IDA.
Siete ben sicura che lo sia?! In un'ora di capriccio avete legato alla vostra la vita di un giovane non ancora uomo: a quel capriccio sagrificaste la famiglia, egli a voi sagrificò studii e amor proprio e avvenire. La povertà che era il suo orgoglio, l'ingegno precoce ch'era la sua ricchezza lo invitavano alle vie dell'onore, alle lotte superbe dell'arte: per voi dimenticò sè stesso, quasi adattavasi a vivere della vostra fortuna...
LEA.
Signora!...
IDA.
Ebbene, il destino non permise di compir l'opera. E perchè quel capriccio non era la fiamma divina che sfida il tempo e gli uomini, bastò che gli uomini vi soffiassero sopra, perchè a Riccardo nel cuore non ne restasse più nulla. A me nel cuore di Riccardo... questo angiolo resta! (prende convulsa per mano Peppino entrato in quel mentre) È lui il mio diritto, è la madre che santifica le nozze, è la madre!... Voi, non madre, siete il sogno sterile, il nulla: io sono la famiglia, ossia il tutto!... Ma ditelo ancora che il diritto siete voi!... (dette queste parole con impeto, ribacia febbrilmente il suo piccino) Peppino mio!...
PEPPINO.
O mamma, perchè piangi? È quella signora cattiva che ti fa piangere...
IDA.
No, no, stai zitto, mio angiolo! Nessuno (guardando Lea) vuol far male alla mamma. E di questo (additandolo a Lea) che intendete di farne? Perchè il vostro diritto è lo stigma del bastardo per lui. Che male vi ha fatto questo essere? Chi avete da difendere contro di lui? Perchè è lui che difendo, non me. Siete piombata come il fulmine sulla mia vita — e sia pure. Avete per voi la legge, valetevene. Se dovrò uscire da questa casa, ne uscirò. Ma badate a mio figlio, badate a mio figlio!... perchè anche la leonessa protegge i suoi nati; così io proteggo il mio e non conosco un diritto più alto sulla terra, dopo quello di Dio!... (entra Riccardo)