Ben presto donna Sancia fece discorrer molto di sè. Era bella e leggiera; si sentiva figlia di re. Dalla più corrotta delle corti era passata in Roma demoralizzata, qual moglie di un fanciullo immaturo. Dicevasi, che i suoi cognati il Gandia e Cesare disputavansi il possesso di lei, e che lo acquistarono alternativamente; e che giovani baroni e giovani cardinali, come Ippolito d'Este, potevano vantarsi de' suoi favori.

Ebbe ben donde il Savonarola se prese di mira anche questa corte di nepoti, allorchè dal pulpito di San Marco di Firenze con accesa indignazione tuonava contro la Sodoma di Roma.

Quando anche la voce del gran predicatore, la cui fama risuonava allora per tutta Italia, non fosse giunta sino a lei, pure Lucrezia, per propria esperienza, poteva già sapere che abominevole mondo fosse quello, nel quale viveva. A sè d'intorno vedeva vizii mostrarsi nudi e impudenti o tutt'al più coperti di certa dignitosa vernice; cupidigia di onori e di danaro, che non rifuggiva da qualunque delitto; una religione fatta più pagana dello stesso Paganesimo; un culto ecclesiastico, nel quale preti, cardinali, il fratello Cesare, il padre, tutti quei santi personaggi, la cui maniera di vivere era a lei nota perfettamente e nel più intimo fondo suo, avevano a compiere con pompa e decoro i misteri della Divinità. Tutto ciò vedeva Lucrezia. Sbagliano però quei che credono, ch'essa o altri a lei simili, lo vedessero e giudicassero così come facciamo noi oggi o forse fecero alcuni pochi, animati allora da sentimento più puro. Imperocchè in ogni tempo l'educazione e l'abitudine attutiscono nella comune degli uomini il senso necessario al riconoscimento del vero. S'aggiunga per di più, che in quel tempo i concetti della religione, della decenza e della moralità non erano gli stessi che oggi prevalgono.

Quando nella Rinascenza lo spirito ebbe compiuto la sua prima separazione dal Medio Evo e dall'ascetismo della Chiesa, le passioni ruppero ogni freno e si scatenarono oltre ogni limite. Tutto ciò che era stato tenuto santo fu deriso. I liberi spiriti italiani crearono una letteratura, il cui crudo cinismo non ha uguale. Dall'Ermafrodito del Beccadelli a venire giù giù sino al Berni e a Pietro Aretino, la letteratura in novelle, epigrammi e commedie divenne una immensa palude, alla cui vista il serio Dante si sarebbe ritratto pieno di terrore, come innanzi ad una bolgia infernale.

Anche nelle novelle meno lascive, delle quali il Piccolomini cominciò la serie con l'Eurialo, e nelle commedie meno oscene, motivo dominante sono pur sempre l'adulterio e la derisione del matrimonio. La cortigiana fu la musa della bella letteratura della Rinascenza. Prese sfacciatamente posto allato alla santa della Chiesa a contenderle la palma della gloria. Una raccolta manoscritta di poesie del tempo di Alessandro VI contiene una lunga serie di epigrammi, i quali esaltano prima la Vergine Maria e molte sante, e poi con la stessa intonazione, senza pausa nè osservazione di sorta, magnificano le cortigiane del tempo. E all'epigramma su Santa Paula si vede immediatamente tener dietro quello sulla meretrice Nichine, una delle celebri cortigiane di Siena; e così via, tutta una serie. Le sante del Cielo e le sacerdotesse di Venere vengono senza altro mescolate insieme, come donne famose.[66]

Non una donna, che si rispetta, assisterebbe oggi ad una di quelle commedie della Rinascenza. E sovente furono papi e principi che le fecero mettere in scena in onore di gentildonne; e la censura di ogni paese non le farebbe rappresentare sopra qualunque teatro, si componesse pure il pubblico di uomini soltanto.

Quella certa franca maniera, che le donne del Mezzogiorno usano in cose, che nel Settentrione si vogliono coperte d'un velo, spesso ancora oggi fa maraviglia. Pure ciò che nella Rinascenza era ammesso, per gusto o per costume, è incredibile davvero. Certamente non è da dimenticare che quella oscena letteratura non era allora diffusa come la romantica odierna. Di più la stessa abitudine meridionale per la nuda naturalezza s'invertiva per la donna in mezzo di difesa. Molto rimaneva alcunchè di puramente estrinseco ed era come tale considerato, e non esercitava quindi efficacia alcuna sulla fantasia. E in mezzo poi a sì dissoluta socievolezza cittadina non mancavano donne di natura eletta, che sapevano serbarsi pure.

