[65]. Le ragioni addotte dal D'Ancona (Studii di critica e storia letteraria, pag. 72-83) mi pare mettano fuori di controversia che lo spirto gentil non possa essere Stefanuccio Colonna. E fra tutte le ipotesi la più probabile resta sempre quella che riferisce la canzone a Cola, interpetrando le parole: un che non ti vide ancor da presso nel senso: non ti vide tribuno.
[66]. Questa in fondo è la dimostrazione della prima parte del De Monarchia: An de bene esse mundi monarchia necessaria sit. L'imperatore è la miglior guarentìa della pace, della libertà e della giustizia, perchè egli è spoglio di passioni, è un essere sovrumano. Anche il Wegele pag. 348 riconosce la fallacia di questo ragionamento, sebbene non ne rilevi il carattere medievale.
[67]. È nota la disputa tra il Witte ed il Böhmer da una parte ed il Giuliani ed il Wegele dall'altra. A me pare molto più probabile la congettura del Wegele che il libro sia stato scritto dopo la consacrazione di Enrico VII, al quale vanno riferite le parole del libro II, cap. I: reges et principes in hoc uno concordantes ut adversentur Domino suo, et uncto (non unico) suo Romano principi. Ma benchè questo libro sia posteriore agli scritti francesi, che ricorderemo più sotto, pure ha una tinta medievale più spiccata. Il Brice (The holy Roman Empire, 6ª ed., pag. 264) avea già notato: With Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy and Dante's book is an epitaph instead of a prophecy; con non minore acume il Wegele (op. cit., pag. 334): unter diesen rückwärtsstrebenden Geistern nimmt Dante den ersten Platz ein, und er hat diese seine Stimmung so entschieden und sinnreich ausgesprochen, sie zu einem Sistem ausgebildet und poetisch verewigt, das sie stets ein grosses Interesse hervorgerufen hat, obwohl sie nichts war, als das kraftvolle tragische Verneinen des unabänderlichen Fortschrittes der Weltgeschichte.
[68]. In 2 Sent., qu. 17: Non est ponenda pluralitas sine necessitate.
[69]. Summa totius logicae, I, cap. XV: Nullum universale esse aliqua substantia extra animam existentem evidenter probari potest.
[70]. In Sent., prolog., qu. 1: Notitia intuitiva rei est talis notitia virtute cujus potest sciri utrum res sit vel non sit.
[71]. In 1 Sent., dist. 3, qu. 2: Nec divina essentia nec divina quidditas nec aliquid intrinsecum Deus, nec quid quod est realiter Deus potest hic cognosci a nobis .... nihil potest probari naturaliter cognosci in se nisi cognoscatur intuitive.
[72]. In 1 Sent., dist. 11, qu. 8. Non est quaerenda causa individuationis nisi forte extrinseca.
[73]. Il Kopp, il Theiner ed il Ficker aveano già pubblicata la bolla inviata da Bonifacio VIII all'elettore Duca di Sassonia perchè favorisse le pratiche avviate presso Alberto d'Austria per la retrocessione alla Curia romana dei diritti imperiali sulla Toscana. Gl'importanti documenti pubblicati dal signor Levi (Bonifazio VIII e le sue relazioni col Comune di Firenze, Roma 1882) mettono fuor di dubbio questo intendimento, e l'occulto fine del processo contro Lapo Saltarelli e della missione affidata a Carlo di Valois. Bonifazio VIII con certo minore accorgimento e prestigio tentava ciò che sarebbe parsa follia agl'Innocenzo III ed ai Gregorio IX! Questi fatti rendono molto improbabile l'ipotesi, che la repubblica fiorentina mandasse da ambasciatore al Papa l'Allighieri, se a quel tempo avesse egli già pubblicato un libro così ostile alle pretensioni papali come il De Monarchia. Nè parmi probabile che Dante lo scrivesse nel breve ed agitato tempo che corse tra l'ottobre del 1301, data dell'ambasceria, ed il gennaio 1302 data della prima condanna. Si potrebbe ammettere come mi suggerisce un dotto e caro amico, che il De Monarchia fosse stato scritto prima dell'ambasceria e pubblicato dopo. Ma quando? Prima della condanna? È possibile che Dante volesse rendere peggiori le sue sorti, quando pendevano ancora indecise? Sulla pubblicazione del Levi vedi una bella recensione di Augusto Franchetti nella Nuova Antologia del 1º gennaio 1883.
[74]. Goldast, Monarchia, I, 13. Il Riezler, Die literarischen Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers, pag. 145 e segg., l'attribuisce al Dubois; perchè la sveltezza di questo dialogo mal s'accorda colla gravità faticosa dei dialoghi autentici dell'Occam. Oltrechè le edizioni più antiche danno il dialogo per anonimo, e solo dall'edizione parigina del 1498 si cominciò ad attribuirlo all'Occam. Una fedele esposizione del dialogo si può leggere nel libro dello Scaduto: Stato e Chiesa, Firenze 1882, pag. 81 e segg.