La città di Pesaro aveva accolto Cesare non solo senza resistenza, ma volenterosa. Ed egli entrò con pubbliche dimostrazioni d'onore nel palazzo degli Sforza, in quel palazzo, ove la sorella, quattro anni innanzi, aveva abitato quale signora. Visitò pure il castello il 28 ottobre. Fece chiamare un pittore, e gli ordinò di fargliene un disegno su carta, che voleva mandare al Papa. Da' merli del castello degli Sforza 12 trombetti fecero risuonare all'intorno le note della vittoria, ed araldi gridarono Cesare Signore di Pesaro. Il 29 ottobre s'indirizzò al Castello Gradara.[114]

Pandolfo Collenuccio fu testimone dell'ingresso di Cesare in Pesaro. Quest'uomo bandito da Pesaro dallo Sforza e ricoverato a Ferrara fu dal duca Ercole mandato a Cesare alla nuova della caduta della città, per presentargli le congratulazioni sue. Lo spinse a ciò non solo il timore, ma anche un importante negozio intavolato tra lui e il Papa, e del quale avremo presto a parlare. Il Collenuccio riferì al duca della sua missione il 29 ottobre con questa importante lettera:

«Illustrissimo Signor mio: — Poichè partii da Vostra Signoria, fui in Pesaro in due giorni e mezzo. Vi giunsi di fatto martedì circa le 24. E in quell'ora appunto il duca Valentino faceva la sua entrata. Tutto il popolo era alla porta. Fu ricevuto sotto una gran piova e gli vennero presentate le chiavi della Terra. Il Duca andò ad alloggiare in Corte, nella camera che era stata del signor Giovanni. L'entrata, a quanto mi riferiscono i miei che v'erano, fu solenne, con grande ordine e numeroso di cavalli e di fanti della guardia sua. La sera medesima io gli feci sapere della mia venuta, e che aspettavo udienza, quando a Sua Signoria ne facesse comodo. Verso due ore di notte mandò il signor Ramiro e il maggiordomo a farmi visitare e domandarmi con parole molto onorevoli, se fossi bene alloggiato e se in tanta folla non mancassi per avventura d'alcuna cosa. Mi fece pur dire che riposassi, e che mi darebbe udienza il dì seguente. Mercoldì mattino di buon'ora mi mandò un presente di un gran sacco d'orzo, una soma di vino, un castrone, otto paia di capponi e galline, due grandi torce, due mazzi di candelette e due scatole di confetti, con parole molto cortesi. Non mi dètte però udienza, tuttochè mandasse le sue scuse, e a dirmi di non volermene meravigliare. Cagione di ciò fu che si levò di letto a 20 ore, e appena levatosi desinò. Andò poi al castello e lì stette sino a notte, e ne tornò stracco per un tincone ch'egli ha.

»Oggi, com'ebbe desinato, ch'eran circa le 22 ore, mi fece introdurre per mezzo del signor Ramiro, e con molta dimestichezza e ottima cera cominciò Sua Signoria per la prima a scusarsi di non aver potuto darmi udienza ieri, essendo occupato nel castello e anche indisposto per quel suo tincone. Dopo questi primi ragionamenti, avendo io espresso lo scopo proprio della mia ambasceria, che era di visitare, congratularmi, ringraziare, presentare omaggi e offrir servigii, il Duca, il quale veramente sa comporre molto bene i discorsi suoi, mi rispose parte per parte con grandissima tranquillità. In sostanza disse che, conosciuta la prudenza e bontà di Vostra Signoria, egli ha sempre amato e desiderato di aver con lei pratica. Che quando fu a Milano ebbe voglia di conoscerla; ma i tempi e le faccende, che allora correvano, nol permisero. E ora, venuto in queste parti, seguitando quel suo desiderio e volendo dar prova dell'animo suo e dimostrarle il suo filiale affetto, s'era messo a scrivere questa lettera intorno a' progressi da lui fatti nella certezza che la Signoria Sua n'avesse ad aver piacere. E per l'avvenire farebbe il simile, perchè desiderava aver con lei più intrinseca amicizia. E offrivale ogni facoltà sua e quanto era in suo potere; di che in ogni occorrenza la Signoria Vostra ne vedrebbe le prove. E mi disse di raccomandarlo assai, perchè egli avrebbe lei come fratello. Ringraziò anche Vostra Signoria per la risposta mandatagli per lettera e per aver spedito a posta persona, dicendo che veramente non bisognava; che anche senza questo teneva per certissimo, che la Signoria Sua avrebbe gran piacere d'ogni suo bene. In breve nè migliori nè più acconce parole avrebbe potuto usare; e sempre nominò lei fratello e sè figliuolo suo.