Quanto alla moralità de' grandi, soprattutto delle corti di quel tempo, bisogna leggere le storie de' Visconti e degli Sforza, de' Malatesta di Rimini, de' Baglioni di Perugia e de' Borgia di Roma per formarsene un'idea. Non eran certo più depravate delle corti del tempo di Luigi XIV e XV e di Augusto di Sassonia; ma più abominevoli per gli orribili delitti di sangue. Il valore della vita umana era sceso bassissimo; e d'altra parte l'egoismo criminoso era apertamente fregiato del predicato di grandezza d'animo — magnanimitas, — senza guardare più che tanto alle vittime dell'ambizione e dell'ingordigia. L'egoismo e il servirsi freddamente di ogni relazione e di ogni uomo in niun luogo furono così di regola come nella patria del Machiavelli. E gl'italiani, volendo esser sinceri, dovrebbero dimandarsi, se anche oggi simili difetti non vengano di tratto in tratto alla superficie della vita loro. Liberi dai pedanteschi pregiudizii de' Tedeschi e dalla venerazione per le classi, le condizioni e la nobiltà di nascita, che a partire dal Medio Evo è divenuta per questi ultimi abitudine, gl'Italiani in quella vece hanno immediatamente accettata qualunque potenza della personalità, fosse pur bastarda e illegittima quanto si voglia. Ma di qui appunto l'essere stati così facilmente schiavi del successo. Il Machiavelli afferma, che la colpa del decadimento morale d'Italia fu della Chiesa e de' preti. Se non che e preti e Chiesa non furon forse prodotti dell'Italia? Egli avrebbe dovuto dire, che alcuni elementi vitali, che presso i Germani diventano interiori, presso gl'Italiani invece rimangono esteriori. Fra gl'Italiani non poteva nascere Lutero. Ove ancora alcuno ne dubiti, si domandi chi e che cosa vi sia nata dopo l'ultimo Concilio dell'anno 1870.

Se i modi nostri di vedere su Alessandro VI e su Cesare sono essenzialmente dominati dalla morale, non la pensava così il Guicciardini, e per lo meno il Machiavelli. Essi giudicavano non l'uomo morale, ma il politico; non i suoi motivi, ma l'azione sua. L'enormezza non incuteva orrore, pur di apparire come il fatto di un volere audace. E il delitto non recava infamia, ove, come un'opera d'arte, riuscisse ad esigere ammirazione. L'orribile condotta di Ferdinando di Napoli nella congiura de' Baroni del regno suo rese il despota non abominevole, ma grande. E l'astuzia, con la quale più tardi Cesare Borgia seppe trarre nella rete a Sinigaglia i suoi condottieri infedeli, il Machiavelli la descrisse come un capolavoro, mentre il vescovo Paolo Giovio la chiamava il bellissimo inganno. In quel mondo dell'egoismo, ove non era un tribunale della pubblica opinione, l'uomo poteva esistere e conservarsi, solo cercando di predominare con la violenza e di soperchiare altrui in iscaltrimento. Se nulla fece mai e fa ai Francesi più paura del ridicolo, per l'Italiano niun predicato fu ed è più esoso di quello di semplicione.

In un luogo de' suoi Discorsi (I, 27) con una sincerità, che mette i brividi, il Machiavelli rivela gl'intimi pensieri dell'animo suo. E ciò ch'ei dice illumina di luce sinistra tutta la morale di un'epoca. Racconta che Giulio II ebbe il coraggio d'entrare in Perugia, abbenchè Giampaolo Baglione, che intimidito da lui gli aveva resa la città, vi tenesse raccolta molta milizia. Ed osserva in proposito: «Fu notato dagli uomini prudenti, che col Papa erano la temerità del Papa e la viltà di Giovanpagolo; nè potevan stimare donde si venisse, che quello non avesse con sua perpetua fama oppresso ad un tratto il nimico suo, e sè arricchito di preda, sendo con il Papa tutti li cardinali con tutte le loro delizie. Nè si poteva credere che si fosse astenuto o per bontà o per coscienza che lo ritenesse; perchè in un petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcuno pietoso rispetto; ma si conchiuse, che gli uomini non sanno essere onorevolmente tristi o perfettamente buoni, e come una tristizia ha in sè grandezza o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Così Giovanpagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendo giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sè lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro ai prelati quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro, ed avesse fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo che da quella potesse dipendere.»