Cesare stesso amava la poesia e le arti, sia come qualunque uomo bene educato nella Rinascenza, sia come ogni grande signore e tiranno. Francesco Sperulo era suo poeta di corte. Serviva sotto le bandiere di lui; e fu il cantore della guerra in Romagna e Camerino.[93] Alcuni poeti romani divenuti dappoi celebri avranno recitato i loro versi innanzi a Lucrezia; così Emilio Boccabella ed Evangelista Fausto Maddaleni. Splendevano già come poeti e retori i tre fratelli Mario, Girolamo e Celso Mellini. Similmente non meno reputati erano i fratelli di casa Porcaro, Camillo, Valerio e Antonio. C'imbattemmo già in Antonio Porcaro, qual testimone agli sponsali di Girolama Borgia nell'anno 1482, e poscia qual procuratore di Lucrezia nella promessa di matrimonio di lei col Centelles nell'anno 1491. Ciò mostra come intimi fossero e si serbassero i legami de' Porcari con i Borgia.
Questa famiglia romana, per la sorte toccata a Stefano, imitatore di Cola di Rienzo, era divenuta celebre nella storia della città. I Porcari pretendevano discendere dai Catoni, e per questo si chiamavano Porcius. Stretti in amicizia con i Borgia, affermavano pure essere parenti di costoro. Perchè Isabella, madre di Alessandro VI, doveva esser derivata dai romani Porcari, che d'un qualche modo erano iti nella Spagna. La somiglianza di suono dei due nomi latinizzati Borgius e Porcius fu certo occasione al bisticcio.
Oltre Antonio, anche Jeronimo Porcius era uno dei più ardenti partigiani de' Borgia. Assunto appena alla sede papale, Alessandro lo fece Auditore di Rota. Egli scrisse un lavoro, pubblicato in Roma nel settembre 1493, col titolo Commentarius Porcius, che dedicò ai Reali di Spagna. Descrive l'elezione e incoronazione di Alessandro VI, e raccoglie, liberamente compendiandoli, i discorsi di obbedienza rivolti al Papa dagli oratori italiani. È impossibile spingere l'adulazione cortigiana più in là di quel che abbia fatto lui, Jeronimo, affettato pedante, vanitoso chiacchierone e papista fanatico. Alessandro lo fece vescovo di Andria e governatore di Romagna. E quivi, a Cesena, egli compose nel 1497 un dialogo, che ha per soggetto Savonarola e gli errori di lui intorno al potere del Papa. Sostanza intima del tutto è il principio fondamentale degl'infallibilisti, che è cristiano solo chi al Papa obbedisce ciecamente.[94]
Porcius volle provarsi anche nella poesia. Ne' versi al Bove Borgia magnificò il Papa e il cardinal Cesare, che chiamava massimo benefattore suo.[95] Fu puranco lui che probabilmente scrisse l'elegia in morte del duca di Gandia, che s'è conservata sino a noi.[96]
Mediante i Porcari, anche il giovane Fedro Inghirami dovette entrare in relazione con Lucrezia. Questi è quel ciceroniano ammirato da Erasmo, e che Raffaello, ritraendolo, ha reso immortale. Sin d'allora aveva richiamata su di sè l'attenzione di Roma. Ai funerali, che l'ambasciatore di Spagna fece solennizzare il 16 gennaio 1498 in San Giacomo a Piazza Navona per la morte dell'infante Don Giovanni, Inghirami pronunziò un'ammirabile orazione. Egli distinguevasi anche come attore sul teatro del cardinale Raffaele Riario.
Il dramma cominciava allora a spiccare il primo volo, non solo alla corte dei Gonzaga e degli Este, ma anche in Roma. Alessandro stesso n'era tenero, non fosse che per l'inclinazione sua alla sensualità. In ogni festa di famiglia al Vaticano faceva dare commedie e balli. Attori probabilmente dovevano essere giovani accademici della scuola di Pomponio Leto, e nulla c'impedisce di ammettere che l'Inghirami, i Mellini, i Porcari si mostrassero sulla scena in Vaticano ogni volta che di farlo se ne porgesse l'occasione. A tali rappresentazioni potè anche cooperare Carlo Canale, il marito di Vannozza, che sin da Mantova aveva pratica col teatro. E non meno di lui lo potè pure Pandolfo Collenuccio, che più volte fu a Roma come agente di Ferrara, e v'entrò in personali relazioni co' Borgia.
