Mèn. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due giovani teste, le avvicinò (mentre sta dicendo questo con inflessione espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta)... e citò il verso di Omero che Giove vuol congiunti i simili coi simili; e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta. I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando... si rassegnò.

Mìrt. (indignata) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non punisci queste infamie commesse in tuo nome?

Mèn. (pacatissimo) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra..

Mìrt. Ma tu, tu, come hai votato?

Mèn. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle — mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio.

Agl. (con iscatto repentino, vibratissimo di voce) Bravo Mènecle!...

Cròb. (contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala) (Bravo Mènecle!)

Mèn. (udendo Aglae, con un sospiro) (Volevo dire!...)

Mìrt. (ad Aglae) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di quella povera moglie abbandonata...

Agl. Mi metto nei panni di quell'altra.