Tale la storia della famiglia Sforza di Pesaro, nella quale ora Lucrezia Borgia era entrata come moglie appunto di Giovanni.
Il dominio comprendeva allora la città di Pesaro ed un novero di piccole comunità, chiamate castelli o ville: cioè Sant'Angelo in Lizzola, Candelara, Montebaroccio, Tomba di Pesaro, Montelabbate, Gradara, Monte Santa Maria, Novilara, Fiorenzuola, Castel di Mezzo, Ginestreto, Gabicce, Monteciccardo e Monte Gaudio. Di più anche Fossombrone da' Malatesta era passato agli Sforza.
Il Principato, come s'è detto, apparteneva da tempo antichissimo alla Chiesa, dalla quale prima i Malatesta e poi gli Sforza ne erano stati come Vicarii investiti, a titolo feudale, contro l'annuo canone di 750 fiorini d'oro. La figlia quindi di un papa per un tiranno di Pesaro doveva essere la più conveniente delle mogli, che potesse augurarsi nelle condizioni d'allora, quando i papi sforzavansi a far scomparire dallo Stato della Chiesa quelle illegittime dominazioni. Se Lucrezia guardava l'estensione e l'importanza del suo piccolo regno, certo doveva a se stessa confessare, che rimaneva indietro rispetto alle altre donne residenti a Urbino, Ferrara e Mantova, o in Milano e Bologna. Pure, sotto il supremo dominio del Papa, del proprio padre, ella era sempre diventata principessa indipendente. E comecchè i possedimenti suoi non abbracciassero che poche miglia quadrate, eran pur sempre uno de' più preziosi giardini d'Italia.
Pesaro giace libera e piana in spaziosa valle. Una catena di verdeggianti colline le fa corona d'intorno, quasi a forma d'anfiteatro, che va a terminarsi nel mare. E su questo, all'estremità del semicerchio, due erti promontorii si spiccano, l'Accio e l'Ardizio. Il Foglia serpeggia attraverso la valle. La graziosa città siede sulla destra sponda, e con le sue torri, e le mura e il castello si stende sulla piaggia biancastra. A settentrione, verso Rimini, i monti si serrano al mare; a mezzogiorno invece la riva è più larga. E di quivi attraverso i tenui vapori marini veggonsi spuntare le torri di Fano. E più in là si mostra il Capo d'Ancona.
Quelle deliziose colline e quella valle ridente, e quel cilestre cielo che le copre, e il mare raggiante formano insieme un quadro, ove spira un soffio di amenità che rapisce. Gli è il più soave idillio sulla spiaggia adriatica. Le aure dalla terra e dal mare sembrano colà comporre una lirica melodia, che slarga il cuore e fa vibrare nell'anima immagini belle e felici. Pesaro è la culla del Rossini e di Terenzio Mamiani, dell'esimio poeta ed uomo di Stato, che oggi ancora sa consacrare le più nobili facoltà sue al risorgimento d'Italia.
Le passioni de' tiranni di questa città non furono così spaventevoli come di altri dinasti del loro tempo, forse anche perchè il bel paese era troppo piccolo per feroci ambiziose geste. Dico forse, perchè lo spirito umano non sempre si forma secondo le influenze della natura. Uno de' più empii scellerati fu Gismondo Malatesta nella mite e bella città di Rimini. Gli Sforza però, quando si paragonino co' loro cugini di Milano, sembrano signori buoni e felici. Una serie di nobili dame fu ornamento della loro piccola corte. Ed ora Lucrezia doveva sentirsi chiamata a modellarsi su quelle.
Poichè fu entrata a Pesaro, se in età così giovane l'anima sua non era per anco resa incapace di una felicità modesta, dovette la prima volta provare l'inebbriante sentimento della libertà. Colà Roma severa col sinistro Vaticano, con i suoi delitti e le sue passioni, potette apparirle quasi carcere, dal quale erasi sottratta. Certamente, tutto quello che in Pesaro la circondava, era piccino in confronto della grandezza di ogni cosa a Roma. Pure colà non era più soggetta all'influenza immediata e al volere del padre e del fratello, da' quali oramai la dividevano l'Appennino e una distanza per quel tempo grande.
La città di Pesaro, che oggi conta più di 10,000 abitanti e col suo territorio n'ha quasi 20,000, allora ne conteneva forse la metà. Aveva strade e piazze regolari, con architettura essenzialmente gotica, però già interrotta da edifizii in stile della Rinascenza. Alcuni chiostri e chiese, che ancora oggi serbano le antiche facciate, come San Domenico, San Francesco, Sant'Agostino e San Giovanni, davano alla città aspetto degno e onorevole, tuttochè non straordinariamente bello.
I più grandi edifizii monumentali di Pesaro erano quelli dei tiranni regnanti; il castello sul mare, e il palazzo sulla piazza della città. Quello fu costrutto da Costanzo Sforza nel 1474, e poi interamente rifatto dal figlio Giovanni. Ancora oggi se ne vede il nome su una lapide di marmo alla porta d'ingresso. Con quattro torri rotonde e tozze, e bastioni, in rasa pianura, circondato da una fossa, esso è posto all'angolo delle mura della città verso il mare; e solo la prossimità di questo poteva dargli certa saldezza. Malgrado di ciò, ha apparenza di sì poco rilievo, che v'è da maravigliarsi come, anche in quel tempo, per imperfettissima che fosse ancora l'artiglieria, potesse esser tenuto atto a resistere.
Il palazzo degli Sforza sta ancora sulla leggiadra piazza della città, della quale occupa un lato. Costruzione a due grandi cortili, di bell'aspetto, ma non maestoso. I Rovere, successori degli Sforza, l'abbellirono nel secolo XVI. N'edificarono pure la sontuosa facciata che posa su portico a sei archi rotondi. Le armi degli Sforza nel palazzo sono sparite. Sulle facciate e sotto le vôlte sono invece frequenti le iscrizioni Guidobaldus II Dux, e l'arme de' Rovere. V'era già al tempo di Lucrezia la magnifica sala per le feste, il più bel fregio del palazzo; grande e vasta da farla degna del più potente de' monarchi. Ma la mancanza di decorazione alle pareti, o di porte guernite di marmi finissimi, quali si ammirano nel Castello di Urbino, mostra anch'essa le modeste condizioni della dinastia di Pesaro. La ricca vôlta della sala in legno dorato e dipinto risale al tempo del duca Guidobaldo.