Alessandro aveva previsto la resistenza, ma non disperò di abbatterla. Con più viva insistenza fece ancora rappresentare al duca i vantaggi di quella unione e i danni del rifiuto: da una parte la sicurtà degli Stati di Ferrara e l'accrescimento loro; dall'altra la nimicizia del Papa e di Cesare, e forse anche di Francia.[118] Tanto era certo della vittoria, che non faceva mistero alcuno del divisato matrimonio, e ne parlò insino in Concistoro con soddisfazione come di cosa fatta.[119] Importava aver favorevole la Corte francese. E ciò non fu difficile, mentre appunto in quel tempo Luigi XII voleva che l'esercito suo, attraverso lo Stato della Chiesa, andasse di Toscana a Napoli, la qual cosa non era possibile, senza essere col Papa ne' termini della migliore intelligenza. Ma questi poteva soprattutto far assegnamento sull'appoggio del cardinale d'Amboise, quello, cui Cesare Borgia aveva un tempo portato in Francia il cappello rosso, e i pensieri ambiziosi del quale si levavano sino al trono papale. E a questo egli sperava poter giungere dopo la morte di Alessandro, mediante appunto l'influenza dell'amico suo Cesare e de' cardinali spagnuoli.

Ciò non di meno è un fatto che sul principio Luigi XII era risolutamente avverso al matrimonio. Cercò pure sventarlo. Da parte sua per niun conto voleva aggrandita la potenza di Cesare e del Papa. Desiderava in quella vece consolidare durevolmente l'influenza sua su Ferrara, mediante l'unione di Alfonso con una principessa francese. Alessandro aveva nel maggio spedito in Francia un segretario per indurre il re a rendersi mediatore del matrimonio; ma questi si mostrò alieno dal farlo.[120] Egli aveva bensì messo ostacolo alla invasione di Cesare nell'Italia centrale; cosicchè i tentativi di costui su Bologna e Firenze andarono a vuoto.

Il disegno quindi di matrimonio si sarebbe risoluto in nulla, se proprio in quel tempo non fosse capitata la spedizione francese per Napoli. A noi è lecito tenere, che l'aver il Papa permessa quella dipendesse, oltre gli altri motivi, anche dall'assenso dato dal re a quel matrimonio.

Il 13 giugno 1501 Cesare in persona, nominato già dal padre Duca di Romagna, venne secretamente a Roma, ove si fermò tre settimane. E anch'egli, per quanto era in lui, pose in moto ogni arte per l'effettuazione del disegno. Poscia con i suoi soldati seguì il maresciallo francese Aubigny. Il quale, muovendo con l'esercito da' pressi di Roma, irruppe nel Napoletano per portarvi la più empia delle guerre di conquista, fra i cui orrori la casa Aragonese doveva in brevissimo tempo trovare la sua rovina.

Sin dal giugno la Corte francese cedette al desiderio del Papa, e cominciò a far valere per lui la propria influenza in Ferrara. Ciò risulta da un dispaccio dell'inviato ferrarese in Francia del 22 giugno. Egli informava Ercole di aver rappresentato al re, come il Papa minacciasse togliere al duca lo Stato, ove questi non acconsentisse al matrimonio; e il re aver risposto che Ferrara stava sotto la sua protezione, e solo insieme con la Francia poteva cadere. L'inviato esprimeva il timore che il Papa si servirebbe dell'investitura di Napoli, alla quale il re aspirava, per ottener presso costui favore al disegno. Da ultimo scriveva al duca che monsignor De Trans, il più influente uomo che fosse alla Corte del re, lo consigliava ad accettare il matrimonio a condizione del pagamento di 200,000 ducati, della remissione dell'annuo canone per Ferrara, e di certi benefizii per i membri della casa d'Este.[121]

L'Amboise mandò l'arcivescovo di Narbona e altri agenti a Ferrara, perchè persuadessero il duca. Il re stesso gli scrisse. Lo sollecitava a dare il suo assenso, e negava ora per Don Alfonso la mano di una principessa francese. Contemporaneamente con i messi di Francia, facevan ressa intorno al duca gl'inviati del Papa e gli agenti di Cesare. Egli fu avviluppato in una rete d'intrighi; e finalmente la paura lo indusse a chinare il capo.

L'8 di luglio faceva già dichiarare a Luigi XII di esser pronto ad acconciarsi al voler suo, purchè gli riuscisse d'accordarsi col Papa sulle condizioni.[122] Egli intendeva essersi inchinato solo a' comandamenti del re; ma il re a sua volta non aveva consigliato il matrimonio per altro, se non perchè aveva bisogno del Papa. Nell'atto stesso che faceva premura presso Ercole perchè acconsentisse, lo consigliava di non affrettarsi a mandare il figliuolo Don Ferrante a Roma per condurre a fine la cosa; ma di protrarla in lungo quanto più potesse, sinchè egli stesso, il re, non fosse nel settembre venuto in Lombardia. Fece bensì assicurare Ercole ch'egli stava fermo alla fitta promessa della mano di madonna d'Angouleme per Don Alfonso; e apertamente esternava il suo dispiacere per quel matrimonio.[123] Diceva all'inviato ferrarese che reputerebbe il duca uomo inetto, se volesse sposare il proprio figlio con la figlia del Papa; perchè, il giorno che il Papa fosse morto, egli non più saprebbe con chi aveva stretto questo parentado; e in modo ancora più cieco opererebbe Alfonso, accettando.[124]

E infatti anche il duca non si diede fretta punto. È vero che mandò a Roma il suo segretario Ettore Bellingeri, ma solo per dichiarare al Papa ch'egli voleva ottemperare a' desiderii di Francia, posto però che anche le domande sue fossero soddisfatte. Il Papa invece e Cesare esigevano la pronta conclusione de' patti matrimoniali, e incalzavano presso il cardinale Della Rovere, ch'era allora a Milano, per ottenere da Ercole che mandasse a lui il figlio Alfonso, affinchè, sotto gli occhi del cardinale stesso, l'affare fosse terminato. Ciò il duca negò. Innanzi a ogni altra cosa egli voleva che il Papa accettasse le condizioni poste al suo consentimento.[125]

Mentre queste pratiche umilianti per Lucrezia procedevano lentamente, Cesare era in Napoli strumento e spettatore della rapida caduta di quella casa d'Aragona, da lui tanto odiata, e sul cui trono non gli fu concesso elevarsi. Ma Alessandro approfittò dell'occasione per impadronirsi de' beni de' baroni del Lazio, specialmente di quelli de' Colonna, de' Savelli e degli Estouteville, i quali tutti la guerra di Napoli aveva privati d'ogni difesa. La confiscazione di quei beni, come presto vedremo, si collegava col disegno di matrimonio. Egli aveva fatto occupare parecchie città di quei signori già nel giugno 1501, valendosi della pressione dell'esercito francese accampato presso Roma. Il 27 luglio andò egli stesso a Sermoneta con cavalieri e fantaccini.

Fu allora, che, prima di mettersi in viaggio, pose la figlia luogotenente suo in Vaticano. Ecco le parole del Burkard: «Prima che Sua Santità, Signor Nostro, lasciasse la città, affidò tutto il palazzo e gli affari in corso a donna Lucrezia Borgia, sua figlia, e le diede facoltà di aprire le lettere indirizzate a Sua Santità; nei casi di maggior rilievo essa doveva prender consiglio dal signor cardinale di Lisbona.