»Ora occorse non so qual caso; e dicesi Lucrezia essersi rivolta al detto cardinale, esponendogli l'incarico del Papa e l'affare. E quegli le disse: ogni volta che il Papa fa delle proposte in Concistoro, il Vicecancelliere o un altro cardinale per esso suole sottoscriverle, e prendere nota delle opinioni dei votanti; così anche ora fa d'uopo che alcuno sottoscriva ciò che è stato detto. Al che Lucrezia replicò di saper benissimo scrivere. — Ov'è la vostra penna? — domandò il cardinale; Lucrezia capì lo scherzo, e sorrise; e così terminarono in modo conveniente la conferenza.»
I negozii dal Papa alla figlia affidati si riferivano realmente solo alle cose temporali, non alle ecclesiastiche. Pure procedimento così impudente non s'era visto mai. Codesta distinzione, la maggior prova di favore che il padre potesse darle, muoveva senza dubbio anche da altre ragioni. Proprio in quei giorni Alessandro era stato assicurato dell'assenso di Alfonso d'Este al matrimonio, e pel contento provatone fece Lucrezia reggente in Vaticano. Questo volle quasi significare da parte sua il riconoscimento di una persona politica nella futura duchessa di Ferrara. E imitava così l'esempio di Ercole e di molti altri principi, che, dovendo assentarsi dagli Stati loro, solevano affidarne i negozii alle mogli.
Non era stato facile al duca di vincere l'avversione del figliuolo. Perchè niente poteva tanto profondamente offendere il giovane principe, quanto il domandargli che facesse di Lucrezia Borgia la moglie sua. Non lo sgomentava già l'origine illegittima. Questa macchia non aveva gran peso in quel tempo in cui i bastardi fiorivano, ed erano per tutto in auge ne' paesi latini. Molte dinastie italiane n'erano intinte, gli Sforza, i Malatesta, i Bentivoglio, anche gli Aragonesi di Napoli. Anzi lo stesso magnifico Borso, primo duca di Ferrara, era stato fratello illegittimo di Ercole, suo successore. Se non che Lucrezia era la figlia di un Papa; era nata da un sacerdote. E in ciò, pel sentimento degli Este, stava il lato ignominoso della sua origine, forse anco uno scrupolo religioso. Nè la vita licenziosa del padre, nè i delitti di Cesare potevano far calare la bilancia della morale della corte di Ferrara. Nondimeno niuna casa principesca fu giammai così corrotta da non curarsi punto della fama di una donna, che fosse destinata a divenire uno de' suoi membri più importanti.
Alfonso doveva essere il marito di una giovane, che, ancora in età di 21 anno, aveva già corso tante vicende. Due volte promessa legalmente sposa, due volte maritata, due volte per vie criminose rimasta vedova. La riputazione di Lucrezia ispirava veramente ripugnanza. E non era possibile che Alfonso, tuttochè uomo galante e mondano, credesse alla virtù sua, anche negando fede a' più turpi rumori che sul conto di lei correvano. La cronaca scandalosa di ciò che accadeva in una corte si diffondeva allora rapida, come oggidì, di corte in corte. Mercè gli agenti suoi il duca, e con lui il figlio, erano appuntino informati di quanto realmente succedeva nella famiglia Borgia, e anche di ciò che s'inventava sul conto della stessa. Gli abominevoli motivi, che l'oltraggiato Sforza aveva attribuiti al padre di Lucrezia per lo scioglimento del suo matrimonio, erano stati immediatamente riferiti al duca a Ferrara. Un anno dopo l'agente di costui in Venezia gli aveva partecipato, accertarsi da Roma che la figlia del Papa aveva partorito un bambino illegittimo.[126] Oltracciò tutte quelle satire, con le quali i nemici de' Borgia non risparmiavano nemmeno Lucrezia, erano ben note alla corte di Ferrara, e sicuramente v'erano state gustate con maligno riso. Converrà egli ora credere che gli Este reputassero quei rumori e quelle satire come appieno fondate, e che, malgrado di ciò, passando sopra all'onor loro, si fossero contentati d'introdursi in casa una Taide, invece di seguire, con pericoli di gran lunga minori, l'esempio di Federigo di Napoli, che costantemente ricusò la mano di sua figlia a Cesare Borgia?
Qui è il caso di sottoporre le imputazioni di Lucrezia ad un esame, il quale per avventura sarà breve, dopo quel che con tanto successo n'è stato già detto dal Roscoe e da altri. La serie de' suoi accusatori tra i contemporanei non è piccola. Per non citare che i più notevoli, d'incesto l'hanno accusata in modo esplicito o per allusione i poeti Sannazzaro e Pontano; gli storici e politici Matarazzo, Marco Attilio Alessio, Pietro Martire, Priuli, Machiavelli e Guicciardini. Da costoro presero in prestito il giudizio loro i posteri, a venire giù giù sino al tempo nostro. Dall'altro canto stanno i lodatori di Lucrezia, contemporanei e loro successori sino al presente.
