Dietro le premure di Ercole il 17 settembre fu portata innanzi al Concistoro la quistione circa la diminuzione del canone di Ferrara da 400 ducati a 100 fiorini. Si temeva una vigorosa opposizione. Alessandro espose tutto quello che Ercole aveva fatto per Ferrara: la fondazione di chiese e monasteri, e soprattutto l'aver fortificato la città; cosicchè quella era diventata un baluardo dello Stato della Chiesa. I cardinali erano stati favorevolmente predisposti dal cardinale di Cosenza, creatura di Lucrezia, e da messer Troche, il confidente di Cesare. Consentirono alla diminuzione; e il Papa gli ringraziò, lodando specialmente i più anziani, mentre i più giovani, sue proprie creature, si eran pure mostrati più renitenti.[143]
Il giorno stesso fu presa una decisione intorno a' possedimenti strappati ai baroni da lui proscritti il 20 agosto. Questi beni, che comprendevano una gran parte della Campagna Romana, furono divisi in due territorii. L'uno ebbe per centro Nepi; l'altro Sermoneta: luoghi, a' quali Lucrezia, che n'era signora, quindi innanzi rinunziava. Alessandro investì de' due ducati i due bambini Giovanni Borgia e Rodrigo. Del primo di questi egli aveva innanzi attribuito la paternità al figlio Cesare; ma poi apertamente dichiarò esserne padre egli stesso.
Quasi non si presterebbe fede a tanta impudenza senza esempio. Pure i documenti stan lì: due Bolle indirizzate all'amato figliuolo, il Nobile Giovanni De Borgia e Infante romano: entrambi sotto la data del primo settembre 1501. Nel primo Alessandro dichiarava Giovanni, bambino di tre anni, esser figlio illegittimo di Cesare Borgia, di uomo celibe (e celibe difatti era ancora alla nascita di quello) e di donna celibe del pari. Per potestà apostolica lo legittimava e investiva di tutti i diritti de' suoi parenti. Nel secondo poi, riferendosi alla legittimazione concessa al bambino qual figliuolo di Cesare, diceva esplicitamente: «Poichè tu porti questa mancanza (di origine legittima) non dal detto duca (Cesare), ma da noi e dalla indicata donna celibe, ciò che noi per buone ragioni non abbiamo voluto esprimere nello scritto precedente, così volendo che giammai quello scritto non sia notato di difetto d'intenzione e di vizio di nullità, volendo provvedere che nel corso del tempo tu non abbia ad esser molestato, e volendo anche mostrarti speciale favore; non per istanza che tu n'abbia fatta, ma per nostra spontanea risoluzione e liberalità, e nella coscienza della piena potestà ed autorità nostra, confermiamo e ratifichiamo mercè il presente tutto quanto in quell'altro scritto è contenuto.» Rinnovava quindi la legittimazione, dichiarando che ove il bambino suo, legittimato come figliuolo di Cesare, fosse in avvenire in scritture o atti di qualunque natura nominato anche e designato come tale, e si servisse altresì dell'arme di Cesare, non avrebbe da ciò a venirgli pregiudizio d'alcuna sorta; che invece tutti simili atti dovrebbero avere la stessa forza giuridica come se il bambino fosse designato nella scritta di legittimazione qual proprio figlio suo e non di Cesare.[144]
Sembrerà strano che i due documenti siano stati emanati lo stesso giorno. Ma si spiega. Le leggi canoniche proibivano al Papa di riconoscere un suo proprio figlio. Alessandro quindi cercò cavarsi d'imbarazzo, asserendo una menzogna nella prima Bolla. Per tal mezzo rendevasi possibile la legittimazione del bambino, ovvero l'investirlo di diritti legittimi. Data poi una volta alla bugia la forza di documento, potè il Papa, senza ulteriore riserva, per riguardo al figliuolo, dire la verità e sostituirla in luogo di quella.
