Vive diu bos, vive diu celebrande per annos.
Inter Pontificum gloria prima choros.[31]
Bisogna leggere le relazioni di Michele Ferno e di Jeronimo Porcio sulla festa dell'incoronazione e su' discorsi di obbedienza degli ambasciatori italiani per formarsi una idea sin dove giungesse allora l'adulazione. Certamente oggi noi possiamo con difficoltà immaginare quell'imponente spettacolo, in cui un Papa dalla natura largamente favorito si presentava sul teatro di Roma, in un tempo che il Papato vi toccava appunto la più superba altezza. È vero che a siffatto culmine lo aveva sospinto, non il bene della Chiesa, non la religione da lungo profanata, ma il lusso del tempo e la politica moderna. Nulladimeno dal Medio Evo in poi un certo fondo interiore tradizionale s'era pur sempre mantenuto, che costringeva i credenti alla venerazione.
Il Ferno in un luogo osservò, che tutta la storia della terra non offriva nulla da esser comparato con l'elevatezza del Papato e con questo culto reso ad una persona. E l'autore non era già un papista bigotto, ma sì un zelante discepolo di Pomponio Leto. Egli era però, come tutti quei romantici del classicismo, di una impressionabilità estrema per ogni effetto teatrale. E così non trova abbastanza parole per descrivere una processione di Alessandro a Santa Maria del Popolo: quella moltitudine di uomini riccamente adorni, che festosa si muove ed agita; e i 700 preti e cardinali coi loro famigliari; e quegli splendidi corteggi di cavalieri e grandi di Roma, e gli arcieri e cavalieri turchi; e quella guardia palatina dalle lunghe alabarde e dagli scudi rilucenti; e i dodici cavalli bianchi dagli aurei freni, condotti a mano, e le innumerevoli altre decorazioni della sfarzosa comparsa. Processione simile, pari a corteo trionfale, che oggi non potrebbe avere luogo che dopo lunga e molta preparazione, il Papa può improvvisarla ad ogni istante, perchè attori e guardaroba son sempre lì, bell'e pronti. Pel Papa è occasione di mostrarsi una volta ai Romani; sicchè Sua Santità si porge al popolo oggetto di divertimento e di festa.
Il Ferno poi dipinge il Borgia stesso come un vero semidio, sceso dal cielo. «Egli cavalca sopra cavallo bianco come neve con serena fronte, con dignità istantaneamente maestosa; così si presenta al popolo; così benedice tutti; così è la mira di tutti gli sguardi; così pure lo sguardo suo penetra per tutto; così tutto rallegra; così l'apparizione sua è per tutti segno di buon augurio. Quanto maraviglioso quel dolce abbandono della sua fisionomia; la schietta nobiltà del suo volto, e la liberalità del suo sguardo. Questo rigoglio e contegno di disinvolta bellezza e la fresca e piena sanità del corpo come non accrescono la venerazione ch'egli ispira!» Così e non altrimenti deve, a parere del Ferno, essersi mostrato un tempo Alessandro il Grande. Era un'idolatria, insomma, della quale si continuava a circondare il Papato, senza che mai alcuno prendesse la pena di domandarsi qual fosse l'intima e personale essenza dell'idolo fastoso.
Il giorno della incoronazione Alessandro nominò il figlio Cesare, giovanetto di 16 anni, vescovo di Valenza. Lo nominò, senza esser sicuro dell'assentimento di Ferdinando il Cattolico. E in realtà questo monarca resistette a lungo pria di concederlo, avvegnachè per tal guisa i Borgia facessero del primo Vescovado di Spagna un loro possedimento ereditario. Cesare intanto non era a Roma alla festa d'incoronazione del padre. Il 22 agosto, undici giorni dopo l'elezione di Alessandro, l'ambasciatore ferrarese Manfredi in Firenze informava la duchessa Eleonora d'Este «il figlio del Papa, vescovo di Pampelona, che era all'Università di Pisa, essersi il mattino avanti di colà partito per comando del padre e andato nella cittadella di Spoleto.»
Quivi trovavasi ancora Cesare il 5 ottobre, avendo in quel giorno da Spoleto mandato lettera a Piero de' Medici. Questo scritto al figlio di Lorenzo, fratello del cardinale Giovanni, è concepito in termini, che implicano confidenza molta tra lui e Cesare. Questi vi dice, che per la improvvisa partenza da Pisa non aveva più potuto abboccarsi con lui, ma che il precettore suo, Giovanni Vera, n'avrebbe fatto le parti. Raccomanda anche il suo fido famigliare Francesco Romolini pel posto di professore di Diritto canonico in Pisa, preferendo questo dotto uomo la carriera dell'insegnamento alla ecclesiastica. La lettera è firmata: «Come fratello Vostro Cesare de Borja, eletto di Valenza.»[32]
Se Alessandro non fece immediatamente venire il figliuolo a Roma, fu, senza dubbio, per confermare ciò che solennemente aveva dichiarato, di tenersi puro dal nepotismo. Probabilmente vi fu un momento, in cui la ricordanza dello spettacolo dato da Callisto, da Sisto e da Innocenzo lo indusse a riflettere e far proponimento di temperare l'amore suo pei congiunti. Nondimeno la nomina di suo figlio a vescovo il giorno stesso della incoronazione già mostrava che il proposito non era serio. Nell'ottobre Cesare era già in Vaticano, ove ora i Borgia si posero al posto dei miserabili Cibo.
Il primo settembre il Papa fece cardinale Giovanni Borgia, seniore, vescovo di Monreale. Era questi figliuolo di sua sorella Giovanna. Il Vaticano s'andava popolando di Spagnuoli, parenti o amici della casa ora onnipotente. Vi accorrevano avidi di fortuna e di onori. «Nemmeno dieci papati basterebbero a sbramare tutto questo parentado;» così, già nel novembre 1492, Giannandrea Boccaccio al duca di Ferrara. Fra i più prossimi amici di Alessandro, Giovanni Lopez fu suo Datario, Pietro Garanza e Giovanni Marades furono suoi camerieri secreti. Rodrigo Borgia, un pronipote del Papa, divenne capitano della guardia palatina, comandata prima di lui da un Doria.
Ben presto Alessandro pensò a provvedere in modo più splendido a sua figlia. Volle che non si parlasse più degli sponsali con un gentiluomo spagnuolo. Solo un principe poteva ottenerne la mano. Ludovico ed Ascanio gli proposero il loro parente, Giovanni Sforza; ed egli lo accettò per genero. Comunque colui non fosse che Conte di Cotognola e Vicario della Chiesa per Pesaro, pure nel suo dominio era indipendente e apparteneva alla illustre casa Sforza. E nei primi tempi Alessandro s'era legato con gli Sforza tanto strettamente, che il cardinale Ascanio era in Roma onnipotente. Giovanni Sforza, un bastardo di Costanzo di Pesaro, e successore di lui in quel dominio solo per grazia di Sisto IV e d'Innocenzo VIII, era uomo di 26 anni, di bello aspetto e largamente colto, come, a un dipresso, tutti i piccoli tiranni italiani. Nel 1489 erasi sposato con Maddalena, la bella sorella di Elisabetta Gonzaga, il giorno stesso in che quest'ultima si unì in matrimonio col duca Guidobaldo di Urbino. Ma dagli 8 d'agosto 1490, morta la moglie di cattivo parto, era rimasto vedovo.