»La vita del Duca è questa: va a letto a 8, 9 e 10 ore di notte. Il giorno appresso poi a 18 ore è l'alba, a 19 sorge il sole, e a 20 è giorno fatto. Levatosi, subito va a tavola, e lì sbriga dappoi le faccende. Lo si tiene animoso e gagliardo e liberale, e si pensa che faccia buon conto degli uomini dabbene. Aspro nelle vendette: così dicono le informazioni di molti. Animo vasto e cupido di grandezza e fama, par che curi più lo acquistar di Stati che stabilirli e ordinarli. — Pesaro, giovedì 29 ottobre, ora 6ª della notte, 1500. Di Vostra Illustrissima Eccellenza Ducale servo Pandulphus.
»Seguito del Duca: — Bartolomeo di Capranica, maestro del Campo. — Piero Santa Croce. — Giulio Alberino. — Mario Don Marian de Stephano. — Un suo fratello. — Menico Sanguigni. — Giovan Battista Mancini. — Dorio Savello. (Tutti gentiluomini romani.)
»In casa del Duca uomini di conto: — Vescovo di Elna. — Vescovo di Santa Sista. (Spagnuoli.) — Vescovo di Trani, italiano. — Un Abate napoletano. — Il signor Ramiro dell'Orca, governatore: questo fa tutto. — Don Hieronymo, portoghese. — Messer Agabito da Amelia, segretario. — Messer Alessandro Spannocchia, tesoriere, il quale ha detto che il Duca, poichè partì da Roma, ha sin qui di spesa ordinaria 1800 ducati il giorno.»[115]
Nella sua lettera il Collenuccio non fece menzione di questo, che egli stesso rivolse a Cesare, al nuovo padrone di Pesaro, un richiamo contro il suo antico signore, Giovanni Sforza, e che fu da colui rimesso in possesso di tutti i suoi beni confiscati. Pochi anni appresso egli ebbe a pentirsi amaramente del passo fatto. Guido Postumo invece, i cui beni furono tolti da Cesare, erasi rifugiato presso i Rangoni a Modena. Lo Sforza era il 2 novembre a Venezia, ove, stando all'asserzione del Malipiero, voleva vendere alla Repubblica il suo paese; ma le sue proposte furon respinte. Di là andò a Mantova. Le due città erano allora l'asilo de' tiranni detronizzati. Specialmente il bel castello de' Gonzaga in Mantova, protetta dalle gore che attorno vi forma il Mincio, dava, e diede ancora per lungo tempo dappoi, ospitalità a quella specie di fuggiaschi.
Caduta Pesaro, anche Rimini scacciò i suoi odiati tiranni, i fratelli Pandolfo e Carlo Malatesta. Quindi Cesare andò ad assediar Faenza. Il giovane signore, Astorre, s'arrese finalmente all'avversario il 25 aprile 1501, dietro solenne promessa di libertà. Malgrado di ciò Cesare mandò l'infelice a Roma, ove col fratello Ottaviano e con altre vittime fu cacciato prigione in Castel Sant'Angelo. Era questi Astorre, che un tempo il cardinale Alessandro Farnese avrebbe voluto sposare con la figliuola della sorella Giulia. Ed ora forse lo sventurato dovette deplorare che l'unione non si fosse effettuata.
XVIII.
In quel mentre Lucrezia col suo bambino Rodrigo era nel palazzo presso San Pietro. Se pure avesse voluto ancora rimpiangere la perdita del marito, il padre non le lasciò tempo di abbandonarsi a tali sentimenti. Egli seppe solleticarne la leggerezza e la vanità. Il morto Alfonso doveva esser sostituito da un altro Alfonso di maggior valore. Era stato appena messo da parte il duca di Bisceglie, e già s'era pensato a un nuovo matrimonio. Nel novembre del 1500 si cominciò già a dire che Lucrezia dovesse unirsi col principe erede di Ferrara, rimasto sin dal 1497 vedovo senza figliuoli, all'età di 24 anni appena. Del disegno fu primo a darne notizia Marin Gorzi, nuovo ambasciatore di Venezia a Roma, alla sua Signoria, il 26 di quel mese. Ma già molto prima, anzi indubbiamente sin da quando il marito di colei ancora viveva, s'era pensato in Vaticano al nuovo legame. È fuori di dubbio che nel Natale del 1500 si parlò pure di un matrimonio col duca di Gravina. Quest'Orsini era così poco spaventato della sorte toccata a' due mariti di Lucrezia, che nel dicembre venne a Roma per impegnarsi con lei. Probabilmente non si mirò che ad adescarlo con tale prospettiva per tenersi sicuri de' servizii degli Orsini.
Il disegno di maritar Lucrezia con Alfonso di Ferrara era stato immaginato da Alessandro. Egli desiderava questo matrimonio così pel meglio della sua diletta figliuola, come pel vantaggio di Cesare. Così assicurava a costui non solo il possesso della Romagna, che la Repubblica di Venezia poteva strappargli, ma gli slargava anche maggior campo per dar séguito alle sue mire su Bologna e Firenze. Era inoltre un mezzo per far entrare nelle vedute de' Borgia anche le dinastie di Mantova e di Urbino, imparentate con quella di Ferrara. Poteva altresì diventare punto di partenza per una più grande lega tra la Francia, il Papa, gli Stati di Cesare, Ferrara, Mantova e Urbino. E questi alleati eran forti abbastanza da assicurare Alessandro e la casa sua contro ogni nemico.
Prima di tutto il re di Francia aveva bisogno del Papa, se voleva raffermare lo stato suo in Italia. Possedeva quivi Milano, e poteva conquistare la metà del reame di Napoli, e quindi tenerlo come feudatario della Chiesa. Difatto Spagna e Francia avevano già concluso quello scellerato trattato di spartizione di quel reame, cui Alessandro VI poteva ancora prestare o rifiutare consentimento.
Per guadagnare il duca di Ferrara alla sua audace proposta, Alessandro si servì primieramente di un modenese, che gli era molto devoto, Giambattista Ferrari, antichissimo servitore di Ercole, e che egli aveva creato datario prima, poi cardinale. Il Ferrari non si peritò di fare al duca la proposta di matrimonio, in vista — così scrisse — de' grandi vantaggi che dovevano derivarne per lo Stato del duca.[116] L'imbarazzo di Ercole non fu minore di quello, in congiuntura simile, provato dal re di Napoli, Federigo. Il suo orgoglio ne fu irritato. La figlia, la nobile marchesa Isabella di Mantova, e la cognata di costei, Elisabetta di Urbino, ne furono fuori di sè. Il giovane Alfonso da parte sua manifestò la più profonda ripugnanza. V'era pure che s'aveva in animo di sposare il principe erede con una principessa della Casa reale di Francia, con Luisa, la vedova del duca di Angouleme.[117] Ercole rispose con un deciso rifiuto.