XI.
Su' primi di settembre 1494 Carlo VIII entrava in Piemonte; e d'un tratto le condizioni d'Italia mutavan tutte. Il Papa, il suo alleato Alfonso e Piero de' Medici, in breve tempo, si videro quasi inetti a difendersi. Già a' 17 novembre faceva quel re ingresso a Firenze. Alessandro avrebbe voluto mettergli contro le truppe sue e le napolitane a Viterbo, ove trovavasi come Legato il cardinal Farnese. Ma i Francesi, senza ostacolo, penetrarono e si sparsero nel Patrimonio. E insino l'amante del Papa, la sorella Girolama, e madonna Adriana, quelle donne ch'erano il cuore e gli occhi di Alessandro, caddero in mano di una colonna francese.
L'agente mantovano Brognolo ne informava il suo signore con dispaccio del 29 novembre 1494: «È occorso un caso, ch'è oltraggio grande pel Papa. L'altr'ieri madonna Adriana e madonna Giulia con la sua sorella uscivano dal loro castello di Capodimonte per recarsi a Viterbo presso il loro fratello, il cardinale. A qualche miglio di colà s'imbatterono in una schiera di cavalleria francese, e furon prese e menate a Montefiascone insieme con tutto il seguito loro, 25 a 30 persone a cavallo.»
Il capitano francese, che fece sì preziosa presa, fu monsignor d'Allegre, forse quell'Ivo, che più tardi entrò al servizio di Cesare. «Allorchè seppe chi fosse quella bella dama, le impose per riscatto la somma di 3000 ducati; e informò per lettera il re Carlo della persona che aveva fatta prigioniera; ma colui non volle vederla. Madonna Giulia scrisse quindi a Roma, che la era trattata benissimo, e le si mandasse la somma pel riscatto.»[56]
La nuova dell'accaduto gettò Alessandro nella massima costernazione. Immediatamente mandò un cameriere a Marino, ov'era allora al quartier generale de' Colonna il cardinale Ascanio, il quale, da lui vivamente pregato, era tornato il 2 novembre e messosi a negoziare col re Carlo. Col cardinale si dolse dell'affronto arrecatogli, e impetrava che s'impegnasse per la liberazione de' prigionieri. Scrisse puranco a Galeazzo di Sanseverino, che accompagnava il re a Siena. E, compiacente verso codesti signori, Carlo VIII ordinò che quelle donne fossero mandate libere. Sotto la scorta di 400 Francesi furono condotte sino alle porte di Roma, e ivi ricevute, il primo dicembre, da Giovanni Marades, cameriere del Papa.[57]
Il romantico avvenimento fece parlar di sè per tutta Italia. Fu un rallegrarsi dello scandalo, di cui il Papa era stato vittima, e un ridere alle spalle sue. Una lettera del Trotti, ambasciatore ferrarese presso la corte di Milano al duca Ercole, ci mostra come Ludovico il Moro, l'usurpatore del trono di suo nipote, fatto da lui avvelenare, giudicasse il Papa in tal circostanza: «Egli biasimava fortemente monsignor Ascanio e il cardinal Sanseverino per la restituzione di madonna Giulia, di madonna Adriana e di Girolama a Sua Santità, perchè, essendo tali donne il cuore e gli occhi del Papa, sarebbero state il miglior flagello per costringere costui a tutto quello che si desiderava; mentre Sua Santità non sapeva vivere senza di esse. I Francesi, che le presero, non avevano avuto per riscatto che 3000 ducati; invece, solo per riaverle, il Papa ne avrebbe pagati più di 50,000. Secondo notizie arrivate al nominato signor duca da Roma e anche da Firenze da Angelo, che era colà, quando le donne entrarono, Sua Santità andò loro incontro, in giubba nera, con liste di broccato in oro, con una bella ciarpa alla spagnuola e col pugnale e la spada. Portava stivali spagnuoli e berretto di velluto molto galante. Il duca, ridendo, mi domandò cosa ne pensassi; e io, senza indugiare, gli risposi, che se fossi, come lui, duca di Milano, vorrei tentare, mercè il re di Francia o per qualunque altra via, sotto pretesto di accordo, di aggirare e vincere in astuzia Sua Santità, e con belle parole, il che egli stesso ha fatto, prender lui e i cardinali prigionieri; cosa del resto agevole di molto! Chi ha in mano il servo — almeno così suona da noi il proverbio — tiene anche il carro co' bovi insieme; e mi ricordai bensì di quel verso di Catullo: tu quoque fac simile, simile ars deluditur arte.»[58]
Ludovico, il degno contemporaneo de' Borgia, amicissimo una volta di Alessandro VI, ora l'odiava, dopo che questi erasi alienato da lui e da Francia. Soprattutto l'imprigionamento traditoresco del fratello Ascanio era valso ad irritarlo oltre ogni misura. Lo stesso ambasciatore scriveva ad Ercole il 28 dicembre: «Il duca Ludovico mi disse parergli d'ora in ora vedere arrivare messer Bartolomeo de Calcho con una staffetta per informarlo che il Papa fosse stato preso, e tagliatagli la testa.»[59] Libero il lettore di ritenere o no, che per questo odio appunto Ludovico si permettesse rispetto al Papa un linguaggio così maledico, o anche di esagerare nel suo dialogo col Trotti, ovvero di affermare in pubblico Consiglio di Stato, il Papa essersi fatto venire per suo uso tre donne: l'una, monaca di Valenza; l'altra, una castigliana; la terza, una fanciulla di Venezia, bella come un'immagine, tra i 15 e 16 anni. «Qui in Milano — così il Trotti — si pronunziano in pubblico tali ingiurie contro questo Papa, quali forse in Ferrara non si ammetterebbe contro il Torta.»[60]
Come Carlo VIII vittorioso, senza riportar vittorie, si spingesse sino a Roma e a Napoli, è raccontato in altre storie. La sua spedizione conquistatrice attraverso l'Italia è forse la più umiliante delle invasioni che quel paese abbia avuto a subire. Ma essa insegna, che, quando Stati e popoli son divenuti maturi per la decadenza, basta anche la forza di un fanciullo di fiacca mente per mandarli in perdizione. Il Papa seppe giuocare d'astuzia col monarca di Francia e superarlo. Questi, anzi che farlo deporre mercè un Concilio, lo riconobbe qual Vicario di Cristo e concluse con lui un trattato.
Egli irruppe quindi nel Napoletano. E dopo breve tempo il paese venne in poter suo. Ma poichè l'Italia riprese coraggio e gli si strinse in lega alle spalle, Carlo VIII fu costretto a tornare indietro. Alessandro lo schivò, andandosene prima ad Orvieto, poi a Perugia. Quivi fece venire Giovanni Sforza, che v'andò con la moglie il 16 giugno 1495; e, restatovi quattro giorni, se ne tornò poi di nuovo a Pesaro.[61] Il re di Francia si aprì felicemente sul Taro un varco attraverso l'esercito della Lega; e così con onore si sottrasse alla morte o alla prigionia.
Tornato a Roma, Alessandro VI si trovò tanto più raffermato sulla Santa Sede, intorno alla quale raccolse i suoi ambiziosi bastardi. E questi Borgia si levarono con tanta maggiore audacia, in quanto, scosso per l'invasione tutto l'ordine di cose esistenti in Italia, riusciva assai più facile dar seguito ai propositi loro.