Qual maraviglia se con morale così ridotta ai concetti del guadagno, della gloria e della magnificenza, quale il Machiavelli l'ha esposta ne' Discorsi e nel Principe, uomini come i Borgia trovassero campo amplissimo ai loro audaci delitti? Essi sapevan bene, che la grandezza della scelleraggine ne copriva la vergogna. Lo Strozzi, il festeggiato poeta di Ferrara, pose Cesare Borgia, poichè fu caduto, fra gli eroi dell'Olimpo. E il celebre Bembo, uno de' primi uomini di quel tempo, confortava Lucrezia per la morte del piccolo e miserabile Alessandro VI, non chiamandolo altrimenti che il grande padre vostro.
Niun uomo d'alto animo e conscio dell'importanza sua vorrebbe oggi entrare al servizio di un principe, che si fosse macchiato de' delitti de' Borgia, posto che a simile principe sia oggi dato mantenersi nella sua condizione; cosa, per vero, impossibile. In quella vece i migliori e più geniali uomini sopportavano allora o cercavano addirittura il contatto e il favore de' Borgia. Il Pinturicchio e il Perugino dipingevano per Alessandro VI. E il più meraviglioso genio dell'epoca, il gran Leonardo da Vinci, senza scrupolo alcuno si pose al servizio di Cesare Borgia come ingegnere per la costruzione di fortezze in quella Romagna da colui con mezzi sì diabolici conquistata.
Gli uomini della Rinascenza ebbero natura in estremo grado fattiva e creatrice. Trasformarono il mondo con energia rivoluzionaria ed attività febbrile, rispetto alle quali il processo della civiltà moderna deve parer affetto da lentezza. Ebbero tendenze più selvagge e violente, e nervi più forti della schiatta odierna. Sarà sempre fenomeno maraviglioso, che i più leggiadri fiori dell'arte, le creazioni più ideali della pittura fossero state fecondate in un ambiente socievole, del quale la corruzione morale e l'intima brutalità sarebbero per noi, che viviamo oggi, insopportabili. Se un uomo educato alla civiltà nostra potesse trasportarsi in quel mezzo, senza dubbio la barbarie, che vi dominava e che pe' contemporanei passava inosservata, metterebbe in iscompiglio il suo sistema nervoso, e forse gli farebbe smarrir la ragione.
Tale l'atmosfera di Roma, nella quale Lucrezia Borgia viveva, senza essere essa stessa migliore nè peggiore delle donne del tempo suo. Ebbe spirito gaio e leggiero. Non sappiamo se abbia mai avuto a sostener lotte morali; se siasi mai trovata in uno stato di contradizione interiore con le azioni della sua vita o con coloro che l'attorniavano. Teneva una corte, che il padre avrà trattata con larghezza e profusione; ed era in frequentissime relazioni con le corti de' fratelli suoi. Essa era la compagna e l'ornamento delle loro feste; essa la confidente degl'intrighi nel Vaticano, rivolti a crescere la grandezza de' Borgia. E in tale scopo dovevasi ben presto concentrar tutto quanto potesse più vivamente starle a cuore.
In verità, non mai, neanche nel tempo posteriore, si mostra donna di genio straordinario. In lei non una delle qualità atte a farne una Virago, come Caterina Sforza o Ginevra Bentivoglio. E non possedeva neppure quello spirito dell'intrigo proprio di una Isotta da Rimini, ovvero la potenza intellettuale di una Isabella Gonzaga. Non fosse stata figliuola di Alessandro VI e sorella di Cesare, difficilmente sarebbe stata notata nella storia del tempo suo, ovvero sarebbe ita perduta nella moltitudine, come donna seducente e assai corteggiata. Pure nelle mani di suo padre e di suo fratello diventò istrumento e vittima altresì di calcoli politici, a' quali ella non ebbe forza alcuna di oppor resistenza.
XII.
Giovanni Sforza dovett'essere di ritorno da Napoli nell'autunno del 1496, dopochè gli avanzi dell'esercito francese ebbero capitolato. Senza dubbio egli era venuto a Roma per quindi, in compagnia di Lucrezia, tornarsene ne' suoi dominii. E di fatti vi si trovò sul finire di quell'anno, e vi passò l'inverno. Se non che gli annalisti di Pesaro raccontano, che il 15 gennaio 1497 abbandonò travestito la città e di lì a pochi giorni lo seguì anche Lucrezia. Certamente si condussero a Roma,[67] ove gl'incontriamo per le feste di Pasqua.
Lo Sforza, del resto, era già un arnese usato, che Alessandro pensava a gettar via. Il matrimonio, in vero, della figlia col tiranno di Pesaro non procacciava più a costui alcun vantaggio in un tempo, in cui gli Sforza avevan perduta l'importanza loro. E poi alla casa Borgia s'offrivano legami di più alta importanza. Dovette già parer singolare che il Papa non desse alcun comando al genero suo nella guerra contro gli Orsini, intrapresa appena tornato il figlio Don Juan di Spagna, allo scopo di arricchirlo co' beni di quei potenti baroni. Alessandro chiamò al suo soldo il duca Guidobaldo d'Urbino, stato similmente a servire a Napoli nell'esercito della Lega, e ceduto poi a lui da' Veneziani per divenire comandante supremo delle truppe papali.
Questo nobile uomo era l'ultimo della casa de' Montefeltro. Ed i Borgia avevan già messo l'occhio sulla eredità sua. La sorella Giovanna era stata maritata nel 1478 col prefetto della città, Giovanni Della Rovere, fratello del cardinale Giuliano, e nel 1490 aveva dato alla luce Francesco Maria, bambino che passava per l'erede della casa d'Urbino. Guidobaldo, pari in ciò a tutti gli altri dinasti, non si peritava di servire, come condottiere a soldo e per onore. Oltracciò egli era feudatario della Chiesa. La paura lo costringeva a cercare, anche odiandoli, l'amicizia dei Borgia.
Nella guerra, insieme con Guidobaldo, ebbe il comando supremo anche il giovane duca di Gandia, che il Papa nominò Gonfaloniere della Chiesa e rettore di Viterbo e di tutto il Patrimonio; del quale ultimo ufficio egli spogliò Alessandro Farnese, che prima lo teneva. Il fatto indica che l'umore del Papa verso il fratello della Giulia era cambiato. Il 17 settembre 1496 l'agente mantovano Giovanni Carolo scriveva da Roma alla marchesa Gonzaga: «Il cardinal Farnese è stato depennato dalla sua legazione nel Patrimonio, e la perderà, se non viene a salvarlo un sollecito ritorno della Giulia.»