In questo frattempo Lucrezia non era più nel suo palazzo presso il Vaticano; ma già dal 4 giugno andata nel monastero di San Sisto sulla Via Appia. Ciò aveva fatto in Roma vivissima sensazione. Senza alcun dubbio, l'allontanamento suo si connetteva col forzato scioglimento del matrimonio. Se non la rinchiuse in San Sisto il padre stesso, è molto probabile, che, spintavi dalla fuga dello Sforza e dalle conseguenze di essa, e forse rottasi col primo, avesse ella medesima cercato quel ritiro. E alla rottura col Papa allude una lettera di Donato Aretino da Roma del 19 giugno al cardinale Ippolito d'Este: «Donna Lucrezia se n'è ita dal palazzo insalutato hospite, ed è entrata in un monastero, chiamato San Sisto. Oggi ella si trova colà. Alcuni dicono che vuol farsi monaca; altri poi affermano molte altre cose, che non è lecito confidare ad una lettera.»[74]
Niuno può dire quali lamenti e quali confessioni avesse Lucrezia a fare innanzi a' sacri altari. Pure da anni ella non aveva forse avuto mai un momento per rientrare più seriamente in se stessa. Seppe in quel chiostro l'orribile morte di uno de' fratelli, e dovette raccapricciare per la malvagità dell'altro. Perchè, al pari del padre e di tutta la famiglia, ella non potette dubitare che Cesare fosse stato il nuovo Caino. Conosceva a fondo i moventi della sua criminosa ambizione; sapeva della sua intenzione di gettar via la porpora cardinalizia e diventar principe della terra; doveva anche sapere, che nel Vaticano si ruminava il disegno di far cardinale Don Jofrè in luogo di Cesare, e di sposar quest'ultimo con la moglie del primo, donna Sancia, con la quale aveva già relazioni amorose pubblicamente note.
Alessandro ordinò a Don Jofrè e alla giovane sposa di lasciar Roma e andarsene presto a Squillace, sede del Principato. E Don Jofrè muoveva in effetto per colà il 7 di agosto. Il Papa, così dicevasi, non voleva più, d'allora in poi, aver presso di sè figliuoli nè nipoti. Ed anche la figlia Lucrezia voleva mandare a Valenza.[75]
Intanto Cesare, ancora come cardinal Legato, era andato nel luglio a Capua per incoronarvi re di Napoli l'ultimo degli Aragonesi Don Federico. A' 4 di settembre era a Roma di ritorno.
Quivi Alessandro aveva nominata una Commissione, presieduta da due cardinali, con l'incarico di sciogliere Lucrezia da' suoi legami con Giovanni Sforza. I giudici dimostrarono che lo Sforza non aveva mai consumato il matrimonio, e che la moglie era quindi sempre nello stato di vergine. Di che rise tutta Italia — osserva così il contemporaneo Matarazzo da Perugia. Lucrezia stessa dichiarò voler ciò affermare con giuramento.
Il marito intanto era a Pesaro. Nel giugno era andato travestito a Milano, ad implorare la protezione del duca Ludovico, facendo istanze che questi, mercè l'influenza sua, gli facesse rendere la moglie ingiustamente ritenuta. Protestava contro le deposizioni de' compri testimoni in Roma. E Ludovico il Moro gli fece l'ingenua proposta di sottoporsi in Milano, innanzi a testimoni degni di fede e alla presenza del legato papale, ad un esperimento formale della sua virilità; ma egli vi si rifiutò.[76] Ludovico e suo fratello Ascanio lo costrinsero finalmente a cedere, e l'impaurito Sforza dichiarò per iscritto non aver giammai consumato il matrimonio con Lucrezia.[77]
Il 20 dicembre 1497 fu dunque legalmente pronunziato lo scioglimento, e lo Sforza restituiva in conseguenza la dote di 31,000 ducati, portatagli dalla moglie.
Anche tenendo che Alessandro abbia costretto la figlia a questo scioglimento, il giudizio nostro sulla condotta della Lucrezia in questa miserabile faccenda può esser di poco mitigato. È un fatto ch'essa stessa si mostrò priva di volontà e di carattere; e, non meno degli altri, si rese menzognera. La pena non si fece aspettare: per effetto del processo divenne soggetto di scandalo pubblico. E da questo punto ignominiose voci cominciarono a serpeggiare sulle sue relazioni private. Nacquero o si diffusero proprio al tempo, in cui il Gandia fu ammazzato e il matrimonio con lo Sforza doveva essere sciolto. Le cagioni dell'un fatto come dell'altro furono cercate in tali enormezze, che il sentimento morale ripugna ad esprimere. Ma, secondo una testimonianza del tempo, che non ammette dubbio, fu Giovanni Sforza stesso, profondamente offeso e irritato, primo a manifestare apertamente al duca di Milano quel sospetto, del quale forse già secretamente si vociferava in Roma.[78]
Alessandro aveva sciolto il matrimonio della figlia per motivi politici. Sua intenzione era d'imparentare Lucrezia e Cesare con la Casa reale di Napoli. La dinastia Aragonese s'era colà, cacciati i Francesi, ristabilita. Pure la scossa ricevuta era stata sì profonda, che, oscillando, inclinava all'ultima rovina. E per questo appunto germogliò quasi spontaneo nella mente del Papa il pensiero di porre Cesare sul trono di Napoli. Il più terribile de' Borgia prese oramai il posto lasciato vuoto dal Gandia, al quale quegli aveva sì a lungo mirato. Solo per certa convenienza il parricida s'acconciò ancora un poco a pazienza, prima di smettere pubblicamente l'abito cardinalizio. Nondimeno da questo momento stesso, in cui ancora lo portava, il Papa trattava del matrimonio di lui.
Richiese per lui dal re Federico la mano della figlia Carlotta, che, discendente di una principessa di Savoia, era in educazione alla Corte di Francia. Il re, uomo di nobili sensi, rifiutò fermamente, ed anche la principessa respinse con orrore le offensive proposte del Papa.