GIACOMO.
Se ti dico che so! L'arte è lunga, la vita è breve, e i genii pari tuoi amano scorciar la strada dell'arte e della fortuna: allora ci si fa accogliere in una famiglia di alto e ricco casato, dove ci sia una giovanetta che legga romanzi, studii le lingue e il pianoforte: le si scalda la testa con le romanticherie: un bel dì si scappa insieme, e si scrive dal nascondiglio ai genitori della rapita, obbligandoli garbatamente a scegliere tra il disonore della fanciulla e del nome, o il consenso al matrimonio per riparare allo scandalo. Poi si passa nascosti la luna di miele ad attendere che, placate le ire, dietro al consenso venga la dote alla sposa, e magari, anche, n'è vero? un congruo assegnamento allo sposo; perchè un genero dei duchi di Bajamonte, per quanto genero per forza, non è decoroso che campi di lavoro come un bipede qualunque... (passando bruscamente dall'ironico al serio) E di' un po', per l'onor dei Verneda di cui tu ed io portiamo il nome, mi fai adesso il famoso piacere di diventare almeno un pochino rosso di vergogna?...
RICCARDO.
Zio!...
GIACOMO.
(rinforzando, senza dargli tempo a parlare)
No, no, non basta. Non sei rosso abbastanza. Come questo peperone (piglia un peperone rosso dai piatti del dessert rimasti sul tavolo) come questo peperone, ti voglio! Così va bene.
RICCARDO.
Finora hai parlato sempre tu... ma sei ingiusto. Perchè nel mio amore per Lea non entrò mai pensiero sordido di interesse. Che colpa n'ho io se i suoi son ricchi e patrizi? Io non ci pensai, quando ci amammo. Niente di più schietto del nostro amore. Fu una fiamma improvvisa, sublime, che ci travolse entrambi, che unì le anime nostre, i nostri corpi, prima di unirci in faccia alla legge. Liberamente Lea si è data a me per tutta la vita; liberamente a questo amore ho legato il destino di tutta la mia...
GIACOMO.