Il 4 settembre un corriere portò la nuova che il contratto di matrimonio era stato sottoscritto a Ferrara. Alessandro fece immediatamente tirare colpi di cannone da Castel Sant'Angelo e illuminare il Vaticano. Tutta Roma risuonò delle grida di gioia de' partigiani di casa Borgia.

Questo momento fu il punto culminante nella vita di Lucrezia. Se ambizione e brama di mondana grandezza albergavano nell'anima sua, oramai aveva la certezza di salire su uno de' più antichi troni principeschi d'Italia. Che se invece rimorso e avversione per tutto ciò che in Roma la circondava, ed aspirazione ad uno stato migliore erano in lei più forti di quei vanitosi sentimenti, oramai un tranquillo porto le s'apriva d'innanzi. Essa diventava moglie di un principe, che non aveva fama di uomo geniale e finamente colto, ma di pratico e amante della pace. Lo aveva visto nella sua prima gioventù, quando quegli venne a Roma ed ella era la promessa dello Sforza. Nessun sacrifizio forse le sarebbe parso troppo duro, pur di cancellare le rimembranze di quei nove anni nell'intervallo trascorsi. La vittoria ch'ella ora, grazie all'assentimento di casa d'Este, aveva riportata, andava congiunta con una profonda umiliazione. A lei non era ignoto che Alfonso, solo dopo lunga resistenza e costretto, s'era lasciato andare ad accettarne la mano. Una donna audace e di spirito intrigante sarebbe passata sopra a siffatta umiliazione, forte nella coscienza del suo genio e delle arti sue. Altra, anche meno forte, ma bella e dotata di grazia, avrebbe potuto provare grande attrattiva all'idea di disarmare un uomo ricalcitrante, mercè il fascino della sua persona. Ma la questione, se fosse dell'onor suo maritarsi con un uomo, che non l'aveva voluta per libera elezione, ovvero, se l'orgoglio di una donna nobile non dovesse respingere un matrimonio in condizioni simili; codesta questione, una donna vana come Lucrezia, forse non se la pose mai; o se lo fece, certo, nè Cesare nè il padre le consentirono di esternare un dubbio così poco diplomatico. Noi non scopriamo in lei alcuna traccia d'orgoglio morale. Vediamo soltanto i segni di una gioia fanciullescamente ingenua per la fortuna che le era toccata.

Il 5 settembre fu vista per Roma con 300 cavalieri e quattro vescovi. Andò a render grazie in Santa Maria del Popolo. E, secondo il curioso costume del tempo, quando, come ne' drammi del Calderon e dello Shakspeare, col serio s'innestava sempre il comico, Lucrezia regalò il prezioso vestito, col quale era stata a pregare, al suo giullàre di corte. Ed il buffone, giubilando per le vie di Roma, gridava: «Viva la illustrissima duchessa di Ferrara! Viva il papa Alessandro!» Il grande avvenimento fu festeggiato da' Borgia e da' partigiani loro con clamorose dimostrazioni.

Alessandro raccolse un Concistoro, quasi questa faccenda di famiglia fosse un importante affare della Chiesa. Lodò con ostentazione infantile il duca Ercole, chiamandolo il più grande e il più savio principe d'Italia; lodò anche Don Alfonso, uomo più bello e più possente di suo figlio Cesare, e che per prima moglie aveva avuto la sorella dell'imperatore. Disse Ferrara essere uno Stato prospero, e la casa d'Este antica. Disse anche verrebbe ben presto a Roma un corteo nuziale di signori a prendere la sposa, e che questa sarebbe accompagnata dalla duchessa di Urbino.[137]

Cesare Borgia il 14 settembre ritornò da Napoli, dove Federigo, ultimo re di quel paese della casa d'Aragona, aveva dovuto arrendersi alla Francia. Con soddisfazione rivide la Lucrezia già qual futura duchessa di Ferrara. Il 15 giunsero gl'inviati di Ercole, Saraceni e Bellingeri. Essi dovevano adoperarsi, perchè gli obblighi dal Papa assunti fossero adempiuti il più presto possibile. Il duca non si fidava di lui: egli era uomo pratico. Non intendeva mandare il corteo per la sposa prima di aver nelle mani le Bolle. Lucrezia appoggiava gl'inviati con tanto calore, che il Saraceni scriveva al suo signore, quella parergli già essere ottima ferrarese.[138] Ella assisteva alle negoziazioni in Vaticano, nelle quali Alessandro, a dimostrare la sua abilità linguistica, a volte si serviva senza intoppo del latino. Un giorno, per riguardo alla figlia, comandò di adoperare l'italiano. Il che prova che Lucrezia nel latino non era forte abbastanza.

