El. (che ha seguìto con compiacenza mal repressa il discorso di Aglae, all'ultime parole si lascia sfuggire un piccolo movimento di malumore e dispetto) Grazie. Dirai a Mènecle tuo... (in atto di avviarsi).
Agl. Ma Mènecle sarà dolente, e mi sgriderà quando saprà che t'ho lasciato partire come un forestiero dalla casa ov'egli ti crebbe e ti amò come un figlio... Nè Giove Ctèsio,[100] nè gli altri Dei famigliari, custodi della casa di Mènecle, non han molto a lodarsi della memoria tua...
El. Aglae! che ne sai tu?... No, no, non temere, dillo pure a Mènecle tuo che il cuore di Elèo non dimentica... È ancora qui scritto il giorno che Mènecle m'abbracciò e mi disse: Elèo, tu non hai più padre; egli è morto da valoroso a Nemèa;[101] tuoi genitori da oggi avrai la patria e l'arconte...[102] io li rappresenterò...
Agl. Tristi cose richiami... Se non erro, quel giorno tu eri da mio padre... fu là, in casa nostra, che Mènecle ti venne a prendere e ti disse quelle parole... e tu piangevi... e qualcun altro del tuo dolore piangeva... Ma tu decisamente quest'oggi non sei cortese...
El. Aglae!...
Agl. (china sul suo lavoro, senza volgersi ad Elèo e senza guardarlo) Oh sì... se non erro... anch'io ero là... in quella triste sera...
El. (con accento dolce, affettuoso) E — non piangere, mi dicevi; papà assicura che coloro che cadono in battaglia non muoiono, ma vanno nelle isole dei beati. — Oh là certamente la sua ombra si sarà abbracciata con quella del padre tuo... Aglae, ma tu... (vedendo che Aglae ha dismesso il lavoro ed è rimasta col capo appoggiato fra le mani, pensierosa e triste).
Agl. Io... nulla. Quelle memorie...
El. Perdona...
Agl. Oh anzi... la mia anima trova in quelle memorie una dolcezza amara. Povero papà mio! Non credi che domani egli la udirà, come la udiva or sono cinque anni, la voce della sua piccola Aglae?