare il segnale della corsa delle lampade: di che nelle note all'Alcibiade.

[208]. Cfr. Lisia, Uccis. di Eratost., 21.

[209]. Plutarco, Vite dei X Oratori, in Antifonte.

[210]. Cfr. Alcifr., Lett. 1, 29. Glicera, di Menandro gelosa, scrive a Bacchide: «Conosco, o Bacchide, la reciproca amicizia che passa tra di noi due: ma d'altra parte, o carissima, temo non tanto di te, che ti so di costumi onesti, quanto di lui stesso: chè egli è donnajuolo al sommo. Ma tu mi taccierai di ombrosa... Deh, scusa, diletta amica, simili gelosie da amanti...».

[211]. Furono gli Ateniesi benevoli ai profughi Tebani, «ricompensar volendo i Tebani: perocchè questi principalmente contribuito aveano a ristabilirsi in Atene il governo popolare e avean decretato che se alcuno portando l'armi contro i tiranni passasse per la Beozia, nessuno di quelli che ivi abitavano mostrar dovesse di sentire o veder cosa alcuna». Plut., in Pelopida. Cfr. Senof. Elleniche, lib. II.

[212].

τῆς δέ γυναικὸς ὁ καιρός, κἂν τούτου μὴ ’πιλάβηται

οὐδείς ἐθέλει γῆμαι ταύτην, ὀττευομένη δὲ κάθηται.

Aristof., Lisistrata, 596-7.

[213]. Frequenti e legittime erano nel dritto attico le adozioni — permesse però solo a quelli che non avean figli propri (Iseo, Ered. d'Aristarco, 9) — a fine di preservare da estinzione il casato. «Dopo ciò (cioè dopo collocata in matrimonio ad altri la moglie) pensava Mènecle al come evitare la mancanza di figli e aver chi lo curasse nella vecchiaja, e morto gli rendesse le esequie e i sagrifici dovuti in avvenire. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui: ma essendo figlio unico, ritenea disdicevole privar di prole mascolina il fratello. E così essendo non vide altri più prossimi di noi... E in questo modo Mènecle mi ebbe figlio ed erede suo». Iseo, Ered. Mènecle, § 10-12. «Tutti quelli che son per morire si preoccupano di ciò, che le loro case non restino solitarie, ma vi sia chi renda ai loro Mani i sacrifici funebri, e le altre giuste cose: per il che se si trovino senza figli, procurandosene per adozione, ne lasciano. Nè già privatamente così stabiliscono, ma la stessa repubblica questo sanci: mandando all'arconte di aver cura che le case non restino solitarie». Iseo, Eredità di Apollodoro, § 30. Lo che voleva dire che se uno moriva senza figli nè proprî nè adottivi, e senza testamento, pensava l'arconte a istituirgli tra i prossimi congiunti, un figlio adottivo ed erede.