Ad Ercole stesso gl'inviati riferirono: «Quando abbiamo annunziato alla illustrissima duchessa la malattia di Vostra Eccellenza, Sua Altezza mostrò il più grande dolore; impallidì e restò un pezzo sopra pensiero. Le rincresceva molto di non trovarsi a Ferrara per curare con le proprie mani la Eccellenza Vostra, quando ella lo avesse gradito. Così pure, allorchè cadde la sala nel Vaticano, curò essa per 14 giorni Sua Santità, e non trovò in quel tempo mai pace, non volendo il Papa esser trattato che per mano di lei.»[149]
Era naturale che la malattia del suocero spaventasse Lucrezia. La morte di lui avrebbe, se non fatta svanire, sicuramente differita l'unione sua con Alfonso. E di più essa non aveva alcuna prova che l'avversione del futuro marito fosse cessata. In tutto questo periodo non troviamo alcuna lettera d'Alfonso a lei, nè di lei ad Alfonso. Un silenzio sì intero è per lo meno singolare. In maggiore apprensione ancora doveva cader Lucrezia al pensiero che il padre potrebbe morire. Questa morte sarebbe, senza alcun dubbio, stata la risoluzione del matrimonio con Alfonso. Alessandro ammalò in effetto poco dopo la malattia d'Ercole. Si tirò addosso un'infreddagione, e ne perdette un dente. Per impedire che giungessero a Ferrara voci esagerate, fece chiamare l'inviato del duca e gli ordinò di scrivere al suo signore che l'indisposizione sua era di lieve conto. «Se il duca fosse qui,» disse il Papa, «vorrei, con tutta la mia faccia fasciata, invitarlo a venir meco a cacciare un cignale.» E l'inviato osservava nel dispaccio che il Papa, per riguardo alla salute sua, meglio farebbe di non lasciare il palazzo prima del far del giorno per non rientrarvi poi che verso notte. Perchè appunto codeste erano le sue cattive abitudini; e s'era anche cercato con amorevoli modi di farglielo intendere.[150]
D'ogni banda giungevano felicitazioni ad Ercole e al Papa. Cardinali e ambasciatori magnificavano nelle lettere la bellezza e la sagacia di Lucrezia. L'ambasciatore spagnuolo la lodava con espressioni infinite; ed Ercole lo ringraziava per questa testimonianza resa alla nuora delle virtù di lei.[151] Anche il re di Francia esternava il suo estremo contento per un avvenimento, che, come ora riconosceva, avrebbe arrecato il massimo giovamento allo Stato di Ferrara. Nel Concistoro il Papa, tutto raggiante di gioia, diè lettura delle felicitazioni mandategli da quel monarca e dalla moglie. Luigi XII era sceso insino a mandar lettera a madonna Lucrezia, in piedi della quale aveva messo due parole autografe. Alessandro ne fu tanto entusiasmato, che mandò a Ferrara copia dello scritto. Solo dalla Corte di Massimiliano nulla di tutto ciò. L'imperatore, invece, se ne mostrava tanto stizzito, che Ercole ebbe a concepirne inquietudine, come ce lo fa sapere questa lettera a' due suoi ambasciatori in Roma:
«Il Duca di Ferrara, ec. Amatissimi nostri. — Noi non abbiamo più nulla significato a Sua Santità, Signor Nostro, circa l'attitudine dell'eccellentissimo Re de' Romani verso di lui, dappoi che messer Michele Remolines si partì di qua, perchè non sapemmo intorno a ciò nulla di certo. Ma ora da persona degna di fede, con la quale il detto re avrebbe discorso, ci si dice, che Sua Maestà è molto incollerita, e s'esprime contro Sua Santità in tono di vivissimo biasimo; e riprova anche il parentado che noi con la stessa abbiam concluso; il che per altro aveva già fatto con lettere a noi dirette, prima della conclusione del matrimonio, sconsigliandoci da quella unione, siccome vedrete dalle copie di tali lettere. Noi ve le mandiamo qui alligate. Esse furono mostrate e date a leggere agli ambasciatori di Sua Santità che sono qui. Ora, tuttochè noi, per quel che ci riguarda, non diamo gran peso alla opinione di Sua Maestà, poichè siamo stati mossi da ragionevoli motivi, e ogni di più ce ne sentiamo soddisfatti; nulladimeno ci pare conveniente, per rispetto al nostro parentado con Sua Santità, e affinchè la stessa secondo la saggezza sua si formi un giudizio sulla indicata dimostrazione, di esternarle su ciò l'opinione nostra. Noi siamo convinti che Sua Santità nella sua saviezza saprà bene esaminare e discernere fino a qual punto il malumore di Sua Maestà debba essere preso in considerazione.
»Voi quindi comunicherete tutto a quella e le farete anche vedere le copie, se ciò vi sembra conveniente. Ma in nome nostro dovete pregarla di non chiamar noi in colpa di ciò, anche nel caso, in cui per gravi motivi facessimo giungere le dette copie in altre mani. — Ferrara, 23 ottobre 1501.»
