Ogni memoria del tempo, in cui quel palazzo fu abitato da Lucrezia Borgia, è morta. Non vivono che i ricordi di un tempo posteriore; della vita della corte de' Rovere, ove il Bembo, il Castiglione e il Tasso furono più volte ospiti. La corte ufficiale, che Lucrezia aveva seco menata, non bastava a popolare quegli ampii spazii. Anche la madre, madonna Adriana e Giulia Farnese non si trattennero con lei che breve tempo. Essa maritò in Pesaro una giovane spagnuola del suo seguito, donna Lucrezia Lopez, nipote del Datario, e poscia cardinale Giovanni Lopez, con Gianfrancesco Ardizio, il medico e il confidente di Giovanni Sforza.

Nel palazzo non trovò altri parenti del marito che il più giovane fratello Galeazzo. Questa dinastia non fu feconda, e già tendeva all'estinguimento. Anche Camilla d'Aragona, la madrigna di Giovanni, non era della compagnia di lei, avendo sin dal 1489 abbandonato Pesaro per sempre, ed essendosi ritirata in un castello presso Parma.

L'estate, l'attraente paese potette procacciare alla giovane principessa qualche svago. Potè visitare la vicina corte di Urbino, ove vivevano Guidobaldo di Montefeltro e la moglie Elisabetta nel superbo castello, del quale l'intelligente Federico aveva fatto un centro di coltura. Viveva allora in Urbino Raffaello, fanciullo di 11 anni, discepolo assiduo e zelante nello studio del padre suo Sanzio.

Lucrezia andò nella state in una delle belle ville sulle colline de' pressi. Soggiorno preferito dal marito era Gradara, castello in luogo elevato sulla strada di Rimini, che ancora oggi con le sue mura rosse e con le sue torri si mantiene intatto. Ma il più magnifico dei castelli era la Villa Imperiale. Rimane a mezz'ora da Pesaro; sul Monte Accio; e si gode di là una estesa vista sul mare e sul continente. Sontuoso palazzo d'estate per gran signori e per gente felice, nata ai più eletti comodi e ai godimenti più belli. Questa villa deve aver somigliato a un giardino di Armida. Alessandro Sforza l'edificò il 1464; l'imperatore Federico III, tornando dal suo viaggio in Roma per l'incoronazione, ne pose la prima pietra; indi il nome di Villa Imperiale. Più tardi fu compiuta da Eleonora Gonzaga, moglie di Francesco Maria Della Rovere, erede di Urbino e successore di Giovanni Sforza nel dominio di Pesaro. Artisti celebri l'ornarono di pitture allegoriche e storiche; il Bembo e Bernardo Tasso la cantarono in versi; e Torquato vi lesse alla corte dei Rovere la sua favola boschereccia, l'Aminta. Oggi è anch'essa in uno stato di deplorevole rovina.

Pesaro, del resto, non poteva offrire grande divertimento ad una giovane signora abituata alla rumorosa vita di Roma. La piccola città non aveva nobili d'importanza. Le case dei Brizi, degli Ondedei, dei Giontini, Magistri, Lana, Ardizii ed altri con le loro maniere e costumanze patriarcali non potevano per Lucrezia supplire alle relazioni tanto cospicue e importanti con i grandi di Roma. Del movimento umanistico della coltura italiana qualche soffio era pur penetrato in Pesaro. Colà, come nelle città limitrofe sull'Adriatico e sin nell'Umbria, era in fiore quella leggiadra arte industriale, la dipintura delle maioliche, che, portata alla sua perfezione, degnamente successe all'arte vasaria della Magna Grecia e dell'Etruria. Aveva già preso largo incremento al tempo degli Sforza. Una delle più antiche maioliche nel Museo Correr a Venezia, rappresentante Salomone in adorazione innanzi a un idolo, porta la data del 1482. E sin dal secolo XIV era quell'arte coltivata anche in Pesaro, e v'aveva preso poderoso slancio sotto il reggimento di Camilla d'Aragona. Ancora oggi nella Casa Comunale si conservano alcuni avanzi della ricchezza delle antiche fabbriche cittadine.

