RICCARDO.

(violentemente commosso)

Oh Lea! voi siete generosa e grande — ma io, io non potrò mai perdonarmi...

LEA.

Oh, non frasi, non frasi... Non è il momento. Voi vi perdonerete da voi stesso e questo ed altro. Siamo tutti indulgenti verso noi. Quanto al perdono mio, perchè dovrei negarvelo? Paghiamo entrambi l'errore di esserci scambiati giuramenti nell'età che i giuramenti non tengono. Ma dalla esistenza vostra dipendono altre. Io sono libera. Riparar l'errore tocca a me.

RICCARDO.

Così me lo dite? E niente... niente altro a dirmi avete?... Che sarà di voi?...

LEA.

Oh, non cerchiamo di intenerirci e lasciamo da banda, ve ne prego, i falsi scrupoli! Guardate: quando venni qui, ho creduto, ho sognato che il ritorno del passato fosse possibile; tanto avevo sofferto, aspettando di vederlo tornare!... Ora l'illusione è svanita. Perchè il mio amore era fatto tutto quanto di fede nel vostro: questa fede mi rendeva bello il soffrire, mi consolava le notti di sogni, mi faceva amare il mio dolore. La mia mente vi immaginava infelice, trascinante per il mondo, nel chiuso dell'anima, la religione di un'ora d'ebrezza, la fede cavalleresca a una memoria, a una imagine, a un nome. Invece... vi ritrovo felice ed amato, in un mondo di affetti del quale io non sono più. Che resta? Da un lato una vuota formula di cose morte, dall'altro il diritto di un essere che s'affaccia alla vita. È giusto che l'ombra ceda il posto al mattino. Addio.

RICCARDO.