[13]. Per i criteri da me seguiti nel compilare il testo di questa formula, cfr. Aristof., Tesmof., v. 331-371; Vespe, v. 863 segg. Demost., C. Aristocr., 652-653; C. Timocr., 746-747; Corona, 319, 28. Andocide, Misteri, 13, 23.
[14]. V. la formula del giuramento annuo degli eliasti, in Demost., C. Timocr., 746: «Darò il voto conforme alle leggi e ai decreti del popolo ateniese e del Senato dei Cinquecento. Nè voterò per la tirannide nè per l'oligarchia. Nè se alcuno opprimerà la libertà del popolo o parlerà o voterà contro di essa, io lo consentirò, come non consentirò la remissione dei debiti privati nè la spartizione delle terre o delle case. Non richiamerò i fuorusciti o i condannati a morte; nè scaccierò i cittadini residenti in città, contro le disposizioni delle leggi, del popolo e del Senato. Non lo farò, nè consentirò lo faccia altri. Non nominerò a magistrato chi non abbia dato conto di altri uffici esercitati... Nè due volte nominerò pel medesimo magistrato il medesimo cittadino, nè consentirò ch'egli eserciti due ufficj nello stesso anno. Non accetterò doni per il giudizio nè permetterò che altri, me consapevole, ne accetti, nè consentirò artificj o frodi. Non ho meno di trent'anni di età. Ascolterò l'accusatore e il difensore con animo eguale e sentenzierò sulla questione. — Sarà giurato in nome di Giove, Nettuno e Cerere e imprecato la ruina a sè e alla casa sua in caso che siano violate le cose dette. Per contro a chi le osserverà, molte prosperità verranno». Quanta sapienza civile di popolo libero in poche linee! Questo giuramento era prestato al cominciar d'ogni anno, in luogo spazioso detto Ardetto, in riva all'Ilisso, dai cittadini che vi si radunavano per l'estrazione a sorte dei 6000 giudici dell'anno. Cfr. Schöm., Sort. jud.
[15]. ἐπαρᾶσθαι ἐξώλειαν ἑαυτᾧ και οἰκήᾳ τῇ ἑαυτου, Demost., C. Timocr., 746. ἐπιορκοῦντι δ’ἐξώλη αὐτὸν ειναι καὶ γένος. Andoc., Mist., κακῶς ἀπολέσθαι τοῦτον αὐτὸν κᾠκίαν, Aristof., Tesmof., v. 349.
[16]. Cfr. Aristof., Vespe, v. 891. Cominciato il giudizio, (la mattina per tempo), i giudici arrivati in ritardo restavano esclusi, e così perdevan la paga. Cfr. Vespe, v. 775: «E se anche t'alzerai da letto a mezzogiorno, nessun Tesmoteta ti farà più chiudere fuori dei cancelli».
[17]. Così era detta per celia la paga dei tre oboli, che i giudici pigliavano. κωλακρέτου γάλα πίνειν, Aristof., Vespe, V. 724.
[18]. Sulle formule di accuse, cfr. gli esempi varî in Demostene e negli altri oratori: e l'accusa contro Socrate in Platone, Apologia, e quella contro Alcibiade, Plut., Alcib. Cfr. Aristof., Vespe, 894.
[19]. Munichione, il 10º mese attico (dal 15 aprile al 15 maggio). Sul lunario ateniese, cfr. note all'Alcibiade.
[20]. Cfr. Eschine, C. Ctesif. Demost., Corona.
[21]. La pena ora era lasciata dalla legge al giudizio dell'Eliea (cfr. Demost. C. Mid. Plat. Apol. Soc.), ora iscritta nella legge stessa che contemplava il reato e nel testo dell'accusa proposta. Cfr. Demost., C. Timarc. Aristof., Vespe, 897.
[22]. ἔως δέ τοῦ ἀποτῖσαι εὶρχθήτω. Demost. C. Timarc., 3, 17.