Alessandro adescò il protonotario a venire a Roma. Ivi, come ribelle, lo fece rinchiudere in Castel Sant'Angelo, e iniziare un processo contro di lui. A Guglielmo riuscì fuggire a Mantova. Ma Bernardino, figliuolino di Niccola, fu sgozzato da' mercenarii de' Borgia. Questi presero Sermoneta con la forza; mentre la popolazione non si arrese senza resistenza.

Il 9 marzo 1499 Alessandro aveva già dato facoltà alla Camera Apostolica di vendere alla figlia i beni de' Gaetani pel prezzo di 80,000 ducati. In questo atto, sottoscritto da 18 cardinali, diceva che le gravose spese dovute fare poco innanzi per la Chiesa, lo obbligavano ad alienare alcuni beni della Santa Sede. A tale scopo si offrivano Sermoneta, Bassiano, Ninfa e Norma, Tivera, Cisterna, San Felice (il Capo di Circe) e San Donato, confiscati ai Gaetani per motivo di ribellione. La vendita fu stipulata in febbraio 1500; e Lucrezia, ch'era già signora di Spoleto e Nepi, divenne anche signora di Sermoneta.[90] Indarno l'infelice Jacopo Gaetani dal suo carcere levò proteste. Egli morì di veleno il 5 luglio 1500.[91] La madre e la sorella lo seppellirono in San Bartolomeo all'Isola Tiberina, ove da lungo tempo i Gaetani possedevano un palazzo.

A Giulia Farnese adunque non era riuscito salvare i proprii zii. Si ricorderà che Giacomo e Niccola nel 1489 erano stati presenti agli sponsali di lei col giovane Orsini nel palazzo Borgia. Non sappiamo neppure se ora la Giulia vivesse in Roma. Solo qualche volta la troviamo nominata in epigrammi. Così il suo nome apparisce in una satira: Dialogo della morte e del Papa ammalato di febbre. Il Papa chiama in aiuto la Giulia; ma la morte accenna che la sua amante gli ha partorito tre o quattro figliuoli. La satira è dell'estate 1500, quando Alessandro era in effetto malato di febbre. Ed è quindi da tenere, che in quel tempo la sua relazione con Giulia durasse ancora.[92]

Cesare, che il primo dicembre 1499 aveva conquistato Imola, vide con molto mal animo la sorella sua arricchirsi delle molte terre de' Gaetani, i redditi delle quali avrebbero potuto meglio servire a lui. Non meno a contraggenio vedeva la crescente influenza di colei in Vaticano, ove voleva dominare solo sulla volontà del padre. Egli concepì propositi tenebrosi, e presto doveva arrivare il tempo di metterli in atto.

XIV.

Lucrezia non poteva che rallegrarsi della prolungata assenza del fratello. Nel Vaticano s'era fatta un po' di quiete; e, oltre di lei, solo Don Jofrè teneva corte con donna Sancia, alla quale era stato concesso di tornare.

Noi potremmo approfittare di questa pausa tranquilla per farci un'idea della vita privata di Lucrezia, dell'ordinamento della sua corte, e delle persone che l'accerchiavano. Pure la cosa è difficile. Non un contemporaneo ne discorre. Il Burkard stesso ci presenta Lucrezia solo di rado, e sempre in connessione con gli avvenimenti in Vaticano. Una volta soltanto ci conduce alla sfuggita nel palazzo di lei, il 27 febbraio 1496, quando i cardinali nuovamente eletti, Martino di Segovia, Giovanni Lopez, Giovanni Borgia e Giovanni De Castro, andarono a farle visita.

Nemmeno i diplomatici stranieri, per quanto i dispacci loro ci son noti, diedero in quel tempo informazioni sulla vita privata di Lucrezia. Di questo periodo romano non abbiamo nè lettera di lei o a lei indirizzata, nè poesia che parli di lei, non foss'altro uno di quei sanguinosi epigrammi del Sannazzaro o del Pontano, che l'hanno stigmatizzata come la più sfacciata delle cortigiane. Nulladimeno se vi fu mai giovane donna capace d'infiammare la fantasia di poeti, fu, per certo, Lucrezia, nel fiore della gioventù e bellezza sua. Le relazioni sue col Vaticano, il mistero che la circondava, i destini cui incontrò, facevan di lei la più attraente delle donne che in Roma fosse a quel tempo. In qualche biblioteca giaceranno forse ancora sepolti i versi che un tempo i poeti di Roma dovettero dedicarle. E numerosi saranno stati coloro che s'affollavano alla corte della figlia del Papa per fare omaggio alla sua bellezza e averne protezione.

Appunto in Roma Lucrezia potè vivere in contatto con molti uomini di alto ingegno, chè anche sotto la dominazione de' Borgia le muse non furon bandite dal Vaticano nè, per lo meno, da Roma. Certamente nelle corti mondane d'Italia, più che in quella di un Papa, donne d'origine principesca potevano dedicarsi con maggior fervore ai bisogni della coltura. Ed è vero che anche Lucrezia potette solo più tardi, in Ferrara, seguire l'esempio delle principesse di Mantova e di Urbino. Nel periodo romano s'aggiungeva, ch'essa era troppo giovane, e la sua vita domestica troppo legata e inceppata; onde difficilmente le fu dato spiegare influenza sui circoli letterarii e artistici di Roma. Nulladimeno per lo stato suo dovette, senza dubbio, essere in relazione con quelli.

Suo padre non era insensibile ai diletti dello spirito. Ebbe egli pure i suoi cantori e i suoi poeti di corte. Il festeggiato Aurelio Brandolini improvvisava ad alta voce ai banchetti in Vaticano, nè v'è da dubitare che si facesse sentire anche nel palazzo di Lucrezia. Egli morì nell'anno 1497. Lo stesso onore cercò il favorito di Cesare, Serafino d'Aquila, il Petrarca del tempo; morto ancora giovane a Roma nel 1500.