Oramai nel suo palazzo Lucrezia faceva le pratiche da principessa esordiente. Ivi riceveva le visite de' numerosi parenti di casa sua, come degli amici e adulatori de' Borgia, ora dominanti. È notevole che nello stesso tempo, in che si trattava del matrimonio con lo Sforza, in opposizione ancora con le pretensioni di Don Gasparo, apparve in casa di lei anche colui che, dopo tempeste spaventevoli, doveva alla fine menarla a salvamento in tranquillo porto.
Tra i principi italiani, che allora mandarono ambasciatori o vennero di persona ad offrire omaggio al nuovo Papa, vi fu anche il principe ereditario di Ferrara. Nessuna casa d'Italia splendeva così chiara come quella di Ercole d'Este e di sua moglie Eleonora d'Aragona, figliuola di re Ferdinando di Napoli, morta poco dopo, l'11 ottobre 1493. Dei loro figliuoli Beatrice, nel dicembre 1490, erasi sposata con Ludovico il Moro, l'avveduto quanto spietato reggente dello Stato di Milano in luogo del nipote Giangaleazzo. L'altra figlia Isabella, una delle più avvenenti e più ragguardevoli donne del tempo suo, era nel febbraio 1490, di 16 anni, divenuta moglie del marchese Francesco Gonzaga di Mantova. Alfonso era principe erede: a 15 anni, il 12 febbraio 1491, erasi sposato con Anna Sforza, sorella del nominato Giangaleazzo.
Suo padre nel novembre 1492 lo mandò a Roma per raccomandare gli Stati suoi al Papa. Questi accolse con grande onoranza il giovane parente di casa Sforza, nella quale la propria figlia doveva entrare. Don Alfonso fu ospitato in Vaticano. Durante la sua dimora di parecchie settimane ebbe non solo occasione, ma si fece un dovere di visitare donna Lucrezia. Così, tutto pieno di curiosità, potè la prima volta vedere la bella fanciulla dagli aurei capelli, da' grandi occhi espressivi. E nulla fu più estraneo alla mente sua quanto il presentimento, che la promessa sposa dello Sforza sarebbe dopo nove anni entrata nel castello degli Este a Ferrara come sua propria moglie.
Con quanta speciale premura Alessandro trattasse il principe erede si ricava dalla lettera di ringraziamento speditagli dal padre di costui. Il duca scrivevagli:
«Santissimo Padre e Signore, Signor mio venerabilissimo. Bacio prima di tutto i piedi della Santità Vostra e umilmente me le raccomando. Quanto Vostra Santità fosse da esaltare con le lodi più sublimi, già da tempo sapevo; ma ora me lo dicono anche le lettere del vescovo di Modena, mio ambasciatore presso Vostra Santità, e del mio amato primogenito Alfonso non solo, ma di tutti coloro che lo accompagnarono. Essi m'informano della singolare benignità, liberalità, grazia, umanità ed ineffabile carità della Santità Vostra per tutti, ma soprattutto per me e pe' miei, all'arrivo del mio figliuolo e durante tutto il soggiorno di lui in Roma. Per questo, come già da lungo tempo lo era di tutto quanto potessi, mi dichiaro ora debitore della Beatitudine Vostra anche di più di quello che sia in poter mio. Mando pure a Vostra Santità grazie imperiture, e quanto la terra tutta può concepirne, qual servo devotissimo e prontissimo a qualunque cosa possa esserle utile ed accetta. E voglio e desidero con ogni possibile umiltà esserle raccomandato io e tutti i miei. Ferrara, 3 gennaio 1493. — Della Santità Vostra figlio e servitore Ercole, duca di Ferrara.»[39]
La lettera fa vedere con quanto studio il duca cercasse tenersi bene col Papa. Egli era feudatario della Chiesa di Roma per Ferrara; e la Chiesa tendeva a trasformarsi in monarchia. Principi e repubbliche italiani, prossimi alla sfera di dominio della Santa Sede o legati ad essa con vincoli feudali, guardavan naturalmente sospettosi e timorosi ogni nuovo papa, e l'attitudine che sotto l'influenza di lui il nepotismo andava assumendo. Quanto facile non era che Alessandro VI tornasse daccapo ai disegni di casa Borgia, ripigliandoli al punto, in cui la morte dello zio Callisto gli aveva interrotti, e seguisse le tracce di Sisto IV?
Erano scorsi 10 anni appena da che quest'ultimo Papa, collegato con Venezia, aveva fatto guerra contro Ferrara.
Ercole aveva mantenuto amichevoli relazioni con Alessandro VI, durante il cardinalato. Insino al battesimo di suo figlio Alfonso, Rodrigo Borgia era stato padrino. Per l'altro figlio Ippolito il duca ambiva la porpora cardinalizia. A tale scopo l'ambasciatore suo a Roma, Giannandrea Boccaccio, si dava gran moto. Questi si rivolse ai confidenti di Alessandro più ricchi d'influenza, ad Ascanio Sforza, al cameriere segreto Marades e a madonna Adriana. Il Papa inoltre voleva far cardinale suo figlio Cesare; e il Boccaccio sperava che il giovane Ippolito gli sarebbe stato compagno di fortuna. L'ambasciatore dava a intendere al Marades che i due giovani, de' quali l'uno arcivescovo di Valenza, l'altro di Gran, stavan tra loro in perfetta convenienza. «L'età di ambedue differisce di poco; io credo che Valenza non abbia oltrepassato i 16 anni, mentre il nostro Strigonia (Gran) vi s'accosta.» Il Marades rispose questo conto non tornar giusto del tutto, perchè Ippolito non aveva ancora 14 anni compiuti, mentre l'arcivescovo di Valenza trovavasi nel diciottesimo.[40]
Le tendenze del giovane Cesare erano altre che alle dignità ecclesiastiche. Solo per comando del padre portava l'abito sacerdotale a lui esoso. Ma tuttochè arcivescovo, non aveva ancora che la prima tonsura. E viveva del resto in modo affatto mondano. Si diceva pure che il re di Napoli volesse dargli in moglie una sua figliuola naturale, e che per questo sarebbe tornato allo stato di laico. L'ambasciatore di Ferrara fu a fargli visita il 17 marzo 1493 nella casa di lui in Trastevere, volendo forse significare il Borgo. La dipintura, che in tale occasione il Boccaccio fece al duca Ercole della natura di questo giovane di 17 anni, è veramente importante e notevole, ed è forse il primo ritratto di Cesare Borgia:
«L'altr'ieri trovai Cesare a casa in Trastevere; andava appunto a caccia in abito affatto mondano, cioè dire, vestito di seta e armato, solo con piccola cherca da semplice tonsurato. Insieme cavalcando c'intrattenemmo un pezzo. Io sono tra suoi conoscenti molto familiare con lui. Egli è persona d'ingegno grande ed eccellente e d'indole squisita; i modi son di figlio di un gran principe; particolarmente l'umore ha sereno e gaio, e tutto festa. Fornito di modestia grande, il suo contegno è di molto maggiore e preferibile effetto, che non quello del fratello, il duca di Gandia. Anche questi non manca di buone doti. L'arcivescovo non ebbe mai inclinazione alcuna pel sacerdozio. Ma il benefizio gli rende più di 16,000 ducati. Se il disegno di matrimonio si avvera, le sue prebende andranno a un altro de' fratelli, che ha 13 anni appena.»[41]