L'agente medesimo informava la sua signora delle seguenti cose: «Poichè si vuole evitare che questi figliuoli del Papa divampino per gelosia tra loro, la vita del cardinale di San Giorgio (Raffaele Riario) è in pericolo; se questi muore, Cesare avrà il posto di Camerlengo e il palazzo del morto cardinale di Mantova, il più bello di Roma, e insieme anche i migliori benefizii di colui. Vostra Eccellenza può da ciò arguire quale piega prenda la fortuna di questi marrani.»[68]
La guerra, del resto, contro gli Orsini finì con la più ignominiosa sconfitta de' Papalini presso Soriano il 23 gennaio 1497. Don Juan ferito fuggì a Roma, e Guidobaldo fu fatto prigioniero. I vincitori imposero una pace per loro molto profittevole.
Il marito di Lucrezia dovette ritornare di nuovo a Roma, cessata appena la guerra. Ivi lo vediamo di fatti apparire per l'ultima volta la Pasqua del 1497. Come genero di Alessandro, assistette alle solennità ecclesiastiche dal suo posto officiale in San Pietro, e con Cesare e il Gandia ricevette la palma dalle mani del Papa. Pure la condizione sua nel Vaticano era fatta insostenibile. Alessandro voleva sciogliere il matrimonio di lui con Lucrezia. Si domandò allo Sforza che vi rinunciasse di spontanea volontà; e, poichè negò, fu minacciato nella vita.
Solo una pronta fuga lo salvò dai pugnali e dal veleno dei cognati. Secondo le notizie de' cronisti di Pesaro, Lucrezia stessa lo soccorse; e gli diè così un segno di premura. «Una sera (narrano essi) che Giacomino, il cameriere del signor Giovanni, trovavasi nella stanza di madonna, vi venne il fratello Cesare; e Giacomino, per ordine di quella, si nascose dietro ad una spalliera. Cesare parlò liberamente con la sorella, e disse, tra l'altre, essersi dato ordine di ammazzare Giovanni Sforza. Andato lui via, Lucrezia disse a Giacomino: — Hai sentito? va e faglielo sapere. — Il cameriere ubbidì all'istante, e Giovanni Sforza gettatosi su un cavallo turco a briglia sciolta venne in 24 ore a Pesaro, ove il cavallo cadde morto.»[69]
Secondo lettere dell'ambasciatore veneziano in Roma lo Sforza fuggì in marzo nella settimana santa. Sotto pretesto di passeggiare, andò verso la chiesa di Sant'Onofrio, e vi trovò il cavallo apparecchiato.[70]
Il desiderio di sciogliere il matrimonio difficilmente era nato in Lucrezia, ma sì nel padre e nei fratelli, i quali volevano renderla libera per un matrimonio conforme alle mire loro. Quel che accadesse in Vaticano è ignoto. E non sappiamo nemmeno di opposizione da parte di Lucrezia, la quale, ad ogni modo, sarà stata di corta durata. Ai Borgia, del resto, non andò a' versi che lo Sforza si fosse messo in salvo. Eglino avrebbero preferito ridurlo in eterno al silenzio. Ora che erasi fuggito e levava proteste, occorreva per lo scioglimento del matrimonio un processo, che avrebbe suscitato molto rumore.
Poco dopo la fuga dello Sforza nella casa de' Borgia accadde l'orribile tragedia del misterioso assassinio del duca di Gandia. Andato a vuoto il disegno di arricchire questo amato figliuolo con le terre degli Orsini, Alessandro cercò per altra via compensarlo. Lo nominò Duca di Benevento, e nudrì così speranza di aprirgli la via al trono di Napoli. Di lì a pochi giorni, il 14 giugno, Vannozza invitò colui e Cesare, con altri parenti, ad una cena nella sua vigna presso San Pietro ad Vincula. Tornando la notte a casa da quella festa di famiglia, Don Juan scomparve, senza lasciar di sè traccia alcuna. Solo tre giorni dopo il cadavere dell'ucciso fu tratto dal Tevere.[71]
Stando all'opinione universale di quel tempo, e tenendo conto di tutte le ragioni di probabilità, Cesare fu l'assassino di suo fratello. Dal momento che Alessandro VI, consumato quel misfatto, se ne accollò i motivi e le conseguenze, e perdonò all'assassino, divenne complice morale del fatto e cadde egli stesso sotto il dominio del suo spaventevole figlio. Da quel momento ogni azione di lui fu in servizio della infernale ambizione di quest'ultimo.
Nessuna notizia del tempo fa menzione della presenza della moglie di Don Juan in Roma, allorchè il fatto avvenne. È quindi da credere che non fosse colà quando il marito fu ucciso; e che piuttosto non avesse abbandonata la Spagna, e vivesse co' suoi due piccoli bambini in Gandia o in Valenza. Ivi le giunse l'orribile nuova per lettera di Alessandro, indirizzata alla sorella donna Beatrice Borgia y Arenos. Così è detto in un documento valenzano. Di fatto donna Maria Enriquez si presentò il 27 settembre 1497 innanzi al Tribunale del Governatore del regno di Valenza, Don Luigi de Cabaincles, domandando che il maggiore dei figliuoli di Don Juan, bambino di tre anni, fosse ammesso a succedere ne' beni di quest'ultimo, vale a dire, nel Ducato di Gandia e ne' feudi napoletani di Sessa, Teano, Carinola e Montefoscolo. La morte del duca fu comprovata con testimonianze legali; fra l'altre, con la lettera di Alessandro. In conseguenza il Tribunale riconobbe il figliuolo di Gandia qual erede del maggiorasco.[72]
Donna Maria richiese anche la mobilia lasciata dal marito nella casa di Roma. La quale del valore di 30,000 ducati era stata consegnata da Alessandro, appena dopo la morte di Don Juan, al parricida Cesare per amministrarla nell'interesse dei nipoti, siccome apparisce da un atto del notaro Beneimbene del 19 dicembre 1498.[73]