Il celebre Pomponio, al quale Roma andava debitrice della rinascenza del teatro, visse gl'ultimi anni suoi sotto il governo di Alessandro, circondato da grande reputazione. Forse questi era pure stato discepolo suo, come indubbiamente lo fu il cardinal Farnese. Pomponio morì il 6 giugno 1498; e il Papa medesimo, che allora appunto aveva fatto ardere vivo il Savonarola, mandò la sua Corte nella chiesa d'Aracoeli all'esequie di quel maestro dell'antico paganesimo. Questa estrema dimostrazione d'onore basterebbe a provare, che Pomponio era conosciuto personalmente da' Borgia. Oltreacciò uno dei discepoli più fervorosi di lui, Michele Ferno, era già da lunga pezza partigiano entusiasta di Alessandro. Ancorchè questo Papa avesse nel 1501 emanato il primo editto di censura, pure ei non fu nemico della coltura scientifica. Favoreggiava l'Università Romana, ove al tempo suo insegnavano uomini di gran valore, quali Pietro Sabino e Giovanni Argyropulos. Similmente uno dei più grandi genii, che diede all'umanità intera onore e lume, fu per un anno l'ornamento di quella Università e del regno di quel Papa. Nell'anno del Giubileo 1500, dalla terra lontana di Prussia Copernico venne a Roma e vi tenne pubbliche lezioni di matematica ed astronomia.
Fra i cortigiani di Alessandro erano uomini notabili, che Lucrezia dovette necessariamente avere in pratica. Il maestro di cerimonie, Burkard, in ogni solennità, nella quale la figlia del Papa doveva intervenire in Vaticano, regolava la forma prescritta. Frequenti quindi le visite che quegli dovette farle. Ed essa, di certo, non ebbe mai presentimento alcuno, che, dopo secoli, le note di codesto Alsaziano sarebbero state quale specchio, che innanzi alla posterità avrebbe riflettuto le figure de' Borgia. Nondimeno il Diario di lui non getta nemmeno uno spiraglio di luce sulla vita privata di Lucrezia. E, per verità, dar contezza di questa non entrava nell'ufficio suo.
Giammai scrittore di diario non fu, al pari di lui, rapido e conciso altrettanto, tranquillo ed impassibile nel descrivere gli avvenimenti a lui presenti, capaci di offrire materia ad un Tacito. Che il Burkard non fosse amico dei Borgia, lo mostra il modo in che ha compilato le sue notizie; le quali, del resto, sono tutt'altro che falsificazioni. Pure quest'uomo sapeva nascondere i sentimenti suoi, se pure non erano già da tempo come pietrificati sotto quella farragine tutta formalistica inerente al suo ufficio. Quotidianamente era sempre in moto nel Vaticano, quasi macchina del cerimoniale, il quale incarico vi tenne sotto il regno di cinque papi. Ai Borgia dev'esser sembrato un pedante al tutto inoffensivo; altrimenti non gli avrebbero permesso di osservare, di scrivere, e nemmeno di vivere. Anche quel poco che aveva registrato nel suo Diario sarebbe bastato a farlo morire, se Alessandro o Cesare ne avessero avuto sentore. Ma sembra che i diarii dei maestri di cerimonie non soggiacessero ad alcuna ispezione officiale. Senza ciò Cesare, di certo, non l'avrebbe risparmiato, egli, che pugnalò Pedro Calderon Perotto, benchè favorito di suo padre, e fece anche trucidare quel cavalier Cervillon, che alle feste in Vaticano incontrammo già più volte incaricato delle più cospicue funzioni.
Egli non rispettò nemmanco lo scrittore secreto Francesco Troche, del quale Alessandro VI s'era spesso servito in faccende diplomatiche. Il Troche, che una notizia veneziana dice spagnuolo, era un colto umanista come Canale, e, al pari di questo, in amichevoli relazioni co' Gonzaga. Leggiamo ancora lettere di lui alla marchesa Isabella, con le quali la richiedeva di certi sonetti.[97] E quella si rivolgeva a lui nelle sue faccende domestiche. Lo incaricò una volta di far per lei ricerca in Roma di un Cupido antico. Senza dubbio, egli fu nel novero de' più intimi conoscenti di Lucrezia. Nel giugno 1503 Cesare fece anche scannare quest'altro favorito del padre.