Fissiamo bene primieramente questo punto. Gli accusatori e le accuse contro Lucrezia non possono riferirsi che al periodo di sua vita in Roma; e gli ammiratori non si mostrano che nel secondo periodo, quando essa era duchessa di Ferrara. Tra questi ultimi non sono uomini meno celebri che tra gli accusatori: Tito ed Ercole Strozzi, il Bembo, Aldo Manuzio, il Tebaldeo, l'Ariosto, tutti i cronisti di Ferrara e il biografo francese del Bayard. Essi fan tutti testimonianza dell'onoratezza di quella durante il periodo di Ferrara, ma non del suo passato in Roma. Epperò il difensore di Lucrezia non può attingere da loro che prove negative. A lui convien dire che personaggi nobili, come l'Aldo, il Bembo, l'Ariosto, malgrado della loro tendenza all'adulazione cortigiana, non potevano esser mai tanto impudenti da magnificare una donna come l'ideale delle donne del tempo loro, dove l'avessero stimata colpevole o anche capace soltanto di quelle turpitudini, nelle quali poco innanzi era incorsa. In tal caso l'Ariosto stesso diventerebbe per noi un uomo abominevole.
Che se ora interroghiamo gli accusatori di Lucrezia, solo i testimoni di Roma possono avere un valore reale. Il più accanito de' nemici di quella, il Guicciardini, non appartiene al novero di costoro. Ciò ch'egli riferisce sul conto di lei non ha altrimenti determinato il giudizio dei posteri, se non perchè egli era uomo di Stato e storico famoso. Egli stesso attinse la sua opinione o alle voci che correvano o alle satire del Pontano e del Sannazzaro. E ambo questi poeti vivevano a Napoli, non a Roma. I loro epigrammi non provano che l'odio ben fondato contro Alessandro e Cesare, istrumenti della caduta degli Aragonesi, e mostrano di quanta atrocità uomini perversi come quelli potessero esser tenuti capaci.
Di molto maggior peso dovrebb'essere la parola del Burkard, osservatore quotidiano degli avvenimenti in Vaticano. Contro di lui s'è particolarmente rivolto il furore dei papisti, pe' quali egli è ancora oggi la fonte velenosa, cui i nemici del Papato, soprattutto i protestanti, avrebbero attinto le loro calunnie sul conto di Alessandro VI. Il furore si spiega. Il Diario del Burkard, oltre il giornale dell'Infessura, che già sino dagl'inizii del 1494 rimane interrotto, è l'unico scritto composto in Roma intorno alla Corte di Alessandro, ed ha al tempo stesso un carattere officiale. Ma quei, che sono usi a palliare ogni azione papale, avrebbero frenato il loro odio contro il Burkard, dove avessero conosciuto le relazioni degli ambasciatori veneti e i dispacci di tanti altri inviati, di cui qui s'è fatto tesoro.
Il Burkard è così poco malevolo da tacere tutte le relazioni intime di Alessandro. Egli nota soltanto fatti, non voci vaghe; ed anche quelli attenua o diplomaticamente vi stende sopra un velo. Non egli, ma l'ambasciatore veneto, Polo Capello, informa come Cesare Borgia pugnalasse il cameriere Perotto, che s'era rifugiato sotto il manto del Pontefice. Che Cesare avesse ammazzato il fratello Gandia, lo dice apertamente lo stesso ambasciatore, e lo dice pure un agente ferrarese: il Burkard non ne fa motto.[127] Egli non parla neppure del fatto di aver Cesare spedito all'altro mondo il cognato Alfonso. Le relazioni de' membri della famiglia Borgia tra loro o con persone estranee, come i Farnesi, i Pucci e gli Orsini; tutta quella immensa rete d'intrighi nella Corte del Papa; la lunga serie di delitti commessi; le estorsioni di danaro; il mercato di cappelli cardinalizii; e tante altre cose, delle quali i dispacci degl'inviati son pieni; tutto ciò non lo apprendiamo dal Burkard. Vannozza stessa egli non nomina che una volta sola, e nemmeno sotto il suo nome esatto. Nulla di meno due luoghi soltanto di quel Diario hanno principalmente suscitata la massima irritazione: la notizia dell'orgia delle 50 cortigiane in Vaticano, e l'accusa contro i Borgia nella lettera anonima a Silvio Savelli. Questi due luoghi si trovano riprodotti in tutte le copie conosciute, e, senza dubbio, derivano dall'originale del Diario. Che la lettera a Silvio non sia invenzione del Burkard nè di protestanti male intenzionati, lo mostra il fatto, che anche Marin Sanuto l'ha inserita nel suo Diario. Che similmente nè il Burkard nè altri venuti più tardi abbiano escogitata la favola del baccanale in Vaticano, lo mostra appunto quella lettera, il cui autore vi si riferisce come a fatto conosciuto. E lo prova anche il Matarazzo da Perugia. Perchè anch'egli lo racconta, non dietro le parole del Burkard, il cui manoscritto difficilmente potè mai vedere; ma dietro notizie da lui direttamente attinte. Egli osserva di più, che a queste dava piena fede, perchè l'accaduto — dic'egli — è stato conosciuto per ogni dove, e io n'ho scritto, perchè le persone che me lo hanno assicurato non sono soltanto il popolo romano, ma l'italiano.
Questa osservazione fa chiaramente scoprire la fonte dello scandaloso racconto: la tradizione popolare. Forse dovette formarsi in occasione di qualche festa data realmente da Cesare nell'abitazione sua in Vaticano. Colà un'orgia di quella natura o qualcosa di simile può bene aver avuto luogo. Pure chi oserà credere che Lucrezia stessa, già legalmente moglie di Alfonso d'Este, e in procinto di partirsi per Ferrara, abbia potuto assistervi come spettatrice col sorriso sulle labbra?