[71]. Di oratori travisanti o mutilanti furbescamente il testo delle leggi che citavano, vedi esempio: «Non ti vergogni di accusarmi per invidia e scambiar leggi e smozzicarle, invece di allegarle intere a chi ha giurato di sentenziare secondo le leggi?» Demost., Corona, 268.
[72]. Libanio, Decl. X. cfr. Meursius, Them. Att., 52.
[73]. ἐὰν τις αὺτόν διαχρήσεται, τὴν χεῖρα, τὴν τοῦτο πράξασαν, χωρὶς τοῦ σώματος θάπτομεν. Eschine, C. Ctesif.
[74]. «Le cose operate sotto i 30 e le sentenze date, private o pubbliche, non siano valide». Demost., C. Timocr. Vedi nella stessa arringa anche il testo del decreto di Diocle.
[75]. Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino, nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto, nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi, lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro il demagogo Cleone, nelle Vespe. Ma allorquando la libertà ateniese cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. Cappellina, Pref. ad Aristof.; Schleg., Letter. dram.; Müller, Istit. lett. gr.; Meursius, Them. Att. II, 20; Petit, Leg. Att., 79.
[76]. «Vedo qualcuno sedente al tribunale e protendente il ramoscello dei sùpplici». Aristof., Pluto, 382. Tutto era buono agli accusati per cercar perorando d'impietosire i giudici: e se il ramoscello de' supplicanti non bastava, si faceano venir intorno i vecchi parenti, le mogli, i bambini, come vedi in Eschin., Apol. Tutta questa perorazione o digressione supplichevole di Eudemonippo appartiene appunto al genere di quelle di che gli oratori ne' giudizi popolari dell'Eliea facean maggior uso, ma che erano rigorosamente vietate davanti al tribunale dell'Areopago. Cfr. Meier, Att. Pr., 719.
[77]. Prescrisse Solone, che «la sposa rinchiusa collo sposo in una stanza, a mangiar abbia con lui una mela cotogna, e sia obbligato il marito della ereditaria di giacere con essa almeno tre volte il mese». Plut., Solone.
[78]. Il processo, non bisogna dimenticarlo, ha luogo intorno ai tempi di Demetrio Poliorcete nel breve intervallo di respiro lasciato alla democrazia ateniese, fra il cader delle sorti di questo principe e il ristabilirsi definitivo del giogo macedone. A quell'epoca fiorì Filippide, poeta comico della commedia nuova, acerbo flagellatore nelle sue commedie delle smaccate, vergognose adulazioni prodigate a Demetrio dal popolo ateniese, e in ispecie dai demagoghi cortigiani Stratocle e Dromoclide. Vedi i suoi versi riferiti in Plutarco, Vita di Demetrio, c. 12.
[79]. Plutarco, Vita di Demetrio, c. 26.
[80]. Ταῦτ ακαταλύει δῆμον, οὐ κωμωδία. Filippide, presso Plutarco, Vita Demetrio, 12.