[75]. Tractatus de Jurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus (Goldast, tom. II, p. 21). Cum enim secundum scripturas sacras atque rationem naturalem inter infideles [non fideles come è stampato dal Goldast] verum licitum et legitimum reperiatur conjugium et (prout etiam Romanorum Pontificum decretales testantur) infideles constitutionibus ecclesiasticis non arceantur, evidenti concluditur argumento, quod causa matrimonialis .... ad Imperatores legitimos .... pertinebat, p. 23. In specie autem de Sacramento matrimonii (quod etiam decretales Romanorum Pontificium dicunt apud fideles et infideles existere) dicitur, quod ad Imperatorem, in quantum solummodo Imperator, eo quod pluries Imperator extitit infidelis, causa matrimonialis .... spectat. Queste citazioni bastano a provare come l'Occam senta vivo il bisogno che il matrimonio diventi una istituzione dello stato indipendente dalle confessioni religiose. Intorno allo scritto sullo stesso argomento per Marsilio da Padova, la cui autenticità è da molti revocata in dubbio, vedi Riezler, op. cit., pag. 234.
[76]. Goldast, II, p. 877. Anche Bonifazio nella lettera all'elettore di Sassonia dice alludendo all'impero: quod fuerat ad medelam provisum, tetendit ad noxam.
[77]. Riezler, op. cit., pag. 203 e segg. Scaduto, op. cit., pag. 118. Riscontrate anche l'opera recente del Labanca, Marsilio da Padova, Padova 1882, pag. 135. Acconsento al Labanca che il mettere nel popolo la fonte della sovranità e non pure della temporale dell'Impero, ma della spirituale della Chiesa sia un concetto moderno; ma ciò non toglie che l'opera di Marsilio e pel fine che si propone, e pel metodo che tiene sa del medievale in confronto del Principe e dei Discorsi del Machiavelli, come ha ben detto il Villari, Niccolò Machiavelli, II, pag. 237.
[78]. Goldast, I, p. 17: regnum Franciae dignissima conditione Imperii portio est, pari divisione insignita, quicquid privilegii et dignitatis retinet Imperii nomen in parte una, hoc regnum Franciae in parte altera. Questo pensiero è comune agli scritti francesi del 1303 così nel trattato De potestate regia et papali di Giovanni da Parigi (Riezler, pag. 153; Scaduto, pag. 93), come nella Quaestio de potestate papae (Riezler, pag. 142; Scaduto, pag. 96). Anche Occam, Dialogus, in Goldast, II, 876, secundum diversitatem qualitatem et necessitatem temporum expedit regimina et dominia mortalium variari.
[79]. De sui ipsius et multorum ignorantia liber, ed. Basilea, pag. 1037, 1043.
[80]. Anche lo Zumbini, che rivendica contro il D'Ancona l'imperialismo del Petrarca, scrive egregiamente: «In mezzo a quelle lotte della Chiesa e dell'Impero, a quelle guerre crudeli, a quegli scandali d'ogni maniera, il più offeso di tutti e insieme il solo incolpevole era il popolo romano. Roma per il Petrarca era una grande vittima e intemerata, e lei bisognava soccorrere anzi tutto». Studi sul Petrarca, p. 254.
[81]. Fiorentino, Saggio sul Petrarca negli Scritti varii di letteratura, filosofia e critica. Bartoli, I primi due secoli della letteratura italiana, pag. 485 segg. In una serie di lettere che il Petrarca diresse a parecchi in occasione della guerra tra Genova e Venezia è messa in rilievo quest'opposizione tra barbari ed italiani. Lib. XI, ep. 8 indirizzata il 18 marzo 1351 al Doge Dandolo (Fracassetti, pag. 131): Ergone ab Italis ad Italos evertendos barbarorum regum poscuntur auxilia. Unde infelix opem speret Italia, si parum est quod certatim a filiis mater colenda discerpitur, nisi ad publicum parricidium alienigenae concitentur? pag. 132: Postquam alpes et maria, quibus nos moenibus natura vallaverat, et interjectas obseratasque divino munere claustrorum valvas, livoris avaritiae superbiaeque clavibus aperiendos duximus Cimbris, Hunnis etc. Lib. XIV, ep. 5 al Doge e Consiglio di Genova dopo la vittoria riportata dai Genovesi sui Veneziani (Fracassetti, pag. 295): Et de exterius quidem hostibus (cioè degli stranieri che pugnavano insieme ai Veneziani) non doleo. Quid enim laboribus italicis sua tela permiscent, venale genus ac faedifragum, quos in longinquam infelicemque militiam nummus impellit etc. Lib. XIV, ep. 6, indirizzata parimente ai Genovesi, quando nell'anno appresso alla vittoria sui Veneziani si volsero contro il re d'Aragona: Quod optabam video; ab ortu ad occasum victricia signa convertite. Hic precor incumbite, viri fortes, hoc agite hoc pium, hoc justum, hoc sanctum, hoc minime italicum bellum est. Lib. XVII, ep. 3, dopo la disfatta dei Genovesi (Fracassetti, pag. 432): ab initio et semper a bello italico dehortatus eram: deinde autem de externo hoste quaesitae victoriae plauseram. Lib. XVIII, ep. 16, allo stesso Dandolo dopo le vittorie veneziane del 1354 (Fracassetti, p. 506): Quousque enim miseri in jugulos patria et in publicam necem barbarica circumspiciemus auxilia? Quousque qui nos strangulent pretio conducemus .... nihil insanius quam quod tanta diligentia tantoque dispendio Italici homines Italiae conducimus vastatores, pag. 510: nec tibi persuadeas, pereunte Italia, Venetiam salvam fore.
[82]. D'Ancona, Il concetto dell'Unità politica nei poeti italiani negli Studi di Critica e Storia letteraria; Bologna 1880, p. 30-31. Bartoli, Appunti sulla politica del Petrarca nella Rivista Europea, 16 gennaio 1878.
[83]. Epist., Lib. XI, 8. A ragione il Bartoli scrive (op. cit. pag. 489): Come il Petrarca si riconnette da un lato coll'Allighieri, dall'altro sembra stendere la mano presaga al Machiavelli, il quale coi versi di lui chiuderà il suo ritratto del Principe.
[84]. Il D'Ancona (opera citata, pag. 34) ricorda la famosa lettera [De rebus familiaribus, III, 7] indirizzata a Dionisio di S. Sepolcro nel 1339: Certe ut nostrarum rerum praesens status est, in hac animorum tam implacata discordia, nulla prorsus apud nos dubitatio relinquitur monarchiam esse optimam relegendis reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum nostris morbis necessariam, sic te illud credere non dubito nullum me regem malle, quam hunc nostrum, cujus sub ditione vivimus. Si deve certo ammettere collo Zumbini (Saggio, pag. 84) che la speranza posta in Roberto non durasse lungo tempo, perchè ben presto il re napoletano si chiarì indegno dei suoi alti destini. Epperò il Petrarca si volge altrove, nè indirizza al suo regale amico alcuna esortatoria, nè sulla tomba di lui rimpiange le fallite speranze. Tutto questo è vero ed acutamente notato, ma ciò non toglie che in questa lettera il Petrarca parli sul serio, perchè Roberto, se gli fosse bastato l'animo, era certo l'unico monarca, a cui si porgevano le più favorevoli occasioni per fondare un grande stato.