[32]. L'ipocrisia di questi esordî era in voga tra gli oratori, allora come oggi: tanto più frequente e necessaria in città dove l'accusa publica, fatta diritto di ciascun cittadino, allettava gl'ignobili sicofanti a servirsene a lucri e a vendette personali. «Non per desio di litigi, in nome degli dei, introdussi o giudici questa causa contro Beoto». Demost., C. Beot. «Nessuno di voi, Ateniesi, si avvisi che per privata inimicizia io venga qua accusator di Aristocrate». Demost., C. Aristocr. «Non per ruggine nè voglia di litigar con Leocrate ho dato questa accusa contro lui, ma perchè reputavo vergogna lasciar libero nella piazza un tanto vitupero della patria». Licurgo, C. Leocr. Cfr. Lisia, C. Filone, ecc.

[33]. L'accusatore che ritirava una publica accusa da lui promossa, o che non otteneva nei processi il quinto dei suffragi pagava nelle cause civili un obolo per ogni dramma, ossia la multa del sesto della somma in litigio; nelle cause penali, come questa, era multato in 1000 dramme, più la perdita del diritto di accusare e di star in giudizio. (Demost., C. Teocrine; Corona). Nelle cause religiose era aggiunta anche l'infamia.

[34]. Cfr. Plat., Apol. di Socr.

[35]. Su queste invocazioni, cfr. Licurg., C. Leocr.; Demost., Corona; Aristof., Ecclesiaz., v. 171.

[36]. Il tempio di Cibele (Metròo), nell'agora presso il Senato, era anche l'archivio ove custodivansi le leggi scolpite in pietra e i decreti del popolo. «Ditemi, o cittadini, se un uomo entrato nel tempio della gran madre vi raschiasse una sola legge, non lo uccidereste voi?» Licurgo, C. Leocr. «La sua rinunzia si conserva fra le scritture pubbliche nel Metroo, dove sono affidate alla custodia di un cittadino. Ivi sta scritto il decreto col nome suo». Demost., Falsa legaz., 381.

[37]. «Bdelic. Ed io noterò semplicemente per memoria quanto egli dirà». Aristof., Vespe, 540, 559. Così i giudici come gli oratori eran forniti dell'occorrente per prender note. Cfr. Vespe, 529: «tosto qui alcuno mi porti il mio cofanetto» (κθστη, ch'era la cartella con l'occorrente per iscrivere, tavolette e stili, σανίδας καὶ γραφάς, Vespe, 848).

[38]. τριταγωνιστής, istrione da terze parti, una delle garbatezze più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano spesso a rovescio la parola atticismo e si imaginano che l'atticismo antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva essere il mio, quando io consigliavo la città?» (Corona, 297); e poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato cittadino, istrione da terze parti!» (Cor., 335); e poi: «Ciarliero, imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando paroloni a somiglianza d'un tragico» (Cor., 269); e avanti ancora: «Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?» (Cor., 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne birbante è costui...» (Cor., 300). E i complimenti non finiscono lì: sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino.

[39]. Superfluo avvertire che l'eloquenza dell'accusatore Beoto (per contrapposto a quella di Eudemonippo) è qui presentata come quella appunto d'un sicofante declamatore e tronfio, giusta la descrizione di Demostene (Cor., 269).

[40]. Giudici che interrompono l'oratore o interloquiscono nell'arringa — cfr. Demost., C. Stef., I, 1128; C. Macart., 1060; C. Spudia, 1033; C. Beot., 1022, 1024.

[41]. ἐπίλαβε τὸ ὕδωρ. Demost., C. Stef., I, 1103; C. Eubul., 1305, 7; e altrove. Iseo, Ered. di Mènecle, 221; di Pirro, 21, ecc. Cfr. nota 30.