Così Lucrezia, bambina ancora di 11 anni, vide una volontà a lei estranea disporre della sua mano e della felicità sua, e da quel momento non fu più padrona del suo destino. Tale, del resto, era la sorte di tutte le figliole di alta e anche di bassa condizione. Poco innanzi che il padre divenisse papa, sembrò proprio deciso ch'ella dovesse trascorrere la vita sua in Spagna. E facilmente sarebbe sparita dalla storia del Papato e d'Italia, se quelle nozze si fossero in effetto avverate. Ma ciò non accadde. Impedimenti, che non conosciamo, ovvero mutamenti nei disegni del padre valsero a fare sciogliere quella promessa di matrimonio con Don Cherubin. Sin dal momento che tale promessa, mercè procura, veniva legalmente stipulata, il padre pensava già per la figlia ad altro matrimonio. Il marito predestinatole era Don Gasparo, anche lui giovane spagnuolo, figlio del cavaliere Don Juan Francesco di Procida, conte d'Aversa. Questa famiglia doveva essere andata a Napoli con la casa Aragonese. Madre di Don Juan Francesco vien chiamata Donna Leonora di Procida e Castelleta, contessa d'Aversa. Il padre di Gasparo viveva in Aversa; ma quest'ultimo trovavasi il 1491 in Valenza, dove forse attese alla sua educazione presso i parenti, essendo egli ancora fanciullo sotto i 15 anni. In un istrumento del notaro Beneimbene, del 9 novembre 1492, è espressamente detto, che nel 30 aprile dell'anno antecedente 1491, con tutte le formalità e mercè regolare procura, era stata conclusa promessa di matrimonio tra Lucrezia e Gasparo, e che il cardinal Rodrigo si era obbligato a mandare a spese sue la figlia a Valenza, ove il matrimonio sarebbesi solennizzato innanzi alla Chiesa. Ma un'identica promessa col giovane Centelles era stata legalmente stipulata solo il 26 febbraio dello stesso anno 1491, e ratificata ancora nel giugno 1491. Epperò vi sarebbe luogo a dubitare della esattezza della data. Se non che non solo l'istrumento nel protocollo del Beneimbene, ma anche una copia dello stesso nell'Archivio dell'Ospedale di Roma alla Sancta Sanctorum porta la data dell'ultimo d'aprile 1491, come giorno in cui ebbero luogo i capitoli matrimoniali tra Lucrezia e Don Gasparo. In questo atto fu procuratore di lei non più Antonio Porcaro, ma Don Jofrè Borgia, barone di Villa Longa insieme col canonico Jacopo Serra di Valenza e col valenzano Vicario generale Matteo Cucia.[29] Onde è innegabile questo fatto strano, che Lucrezia al tempo stesso fu promessa sposa di due giovani spagnuoli.
Malgrado della mancata promessa verso il primo degli sposi, sembra che la famiglia dei Centelles sia rimasta in buoni termini coi Borgia. Più tardi di fatto, quando Rodrigo era papa, tra i camerieri a lui più intimi troviamo un Guglielmo de Centelles, e un Raimondo della stessa casa qual Protonotario e Tesoriere di Perugia.
VI.
Il 25 luglio 1492 accadde ciò che i Borgia da tempo e con tanto ardore avevano sospirato e atteso, la morte di Innocenzo VIII. Quattro cardinali erano allora, a preferenza di tutti, candidati al Papato, Raffaele Riario e Giuliano Della Rovere, i due potenti nepoti di Sisto IV; quindi Ascanio Sforza e Rodrigo Borgia.
Per la famiglia di quest'ultimo, sino a che la nuova elezione non fu decisa, trascorsero giorni di ansietà febbrile. Dei figliuoli di lui erano in Roma soltanto Lucrezia e Jofrè, ambedue in casa Madonna Adriana. Vannozza viveva nella propria col marito Canale, che da un pezzo copriva la carica di Scrittore della Penitenzeria. Essa aveva allora 50 anni, e null'altro le restava a desiderare in vita che di veder effettuato il supremo e più fervido voto dell'animo suo, di veder salire il padre dei suoi figliuoli sul trono papale. Santi del Cielo! Con quante preci e con quali promesse solenni non saranno stati assaliti, perchè esaudissero quel voto! E con quante e quali non gli avranno pur tempestati Madonna Adriana, Lucrezia e Giulia Farnese!
L'11 agosto, di buon mattino, anelanti messi potettero a quelle donne recare dal Vaticano la nuova, che Rodrigo Borgia era uscito vincitore dal difficile agone. A lui, maggiore offerente, il Papato era stato venduto. Nella elezione il cardinale Ascanio aveva dato il tratto alla bilancia; e in guiderdone ebbe la città di Nepi, il posto di Vicecancelliere e il palazzo Borgia. Ancora oggi questo porta il nome di Sforza Cesarini.
Quando, la mattina dopo l'avventuroso giorno, Alessandro VI dalla sala del Conclave fu portato giù in San Pietro per ricevervi i primi omaggi, lo sguardo suo, raggiante di gioia, dovette fra la stipata moltitudine cercar le persone a lui care. Dovettero invero queste esser forse le prime a venire per festeggiare sì gran trionfo. Da lungo tempo Roma non aveva più visto un nuovo Papa dalla figura così piena di maestà e bellezza. Il suo modo di vita era generalmente noto a tutti. Pure niuno in quel momento lo conosceva tanto intimamente quanto quella donna, Vannozza Catanei. Essa se ne stava certamente ginocchioni in San Pietro, mentre fra i sacri cantici della Messa le immagini di un peccaminoso passato le agitavan l'animo.
Non tutte le Potenze accolsero sospettose l'elezione del Borgia. In Milano Ludovico il Moro dispose pubbliche feste; credeva, mercè l'influenza del fratello Ascanio, diventare egli stesso un mezzo Papa. Molto s'aspettavano da Alessandro i Medici; meno gli Aragonesi di Napoli. Incollerita si mostrò Venezia. L'ambasciatore della Repubblica, già nell'agosto, dichiarava apertamente che la Santa Sede era stata venduta con simonìa e molte ribalderie, e che la Signoria di Venezia era convinta che Francia e Spagna negherebbero obbedienza al Papa, non prima fossero venute in sentore di tali empietà.[30]
Frattanto con omaggi infiniti Alessandro VI riceveva il riconoscimento di tutti gli Stati italiani. La festa della sua esaltazione, il 26 agosto, fu solennizzata con pompa straordinaria. L'arme dei Borgia, un bove che pascola, fu vista in sì varii emblemi e figure e con tanti epigrammi salutata, che un satirico avrebbe potuto dire, festeggiarsi in Roma il ritrovamento del divino Api. Più tardi il bove dei Borgia è stato bene spesso bersaglio alla più avvelenata satira; ma sugl'inizii del reggimento di Alessandro era molto ingenuamente il portatore simbolico della magnificenza papale. Simbolismo di tal fatta oggi muoverebbe al riso e al sarcasmo; ma il senso plastico degl'Italiani d'allora lo trovava naturale.
Allorchè Alessandro, nella processione solenne al Laterano, passò innanzi al palazzo dei suoi fanatici partigiani, i Porcari, un fanciullo della casa con molta espressione e passione declamò alcuni distici, la cui chiusa suonava così: