Lucrezia restò ancora un po' di tempo a Pesaro col marito, che per la Lega era stato preso al soldo dai Veneziani. Pure nè alla battaglia sul Taro, nè all'assedio di Novara Giovanni Sforza erasi lasciato vedere. Conclusa poi nell'ottobre 1495 la pace tra Carlo VIII e il duca di Milano, mercè la quale cessava la guerra nell'Alta Italia, lo Sforza potette ricondurre la moglie a Roma. Marin Sanudo c'informa della presenza di lei nella città sul finire dell'ottobre, e il Burkard di quella per la festa di Natale.

In servizio della Lega lo Sforza comandava 300 fantaccini e 100 uomini d'arme. Con questo corpo doveva nella primavera dell'anno seguente muovere per Napoli, ove l'esercito alleato sosteneva vigorosamente il giovane re Ferrante II in guerra coi Francesi, ch'erano sotto gli ordini del Montpensier. Colà s'indirizzava benanche il capitano generale di Venezia, il marchese di Mantova. Questi entrò in Roma il 26 marzo 1496. Il 15 aprile vi giunse anche lo Sforza con i suoi mercenarii, e ne partì il 28 aprile, lasciandovi la moglie. Il 4 maggio arrivò a Fondi.[62]

I due figli di Alessandro, Don Juan e Don Jofrè, continuavano allora a rimaner lontani. L'uno, il duca di Gandia, fu preso similmente al soldo da Venezia. Era atteso dalla Spagna per porsi alla testa di 400 uomini, che il suo luogotenente Alovisio Bacheto raccoglieva per lui. L'altro, Don Jofrè, come s'è visto, era ito nel 1494 a Napoli, ove erasi sposato con donna Sancia e stato nominato principe di Squillace. Come membro della casa Aragonese, corse anch'egli i pericoli della declinante dinastia; e ciò doveva spingere il Papa ad impedire di questa l'estrema e totale rovina. Accompagnò il re Ferrante nella fuga, e seguì anche le insegne di lui, allorchè, dopo la ritirata di Carlo VIII, quegli per gli aiuti di Spagna, di Venezia e del Papa, tornava di nuovo a impadronirsi del reame e rientrava in Napoli nell'estate 1495.

Don Jofrè con la moglie non vennero a Roma che l'anno appresso. Entrambi fecero il loro ingresso solenne il 20 maggio 1496 con pompa veramente regale. Ambasciatori, cardinali, magistrati della città, molti baroni andarono loro incontro avanti a Porta Lateranense. V'andò anche Lucrezia accompagnata dalla sua corte officiale. Con tutto questo seguito la giovane coppia fu condotta al Vaticano. Il Papa ricevette il figlio e la nuora sul trono, circondato da undici cardinali. Fece sedere a terra, sopra cuscini, Lucrezia alla sua destra e Sancia alla sinistra. Era il tempo pasquale. Alle solenni funzioni si vedevano le due principesse e le loro dame di corte sfacciatamente sedute sugli stalli de' canonici; e per tal modo, come il Burkard nota, erano pel popolo motivo di pubblico scandalo.

Tre mesi più tardi, il 10 agosto 1496, anche il maggior figlio di Alessandro, Don Juan, duca di Gandia, entrò con grandissima solennità in Roma, per fermarvisi, avendo il padre deciso far di lui un gran principe.[63] Non è mai detto ch'egli abbia condotto seco la moglie donna Maria.

Così per la prima volta Alessandro VI vedeva intorno a sè tutti i suoi figli. Nel Borgo Vaticano non v'erano allora meno di tre corti di nepoti. Juan aveva stanza nel Vaticano; Lucrezia nel palazzo Santa Maria in Portico; Jofrè nella casa del cardinale d'Aleria presso Castel Sant'Angelo; e Cesare nel Borgo stesso.

Tutti codesti individui eran venuti su dal nulla, avidi d'onori, di potenza e di godimenti; giovani tutti e belli, e pressochè anche tutti gente di vita rotta, ma graziosamente eloquenti e rivestiti, pari alla gioventù depravata dell'antica Roma, delle forme più amabili e più leggiadre della socievolezza. Solo, in verità, un angusto modo di giudicare, che non vede in quegli uomini se non le crudezze, può indursi a raffigurare i Borgia qual branco di bestie per natura feroci. Essi erano, nè più nè meno, come parecchi principi e signori del tempo loro. Spietati e scellerati adoperavan veleno e pugnale; spazzavano via tutto quanto si parasse contro la passione loro; e ridevano, quando l'azione diabolica era consumata. Ciò che pone i Borgia particolarmente in rilievo fra la schiera de' privilegiati malfattori di quel tempo, è il fondamento della Chiesa e del Cristianesimo, sul quale s'appoggiano. Di qui appariscono come la caricatura infernale del concetto del santo; e Alessandro stesso è stato designato come anticristo.

Se potessimo penetrare ne' misteri della vita, che quei dissoluti bastardi traevano intorno al Vaticano, ove il padre loro nella coscienza della sicurezza e potenza sua era oramai despota assoluto, scopriremmo senza dubbio cose da sbalordire. Era davvero spettacolo non mai visto quello che si svolgeva in quel sacro recinto di San Pietro. Due donne giovani e belle vi tenevano splendida corte, e ogni dì si vedevano aggirarsi colà nugoli di dame e cavalieri spagnuoli e italiani; e la gente elegante di Roma e nobili e monsignori affollarsi e pigiarsi per fare omaggio a quelle donne. Delle due, Lucrezia aveva appena 16 anni, Sancia poco più di 17.

È facile immaginare quanti intrighi amorosi in quei palazzi fossero allora orditi, e che ridda infernale vi menassero gelosia e ambizione. Niuno in vero crederà che quelle principesse piene di giovanili ardori e di vanità vivessero, all'ombra di San Pietro, come monache o sante. Invece i loro palazzi risuonavan sempre di canti e di suoni, di banchetti e festini. Si vedevano quelle donne andar con cavalcate sontuose per Roma, ed entrare in Vaticano. Si vedeva il Papa sempre in contatto con loro, sia che andasse di persona a visitarle e prender parte alle loro feste, sia che le ricevesse, talvolta in privato, tal'altra in forma solenne, come principesse della casa sua. Alessandro per se stesso, per quanto affogato nella sensualità, non amava l'orgia sregolata. L'ambasciatore ferrarese, il Boccaccio, scriveva di lui nel 1495 al suo signore: «Il Papa non si ciba che di una vivanda sola, abbenchè questa debba essere abbondante. È quindi una pena desinar con lui. Ascanio ed altri, specialmente il cardinal Monreale, che solevano essere commensali di Sua Santità, e così anche Valenza, non andando loro a genio tanta parsimonia, hanno rinunziato a quella compagnia e la schivano quando e come è possibile.»[64]

La vita del Vaticano doveva porger motivo a ciarle moltissime, e in Roma la sete di scandalo era da tempo antichissimo più che ardente. Già nell'ottobre 1496 si raccontava a Venezia, il duca di Gandia aver seco condotto una spagnuola pel padre, con la quale questi viveva; e si parlava di un empio fatto, che par quasi incredibile, ma che vien narrato dall'ambasciatore veneziano e da altri.[65]