»Ed io, per mia parte, raccogliendo la cosa e il senso di tutte le sue parole, comprendo che gli sarebbe caro aver qualche pratica e buona amicizia con Vostra Signoria. Credo certamente a' propositi suoi; tuttavia non so desumere altro che bene. — Questo aver inviato la Signoria Vostra persona sua qui, è stata cosa immensamente accetta; e sono informato che il Duca n'ha scritto al Papa, e n'ha parlato qui co' suoi in modo da mostrare di averne fatto gran caso e di estimarla assai. — Dopo alcune brevi risposte e repliche dall'una parte e dall'altra, per le quali io gli dicevo di non sapere, se non commendare la prudenza del Duca nel tenere siffatta via con Vostra Eccellenza, rispetto alle condizioni nostre e al nostro Stato, le quali cose non potevano essere che a vantaggio di lui stesso; egli confermò il mio dire con grande efficacia. Dimostrò in effetti d'intenderlo molto bene. E così, d'uno in un altro ragionamento, entrammo a parlare di Faenza. Il Duca disse: — Io non so quello che vorrà fare Faenza; se vorrà darci poca fatica, come queste altre città, o se vorrà far prova di resistere. — Gli dissi che credevo farebbe come le altre. Pure, ove nol facesse, non era che ad onore di lui, chè avrebbegli, nell'espugnarla, porta occasione di mostrare là propria virtù e valore. Rispose avere ciò a caro, e che pensava combatterla aspramente. Di Bologna non accadde ragionare. Gli furon grate le ambasciate di raccomandazioni che gli feci per parte de' vostri, del signor Don Alfonso e del cardinale; e soprattutto di quest'ultimo, del quale disse tanto bene e mostrò amarlo tanto, che non poteva saziarsi mai di dirne.

»Stati così insieme una buona mezz'ora, tolsi licenza, e il Duca montò a cavallo e partì di qui. Questa sera sarà a Gradara: domani andrà a Rimini; e quindi seguiterà il suo viaggio. Egli ha con sè tutta la gente di artiglieria. E per altro non va così lento — la qual cosa mi disse egli stesso, — se non perchè non vuol dividersi dall'artiglieria.

»In questa Terra sono alloggiate 2000 persone o più: non han fatto alcun danno notevole. Il contado è stato tutto pieno di soldati; ancora non sappiamo, se abbiano arrecato gran danno. Alla Terra non è concesso privilegio nè esenzioni di sorta. Il Duca vi lascia per luogotenente un dottor Forlivese. Dalla rôcca ha tolto 70 pezzi d'artiglieria; nè la guardia, che v'ha lasciata, è gran fatto numerosa.

»Dirò a Vostra Signoria una cosa, della quale ho più riscontri; ma mi è stata espressamente detta da un cavalier portoghese, soldato del duca Valentino, ch'è alloggiato qui, ove son io, in casa di mio genero, con 15 cavalli, ed è uomo molto dabbene ed amico del signor duca Ferrando nostro, perchè stette col re Carlo. Si dice adunque che questa Terra il Papa l'assegna in dote a madonna Lucrezia; alla quale dà per marito un Italiano, che sarà sempre amico di Valenza. Se ciò sia vero non so: si ritiene così.

»Quanto a Fano, il Duca non l'ha avuta. V'è stato dentro cinque giorni; ma nè lui l'ha domandata, nè i cittadini gliel'han resa. Sua è, e sua sarà, se lo vorrà. Loro dicono che il Papa gli ordinasse di non impacciarsi di Fano, se i cittadini proprii non lo dimandassero; e così sono rimasti nello stato ch'erano.

»Omissis.