I pressi di Nepi, come la più parte delle contrade etrusche, hanno un carattere cupo e melanconico, generato insieme dalla natura vulcanica del terreno e dall'estinzione di ogni attività storica; l'una e l'altra proprie e comuni a tutta l'Etruria. Quelle profonde e tenebrose squarciature del suolo, co' loro massi rocciosi, con le rupi tagliate a picco, di tufo parte nero, parte rossastro oscuro, e quei torrenti che vanno rumoreggiando nel fondo, fanno un'impressione grandiosa, ma piena d'immensa tristezza. E non meno rendono l'animo serio e triste quelle alte pianure ampie e silenziose, e quelle greggi pascolanti con pace idillica, rotta soltanto di tratto in tratto da lamentevoli belati e dal flebile suono del piffero pastorale.
Qua e là selve di querce. Quattro secoli or sono, ve n'erano intorno a Nepi di più folte e più lussureggianti. Oggi invece, verso Sutri e Civitacastellana, sono state molto diradate; ma formano pur sempre magnifiche boscaglie. Dalla piattaforma del castello si dispiega alla vista un gran panorama, più esteso di quello che si gode dal castello di Spoleto. Qui spicca sull'orizzonte la tetra catena de' Vulcani di Bracciano col monte di Rocca Romana; colà la foresta del Monte Cimino innanzi Viterbo, sui cui estesi declivii è chiaramente visibile il castello de' Farnesi, Caprarola. Dirimpetto s'eleva come isola il Soratte. A settentrione l'altipiano va leggermente digradando verso la valle del Tevere, e in lontananza, e attraverso un velo leggiero, si disegnano le cilestrine montagne della Sabina, tutte popolate sulle pendici di villaggi e castelli.
La giovane vedova di Alfonso entrò il 31 agosto nel castello di Nepi, i cui muti spazii furono ora animati dalla sua corte. Pure tutte quelle dame e cavalieri, altra volta sì facili alla gioia e al piacere, eran mesti ed afflitti per dolore vero od officiale. Nel solitario castello potè Lucrezia abbandonarsi liberamente al pianto per la persona cara, che le era stata per due anni marito, e in compagnia della quale ella, l'anno innanzi, aveva abitato quel luogo stesso. Nulla veniva colà a turbare i suoi tetri pensieri: invece castello, città, campagna, tutto armonizzava con essi.
Ignoriamo quanto durasse il melanconico soggiorno. Ne' calori estivi le evaporazioni di quelle voragini sogliono addurre febbri micidiali, e ancora oggi rendono malsana l'aria di Nepi e di Civitacastellana. Il padre probabilmente, nel settembre o nell'ottobre, la richiamò a Roma, e presto dovette darle di nuovo la grazia sua, tanto più che il fratello lasciò la città. Ed era scorso appena qualche mese che già l'anima di Lucrezia era tutta piena di altre splendide immagini dell'avvenire, dietro le quali lo spettro dell'infelice Alfonso si dileguò. Essa cessò così presto dal pianto, che dopo un anno soltanto in questa donna, giovane e sorridente, niuno avrebbe saputo sospettare la vedova di un marito assassinato. Lucrezia aveva ereditato dal padre, se non la indistruttibile forza della vita, certo quella leggerezza di sentimento che i contemporanei non han mancato di notare espressamente nell'uno come nell'altra, sotto il nome di naturale sempre gaio e sereno.
XVII.
Alla fine del settembre 1500 Cesare mosse per la Romagna con 700 uomini d'arme, 200 cavalleggieri e 6000 fantaccini. Egli volse prima i passi verso Pesaro per scacciar di là il suo antico cognato. Giovanni Sforza, all'udire la nuova della tremenda fine del suo successore con Lucrezia, aveva potuto riputarsi felice di esser egli scampato a sorte sì dura. Un odio ardente contro tutti questi Borgia lo rodeva. Ma, in luogo di poter vendicare le patite offese, ora quasi senza via a difendersi si vedeva esposto a subirne altra più grave. Dagli agenti suoi in Roma e dall'ambasciatore di Spagna, che gli era amico, era stato avvertito degli apprestamenti del suo capital nemico, come risulta dalle lettere sue a Francesco Gonzaga, fratello della sua prima moglie Maddalena.[111]
Il primo settembre 1500 egli informò il marchese Francesco della intenzione di Cesare di metter la mano su Pesaro, e lo pregò di raccomandare l'affare suo all'imperatore Massimiliano. Il 26 scrisse, domandando premurosamente soccorso. Il marchese non glielo negò; ma non gli mandò che 100 uomini con un capitano albanese. Allora fu visto, come queste illegittime signorie italiane ad ogni colpo di vento non stavan più ferme. Solo in Faenza il popolo amava il suo signore, il giovane e bello Astorre Manfredi, e gli restò fedele. Ma in tutte le altre città di Romagna il reggimento de' tiranni era esecrato. Anche lo Sforza doveva essere prepotente e crudele; e, certo, la scuola che aveva avuto a Roma da' Borgia non era rimasta per lui sterile.
Giammai un trono non fu sì presto rovesciato come il suo, o, per dir meglio, sì presto abbandonato prima ancora che fosse abbattuto. Cesare non s'era avvicinato a Pesaro, che già un moto popolare nella città si era manifestato in favor suo. Si formò un partito ostile allo Sforza; mentre la totalità de' cittadini, paventando le conseguenze, ove la città avesse dovuto essere espugnata dallo spietato nemico, desiderava un accomodamento con costui. Indarno il poeta Giulio Postumo, tornato poco innanzi da Padova in patria, chiamava con canti guerrieri i concittadini suoi alla resistenza.[112] Il popolo insurse la domenica, 11 ottobre, prima ancora che Cesare fosse apparso avanti alla città. Quello che accadesse poi, lo racconta la lettera dello Sforza al Gonzaga:
«Illustrissimo Signore e Cognato onorandissimo: — L'Eccellenza Vostra avrà sentito come domenica mattina il popolo di Pesaro, per subornazione di quattro vagabondi, si levò in armi; e fummi forza ridurmi, il meglio che potessi, con pochi de' miei nella rôcca. Sapendo poi che i nemici s'avvicinavano e che messer Ercole Bentivoglio, il quale era a Rimini, si faceva innanzi, per non rimaner chiuso dentro lasciai di notte la rôcca, grazie al consiglio, all'opera ed al favore di Jacomo Albanese. E dopo una malissima via e pessimi passi eccomi qui giunto a salvamento. Di che io ho obbligo prima all'Eccellenza Vostra, che mi mandò il detto Jacomo, e poi a costui, che seppe sì ben condurmi. Non ho per anco deliberato cosa mi voglia fare. Ma, ove fra quattro dì non venga dall'Eccellenza Vostra, le manderò Jacomo, il quale le dirà tutto il successo e anche la mente mia. Ho voluto frattanto che ella sapesse di essere io giunto a salvamento, e raccomandarmele. — Bologna, 17 ottobre 1500. Di Vostra Eccellenza cognato e servitore, Giovanni Sforza di Aragona, conte di Cotignola e Pesaro.»[113]
Il 19 ottobre poi scrisse da Bologna che voleva andare a Ravenna e di là tornare a Pesaro, ove il castello valorosamente resisteva; e pregava il marchese di mandargli un aiuto di 300 uomini. Ma tre giorni dopo da Ravenna annunziò che il castello si era reso.