Anche per altre vie si muoveva colà la vita dello spirito, che v'era stata suscitata dagli Sforza o dalle donne loro, gareggiando con Urbino e Rimini. In quest'ultima città Gismondo Malatesta raccoglieva intorno a sè poeti ed eruditi, ai quali dava stipendii in vita, e, morti, faceva erigere sarcofaghi sul muro esterno del Duomo. Specialmente Camilla ebbe molto a cuore il culto delle scienze. Nel 1489 chiamò a Pesaro un greco, Giorgio Diplovatazio di Corfù, uomo di merito, parente di Laskari e Vatazes, che, fuggito da' Turchi, era venuto in Italia. E in quel tempo stesso già vivevano nella ospitale Pesaro altri esuli Greci delle stirpi degli Angeli, de' Komneni e de' Paleologhi. Il Diplovatazio aveva studiato a Padova; a Pesaro Giovanni Sforza lo fece nel 1492 Avvocato del fisco. Dopo d'allora e sino alla morte, nell'anno 1541, sfolgorò colà come giurisperito.[54]

Lucrezia adunque trovò in Pesaro quest'uomo illustre. Con lui e con altri Greci avrebbe potuto continuare i suoi studii, ove la maturità degli anni o la natia inclinazione ve l'avesse spinta. Una biblioteca, raccolta dagli Sforza, gliene offriva i mezzi. Mancava colà un altro uomo allora non meno celebre, Pandolfo Collenuccio, poeta, retore e filologo, divenuto conosciutissimo per la sua storia di Napoli. Aveva servito la casa Sforza come segretario e diplomatico; e alla sua eloquenza il marito della Lucrezia doveva, se a lui, bastardo di Costanzo, fu concessa l'investitura di Pesaro da Sisto IV e da Innocenzo VIII. Ma il Collenuccio cadde poscia in disgrazia; Giovanni Sforza nel 1488 prima lo mise in prigione, e poi lo esiliò. Andò a Ferrara a prestare i suoi servizii a quella corte. Accompagnò il cardinale Ippolito a Roma; e vi si trovava nel 1494, proprio al tempo, in cui Lucrezia andò a prender possesso di Pesaro. Probabilmente in Roma ella ebbe occasione di conoscerlo.[55]

Ai tempi di Lucrezia non era neanche in Pesaro il giovane poeta Guido Postumo Silvestro, allora sempre a Padova agli studii. Ben dovette forse a Lucrezia rincrescere di non aver potuto accogliere alla sua corte questo poeta pieno di spirito quanto irrequieto. La sua grazia affascinante gli avrebbe probabilmente ispirato altri versi, diversi da quelli ch'ei più tardi indirizzò ai Borgia.

La sposa dello Sforza fu accolta in Pesaro con amore; e ben presto v'ebbe amici molti. Era in sul primo schiudersi della florida giovanezza sua. Niuno di quegli eventi, che più tardi la resero oggetto di diffidenza o di pietà, ne turbava ancora l'esistenza. Se nel suo matrimonio con lo Sforza godette mai realmente la felicità della vita, furono, certo, i giorni passati in Pesaro quelli che poterono farla vivere come invidiabile regina di un idillio pastorale. Ma tale non era la sorte a lei destinata. L'ombra sinistra del Vaticano si spandeva sin sulla Villa Imperiale del Monte Accio. Un dispaccio del padre poteva ogni giorno richiamarla a Roma. Forse anche cominciò ella stessa a trovare il soggiorno di Pesaro troppo monotono e vuoto, soprattutto per questo, che di frequente il marito era costretto ad allontanarsi dalla corte di lei per i doveri di condottiero presso l'esercito del Papa e de' Veneziani.

Gli avvenimenti, che in quel mentre avevan messo l'Italia a soqquadro, ridussero Lucrezia di nuovo a Roma, dopo un anno di pace goduto in Pesaro.