Da' dispacci degl'inviati risulta che in Vaticano si era di molto buon umore. Colà canti, suoni e balli ogni sera. Uno de' più grandi diletti per Alessandro era assistere alla danza di belle donne. E quando Lucrezia e le dame di corte ballavano, ei soleva introdurre gl'inviati di Ferrara perchè ammirassero la bellezza di sua figlia. Sorridendo, diceva loro una sera, che voleva avessero visto la duchessa non essere zoppa.[139]

Fu instancabile nel passare così le notti; mentre insino Cesare, giovane e rigoglioso, ne fu stanco. Quando questi si degnò concedere udienza agl'inviati, grazia che, come scrivevano a Ferrara, appena i cardinali potevano ottenere, gli ricevette vestito, ma stando a letto. E al proposito il Saraceni notava nel suo dispaccio: «Temevo ch'ei fosse malato, avendo iersera ballato senza smetter mai; e anche oggi farà altrettanto dal Papa, presso il quale l'illustrissima Duchessa va a cena.»[140] Fu per Lucrezia un sollievo, che il Papa per alcuni giorni andasse a Civitacastellana e Nepi. Il 25 settembre gl'inviati scrivevano a Ferrara: «Questa illustrissima Madonna continua ad essere un po' indisposta e a sentirsi molto debole. Malgrado di ciò, non prende medicine, nè tralascia la trattazione degli affari, e dà udienza come di solito. Noi crediamo che l'indisposizione non avrà altra conseguenza, perchè sua Eccellenza si riguarda. Anche la quiete in questi giorni, in cui Sua Santità sarà assente, le farà bene; perchè sin qui, ogni volta che Sua Eccellenza andò dal Papa, si fece musica e ballo sin verso le 2 o le 3 della notte, e questo le ha fatto molto danno.»[141]

Un affare penoso, di cui il Papa ebbe allora ad occuparsi con gl'inviati, riguardava Giovanni Sforza, l'espulso e divorziato marito di Lucrezia. Che cosa si temesse da lui, lo dice questo dispaccio ad Ercole:

«Illustrissimo Principe ed eccellentissimo Signor nostro. — Poichè Sua Santità il Papa prende in debita considerazione le cose che potrebbero cagionare dispiacere all'animo non solo di Vostra Eccellenza e dell'illustrissimo Don Alfonso, ma altresì della signora Duchessa e anche al suo proprio, così ci ha incaricati di scrivere a Vostra Eccellenza e avvertirla a fare in guisa, che il signor Giovanni di Pesaro, che, come all'Eccellenza Vostra è stato riferito, è in Mantova, non abbia a ritrovarsi in Ferrara al tempo delle nozze. Imperocchè, comunque la separazione di lui dalla nominata signora Duchessa sia assolutamente legittima e compiuta conforme alla pura verità, come pubblicamente consta non solo pel processo fatto in questa causa, ma anche per la libera confessione di esso Don Giovanni; nulladimeno un residuo di mal animo potrebbe pur forse essergli sempre addentro rimasto. Per il che, trovandosi in luogo, ove la detta Signora potesse essere da lui veduta, Sua Eccellenza sarebbe perciò costretta a sequestrarsi in qualche camera, onde le cose passate non abbiano a tornarle in mente. Egli quindi esorta Vostra Eccellenza a voler provvedere a ciò con la solita sua prudenza. Poscia Sua Santità entrò a parlare degli affari del signor marchese di Mantova, rimproverando acremente a Sua Eccellenza che soltanto essa désse asilo e spettacolo di gente fallita e bandita non solo dal Papa, ma anche dal Re Cristianissimo. Per verità, noi ci sforzammo di scusare il signor Marchese, dicendo che, liberalissimo com'egli è, si sarebbe vergognato di negare adito nelle terre sue a quei che vi riparavano, massime a signori. E per corroborare la nostra tèsi ci servimmo di tutte le parole più accomodate al caso. Nulladimeno Sua Santità non parve restar ben soddisfatta delle nostre scuse. Per conseguenza l'Eccellenza Vostra intenda il tutto, e nella prudenza sua impartisca gli ordini che stimerà espedienti e al proposito. E così umilmente ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza.

»Roma, 23 settembre 1501.»[142]