Cesare il primo settembre 1501 non era in Roma. Anche forse un uomo par suo avrebbe arrossito di suo padre, che faceva del figlio un rivale nel diritto di proprietà su un bastardo. Il piccolo Giovanni Borgia passò difatto più tardi, dopo la morte di Alessandro, per figliuolo di Cesare; ma anche il Papa lo designò come tale in alcuni Brevi.[145]
È ignoto chi fosse la madre del misterioso bambino. Il Burkard dice solo: una certa romana. Se Alessandro, che la chiamava donna celibe, dicesse la verità, il pensiero di Giulia Farnese sarebbe escluso. Ma potrebbe anch'essere che la seconda asserzione del Papa fosse similmente una menzogna, e che il romano Infante non fosse figlio di lui, ma fosse un bambino illegittimo di Lucrezia. Si ricorderà che nel marzo 1498 un inviato ferrarese informava il duca Ercole, assicurarsi in Roma che la figliuola del Papa aveva partorito un bambino. Questa data concorda pienamente con l'età dell'infante Giovanni nel settembre 1501. I due documenti relativi alla legittimazione di lui, serbati oggi nell'Archivio d'Este, provenivano dalla Cancelleria di Lucrezia, o perchè la stessa gli portò seco da Roma a Ferrara, o perchè più tardi se ne impossessò. L'Infante infine noi lo incontreremo alla corte di quella in Ferrara, però come suo fratello. Tutti questi fatti potrebbero indurre a pensare, che il misterioso Giovanni Borgia sia stato un figlio di Lucrezia. Pure questa opinione non ha che la forza di una mera ipotesi.
Codesto fanciullo adunque ricevette la città di Nepi come ducato, con altri 36 paesi.
L'altro territorio, col Ducato di Sermoneta e con 28 castella, fu assegnato al piccolo Rodrigo, unico figlio di Lucrezia con Alfonso d'Aragona. L'esistenza di questo bambino in mezzo alle nuove condizioni era per lei, la madre, un manifesto imbarazzo, non volendo o non potendo condurre a Ferrara un figliastro. Ad onor suo ci piace credere ch'ella fosse costretta ad affidare in mani estranee il suo legittimo figliuolo. Pare però che l'obbligo non le sia stato imposto da Ferrara. Difatto l'inviato Gerardi, dando notizia il 28 settembre al suo signore di una visita a madonna Lucrezia, scriveva: «Poichè il figliuolo di lei era presente, colsi abilmente l'occasione per domandarle che cosa n'avrebbe fatto; ed ella mi rispose: resterà a Roma, e avrà la sua rendita di 15,000 ducati.»[146] E in realtà si provvide al piccolo Rodrigo largamente. Fu messo sotto la tutela di due cardinali, del patriarca di Alessandria e di Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza. Venivano a lui le entrate di Sermoneta, e anche quelle di Bisceglie, eredità del suo infelice padre. Perchè il 7 gennaio 1502 il re Ferdinando e la regina Isabella di Castiglia diedero facoltà al loro ambasciatore in Roma, Francesco de Roxas, di confermare in persona di Rodrigo il possesso del Ducato di Bisceglie e della città di Quadrata. E, secondo questo atto, i titoli suoi erano: Don Rodrigo Borgia di Aragona, duca di Biselli e Sermoneta e signore di Quadrata.[147]
XX.
Lucrezia era impaziente di lasciar Roma, che, come diceva agl'inviati di Ferrara, le sembrava una prigione. Il duca a volta sua non era meno di vedere terminato questo negozio. Ma la spedizione della nuova Bolla d'investitura si faceva aspettare. E la cessione di Cento e di Pieve non poteva aver luogo senza il consentimento del cardinale Giuliano Della Rovere, che viveva in Francia ed era arcivescovo di Bologna. Ercole quindi tratteneva l'invio del corteo nuziale, abbenchè la stagione, che si avanzava nell'inverno, divenisse sempre meno prospera per un viaggio così difficoltoso. Tutte le volte che Lucrezia vedeva gl'inviati di Ferrara, gl'interrogava quando verrebbe il corteo per condurla via. Ella faceva ogni sforzo per togliere le difficoltà. È vero che i cardinali tremavano innanzi al Papa e a Cesare; pure temporeggiavano prima di sottoscrivere quella Bolla, mercè la quale la Chiesa perdeva il canone di Ferrara. E per lo meno non volevano estendere l'esenzione a tutta la discendenza di Alfonso e di Lucrezia, ma concederla tutt'al più sino alla terza generazione. Il duca scrisse premurosamente al cardinale di Modena e a Lucrezia, la quale finalmente nell'ottobre venne a capo della cosa, e se n'ebbe altissime lodi dal suocero. Appunto della prima metà di ottobre vi sono molte lettere sue al duca e di questo a lei. Esse mostrano la crescente fiducia che si stabiliva fra i due. Evidentemente Ercole cominciava a riconciliarsi con questo matrimonio, causa una volta per lui di tanto disgusto. Nella nuora egli scopriva più intendimento di quello che aveva supposto. Essa gli scrisse pure una lettera piena di adulazione, soprattutto quando sentì che il duca era indisposto. Ed Ercole la ringraziò di avergli scritto di propria mano, nel che vedeva una particolar prova di affezione.[148]