[59]. Vedi la lettera di Gregorio IX a Federico II (Rieti 23 ottobre) in Bréholles, IV, 918 e segg., e principalmente la lettera d'Innocenzo IV del 1246. J: C. in apostolica sede non solum pontificalem sed et regalem constituit monarchiam beato Petro ejusque successoribus terreni simul ac coelestis imperii commissis habenis.
[60]. Vedi la lettera di Federico 20 settembre 1236 e il celebre manifesto del febbraio 1246 in risposta alla scomunica d'Innocenzo IV.
[61]. De regimine princip., I. 14: In lege Christi reges debent sacerdotibus esse subjecti. Di questo opuscolo tutto il primo libro e i quattro primi capitoli del secondo appartengono all'Aquinate; il resto, secondo il De Rubeis, al discepolo Tolomeo di Lucca. (S. Thom. Opp., ed. Parma, XVI, 501). Sulle dottrine politiche di S. Tommaso vedi Bauman, Die Staatslehre des h. Thomas, Leipz. 1873, specialmente a p. 15, 75-81, 179. Lo Scaduto nel bel libro Stato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 34, mette una differenza tra la somma teologica e l'opuscolo. Nè si può negare che nel De Regimine è più nettamente formolata la superiorità della Chiesa sullo Stato: ma anche nella Summa al disopra della legge umana è messa la divina, e tanto nel De Regimine quanto nella Summa la Chiesa può sciogliere i sudditi dall'obbedienza verso un Principe, che s'allontani dalla fede.
[62]. Vedi principalmente la terza parte del De Monarchia, ove discute: an autorithas monarchae dependeat a Deo immediate vel ab alio Dei ministro seu vicario. Wegele, Dante Alighieri's Leben und Werke, 3ª ediz., pag. 312: er muss zugleich auch als einer der ersten ahnungsvoller Verkündiger des modernen Staats begriffen und anerkannt werden.
[63]. In questo senso accetterei la nota del Prof. Del Lungo sul ghibellinismo di Dante (Dino Compagni e la sua Cronaca, Firenze 1879, II, 605). Nessuno dubita che Dante avesse a disdegno i guelfi e i ghibellini dei suoi tempi, partiti più municipali che politici, e nutriti da discordie e rivalità di famiglia più che da contrasti di idee. E ben a proposito il Del Lungo ricorda la nota terzina del VI del Paradiso
L'uno al pubblico segno i gigli gialli
Oppone, e l'altro appropria quello a parte
Sì che forte a veder è chi più falli.
Ma col debito rispetto ad un così esperto conoscitore di quei tempi, io non posso capacitarmi che Dante si fosse fatto ghibellno per forza e non per intimo convincimento. Se ghibellino nel suo più alto significato è colui che abbracciava in fatto di sovranità opinioni del tutto opposte a quelle sostenute sempre dai Papi a cominciare da Gregorio VII sino a Bonifacio VIII e Giovanni XXII, nessuno può dirsi ghibellino meglio di Dante, il primo che seppe ridurre a teoria la politica imperiale. Un altro forse prima di lui Engelberto, abbate di Admont, scrisse un libro de ortu, progressu et fine romani imperii; ma nè Dante conosceva quest'opera, nè dessa può reggere al paragone della dantesca. Sarebbe adunque strano che il primo teorico dell'Imperialismo fosse non un ghibellino, ma un guelfo. Ammetto bene che i guelfi non volessero distruggere la potestà imperiale, ma neanche i ghibellini la potestà papale. La quistione non era di distruggere l'una o l'altra delle istituzioni, a cui tutti credevano; bensì o di sottomettere l'una all'altra, ovvero di rendere l'una dall'altra indipendente. Questo voluto guelfismo di Dante ha indotto il prof. Del Lungo nella credenza che il Veltro debba essere un Papa non un Imperatore (op. cit., p. 555), opinione vittoriosamente oppugnata dal Fornaciari (Studii su Dante, pag. 25).
[64]. Vedi la seconda parte del De Monarchia: An Romanus populus de jure monarchae officium sibi asciverit. Il Witte ha ben rilevata la continuità della tradizione classica.