Il duca non istette più ad oscillare. Già sui primi di ottobre aveva scelto i componenti del corteo, la cui partenza però da Ferrara fece ancora dipendere dal seguito delle negoziazioni sue col Papa. Fissare all'uopo le persone sì ferraresi come romane fu questione d'altissima importanza, sulla quale ci porge schiarimenti un dispaccio di Gerardo del 6 ottobre:
«Illustrissimo Signore, ec. — Oggi, 6, Ettore ed io fummo soli dal Papa con le lettere di Vostra Signoria, del 26 del passato mese e del primo del corrente, e con la lista della comitiva. Questa è molto piaciuta a Sua Santità; parendole onorevolissima e ricca, massime perchè vi sono esattamente specificate condizione e qualità delle persone. Come ho inteso da ottima via, Vostra Eccellenza ha in ciò superato il credere del Papa. Dopo esserci alquanto fermati a parlare con Sua Santità, questa, come Vostra Signoria intenderà per le cose infrascritte, fece chiamare l'illustrissimo duca di Romagna e il cardinale Orsini. Erano anche presenti monsignor di Elna, monsignor Troche e messer Adriano. Il Papa volle che la lista fosse letta di nuovo, e fu ancor più commendata, particolarmente dal duca, il quale dimostrò aver conoscenza di parecchie delle persone nominate. Egli la ritenne anche; e gli fu gratissimo che io gliela rendessi, volendo egli restituirmela.
»Noi procurammo di avere la lista della comitiva, che dovrà venire con l'illustrissima duchessa; ma non è ancora in ordine. Sua Santità dice che vi saranno poche dame, per essere queste Romane selvatiche e male atte a cavallo. Sinora la duchessa ha presso di sè 5 o 7 donzelle da marito, 4 fanciulle e 3 dame anziane; e queste resteranno con lei. Forse se ne aggiungerà qualche altra. Ma s'è cercato con destrezza di distogliercela, dicendole che troverebbe infinite dame d'onore in Ferrara. È con lei puranche una madonna Geronima, sorella del cardinale Borgia, maritata con un Orsini. Costei le farà compagnia con tre donne. Altre sin qui non vi sono. Credo, come han detto, si sforzeranno ritrovarne persino a Napoli; ma pensano poterne aver poche, e solo per accompagnare la duchessa. La duchessa d'Urbino ha fatto intendere che verrebbe con 50 cavalli. Di uomini anche Sua Santità dice esservene carestia, per non trovarsi in Roma altri signori che gli Orsini, e anche questi per la maggior parte esser fuori. Pure spera raccoglierne buon numero, soprattutto se il duca di Romagna non andrà in campo; mentre al seguito suo trovansi altri gentiluomini. Sua Santità dice che di preti e gente dotta avrebbe da mandare abbastanza; ma non di persone meglio adatte. Del resto, la comitiva che manderà la Signoria Vostra supplirà per l'uno e per l'altro, tanto più che, a detta di Sua Santità, è consuetudine che la grande comitiva sia mandata dallo sposo, e che la sposa invece non vada che con pochi. Ad ogni modo, a quel che ho presentito, non mancheranno meno di 200 uomini a cavallo. Circa la via, che a Sua Signoria converrà fare, il Papa è ancora dubbioso. Egli vorrebbe che passasse per Bologna; e dice che anche i Fiorentini l'avevano invitata. Comunque Sua Santità non abbia ancora presa una decisione, pure la duchessa affermò si farebbe la via della Marca, e che avendo il tutto comunicato al Papa, questi erasi deliberato appunto in tal senso. Forse egli potrà desiderare ch'essa vada a Bologna attraverso le terre del duca di Romagna.
»Relativamente al desiderio di Vostra Eccellenza, che un cardinale accompagni la duchessa, Sua Santità oppose non sembrarle onesto che un cardinale qualunque si parta da Roma a tale scopo. Ma ha scritto al cardinale di Salerno, legato nella Marca, di pigliare il cammino verso le terre del duca di Romagna e di aspettar lì per far poi compagnia alla duchessa a Ferrara e cantare la Messa sponsalizia. Egli crede che il cardinale non mancherà di farlo, quando il suo stato non sano non glielo impedisca. Ma, ove così fosse, Sua Santità forse provvederebbe con un altro....
»Intendendo in questi ragionamenti Sua Santità, che non avevamo potuto avere udienza dall'illustrissimo duca, se ne mostrò spiacentissimo, e disse che Sua Signoria aveva codesto vizio; e che gli ambasciatori di Rimini erano qui da due mesi, senza aver mai potuto parlare con lui; che era suo solito far del giorno notte e della notte giorno. Questo modo di vivere le rincresceva sino al cuore, e non sa se Sua Signoria riuscirà a conservare il conquistato. In quella vece lodò l'illustrissima duchessa, come donna prudente e facile a prestare udienza, e, ove bisogni, anche a prodigar carezze. Fece altissimi elogii di lei e dell'aver governato il Ducato di Spoleto con la maggior grazia del mondo. Insomma la magnificò moltissimo, e disse che, anche allorchè trattava qualcosa con lui, il Papa, Sua Signoria sapeva molto ben vincere la partita. Credo che Sua Santità parlasse così, più con l'intenzione di dir bene di lei — come mi pare meriti — che per dir male dell'altro; abbenchè il linguaggio suo mostrasse il contrario. E continuamente mi raccomando a Vostra Eccellenza. — Roma, 8 ottobre.»