No, voi non dovete, non potete così partirvene... se è vero che avete perdonato. Non cerco scuse... no... Nella lotta orrenda di questo giorno sento un castigo che meritai, ma mi sento migliore di quel che volle il destino. Mio figlio, quell'angiolo, dianzi nel pianto si lagnava di voi e ogni suo ingiusto lamento era una fitta per me. La vostra partenza in questa forma, mi aggiungerebbe rimorso a rimorso. Io non vedo nel cuor vostro le vostre intenzioni: ma vedo qui un sacrificio che mi fa paura. Dove contate di andare?...
LEA.
(cupa)
Non so.
RICCARDO.
Che contate di fare?
LEA.
Non so. Non vi date pena. Non pretenderete che il vincolo che non fu catena per voi, poichè io ve ne sciolgo, resti catena per me. Muterò nome... andrò lontano... (Lea parla come fra sè, con sorriso amaro, a voce lenta, rotta, che ha in fondo le lagrime) Sono giovane ancora...; alla mia età la vita deve avere ancora sorrisi e carezze — ne conobbi sì poche! anch'io ho diritto alla mia parte!... (come cessando il monologo, si volge vivamente a Riccardo) Guardatemi! Oh, non sono più la ragazza da collegio, il fantoccio roseo di un tempo. Sono donna e bella... se fossi stata così quando ci sposammo, oh non mi avreste così presto dimenticata! Se fossi stata così, non li avreste obliati i baci di Lea! come di ferro rovente vi avrebbero bruciato le carni... e un altro pegno ci avrebbe riuniti... e allora anch'io, anch'io avrei difeso i miei nati... nel mio nido!... nel mio nido!... (le ultime parole muojono in un singulto di pianto)
RICCARDO.
(violentemente commosso)