Il 30 agosto Lucrezia con un seguito di 600 cavalieri lasciò Roma per rendersi a Nepi, ov'era signora. Quivi voleva, come il Burkard dice, sollevarsi dalle profonde commozioni d'animo, che la morte del duca di Bisceglie le aveva cagionate.
In quel tempo, come oggi, s'andava da Roma a Nepi per la via Cassia, passando per Isola Farnese, Baccano e Monterosi. La strada allora era in parte sempre l'antica, ma in cattivissimo stato. Presso Monterosi si pigliava la via Amerina, il cui antico selciato anch'oggi a lunghi tratti si è conservato sin sotto le mura di Nepi.
Anche Nepi — o Nepe o Nepete, — come tutte le città etrusche, è posta su piano elevato, i cui erti margini scendono a picco in profonde fenditure vulcaniche del suolo. Fiumicelli, chiamati rii, scorrono nel fondo gorgogliando fra i rocciosi rottami. Le nude e ripide pareti di tufo servivano di fortificazione naturale; e, dove fossero meno alte, si suppliva con mura.
Il lato meridionale della città di Nepi, ove il Rio Falisco, prima di precipitarsi nel grande burrone, scorre in una valle meno profonda, era già stato nell'antichità munito di alte mura. Eran massi di tufo oblunghi, posti gli uni sugli altri senza cemento, come le mura della vicina Falerii. Rimangono ancora notevoli avanzi di queste mura presso Porta Romana; tutto l'altro materiale venne adibito alla costruzione del castello e dell'acquidotto farnesiano.
Il castello proteggeva il lato più debole di Nepi, e in quel luogo stesso doveva essere l'antica rôcca. Nell'VIII secolo fu sede di un duca potente, Toto, divenuto celebre anche nella storia della città di Roma. Il cardinale Rodrigo Borgia gli diè la forma, che oggi tuttavia conserva, avendolo fatto ricostruire di pianta. Egli vi fece pure elevare le due forti torri interne, l'una, la più grande, rotonda, l'altra quadrata. Più tardi venne restaurato e munito di bastioni esteriori da Paolo III e da suo figlio Pierluigi Farnese, primo duca di Castro e Nepi.[110]
Nel 1500 il castello non era meno saldo di quello di Civitacastellana, fatto similmente edificare da Alessandro VI. Oggi invece è miseramente rovinato. L'edera fronzuta e rigogliosa avvolge le rovine del palazzo, e ne ricopre all'esterno le pareti. Solo quei due colossi di torri hanno sfidato l'edacità del tempo.
S'entra nel diroccato castello dal lato della città per una porta, sulla quale con bei caratteri della Rinascenza sta scritto: Ysu. Unicus Custos. Procul hinc timores. Ysu. Si arriva in una corte quadrata, circondata da portici murati e tutti in rovina, e ridotta oggi ad orto. Di fronte sta la cadente facciata del castello, edifizio a due piani nello stile della Rinascenza, con finestre guernite di peperino. Sulla cornice della porta d'ingresso l'iscrizione P. Loisivs Far. Dux Primus Castri, indica anche qui una restaurazione farnesiana.
L'interno non presenta che una maceria. Le stanze son tutte cadute. Niuno cercò impedire il disfacimento di questo importante monumento del passato; eppure l'ultima sala non rovinò che 50 anni fa. Delle camere superiori rimane una soltanto, alla quale non si può accedere che arrampicandosi per una scala. Vi si vede ancora il posto del camino; e rimane pure, qual era, il soffitto primitivo in assi di legno, come usava ne' primi anni della Rinascenza. Le travi si terminano con mensole graziosamente intagliate. Tutto il soffitto è di color bruno carico; e qui e là alle pareti pendono scudi di legno, su' quali è dipinta l'arme de' Borgia.
L'arme stessa in pietra si vede pure sulle pareti interne del castello ed esteriormente sulle torri. Due di esse, finamente scolpite ed incastrate oggi sotto il portico della Casa comunale di Nepi, furon tolte di là, ove forse Lucrezia le aveva fatte affiggere. Sotto corona ducale portano insieme l'arme de' Borgia e quella di casa Aragona venuta a Lucrezia come duchessa di Bisceglie.
La solitaria Nepi, che oggi non conta che 2500 abitanti, nell'anno 1500 era appena più popolosa. Piccolo paese della Campagna con strade di architettura gotica; con qualche antico palazzo e torre di nobili famiglie, delle quali quella de' Celsi era la più ragguardevole; con la sua piccola piazza, altra volta il fòro, ov'era la Casa comunale; col suo vecchio duomo, originariamente edificato sulle rovine del tempio di Giove, e che nel 1500 serbava ancora la sua forma di basilica; con altre poche antiche chiese e monasteri, come San Vito e Sant'Eleuterio; e con alcuni avanzi di antichità che oggi sono scomparsi. Di questi soltanto due statue, in onore di cittadini nepetini, la cui memoria è ormai perduta, stanno ancora innanzi alla facciata del Palazzo comunale, grazioso edifizio dell'ultimo tempo della Rinascenza.