Mèn. (passeggiando, e con voce secca) Sì.

Agl. (sempre chini gli occhi sul lavoro) Sei ben triste, Mènecle, stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto sogno...

Mèn. (passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando fra sè) Sarà...

Agl. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.

Mèn. (c. s.) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti miei...

Agl. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata, udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti abbisognasse qualcosa...

Mèn. (sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel parlare) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle vecchie non so che farne...

Agl. (sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi indifferente) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei alzata io... Forse quella lettera? (additando il rotolo che Mènecle ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde) Qualche affare urgente?

Mèn. (c. s.) Può darsi.

Agl. Del tuo dicastero?