Contemporaneamente Ercole incaricò gl'inviati di render conto al Papa delle minacce dell'imperatore e di dichiarargli, che quanto a sè teneva fermo agli obblighi assunti; ma che tanto più urgentemente doveva desiderare la spedizione delle Bolle, in quanto ogni ulteriore differimento adduceva pericolo.
Alessandro ne fu fuori di sè dalla rabbia. Caricò di rimproveri gl'inviati, e diede del mercatante al duca stesso. Ercole dichiarò allora al messo dell'imperatore il primo dicembre non poter più oltre differire l'invio del corteo, senza apertamente romperla col Papa. Il giorno medesimo scrisse agli ambasciatori a Roma, dolendosi del titolo di mercatante statogli dal Papa regalato.[159] Tranquillò anche quest'ultimo, assicurandolo aver fissato la partenza del corteo da Ferrara pel 9 o 10 dicembre.[160]
XXI.
In questo mentre si provvedeva al corredo di Lucrezia con profusione degna davvero di una principessa di sangue reale. Il 13 dicembre 1501 l'agente del marchese Gonzaga a Roma scriveva al suo signore: «La dote sarà in tutto di 300,000 ducati, oltre i donativi che di giorno in giorno Madonna riceverà. Primieramente 100,000 ducati contanti; poi argenteria per più di 30,000 ducati, gioielli, panni di raso, biancheria finissima, ornamenti e finimenti di gran prezzo per muli e cavalli; in tutto per altri 160,000 ducati. Ha, fra l'altre, una balzana del valore di oltre 15,000 ducati, e 200 camice, delle quali molte del valore di 100 ducati ciascuna; e ogni manica costa da se sola 30 ducati, con frange d'oro, e simili lavori.» Un altro informava la marchesa Isabella, che una sola veste di Lucrezia valeva 20,000 ducati, e un solo cappello più di 10,000. «S'è qui — così quell'agente di Mantova continuava — e a Napoli lavorato e venduto più oro tirato in sei mesi che non in due anni passati. In terzo luogo, gli altri 100,000 ducati sono valuta de' castelli (Cento e Pieve) ed esonerazione di Ferrara dal censo. Il numero de' cavalli e delle persone che il Papa dà per compagnia della figliuola, toccherà il migliaio, e 200 carriaggi, oltre forse qualche carretta francese, se il tempo lo permetterà; senza contare poi tutta la compagnia che viene a levarla.»[161]
Finalmente il duca si decise a spedirlo codesto seguito, comunque le Bolle non fossero ancora in pronto. All'unione oramai inevitabile di suo figlio con Lucrezia volendo dare il massimo splendore possibile, mandò per prender colei una cavalcata di oltre 500 persone. Duce era il cardinale Ippolito, accompagnato da altri cinque membri della Casa ducale, i fratelli Don Ferrante e Don Sigismondo, poi Niccolò Maria d'Este vescovo di Adria, Meliaduse d'Este vescovo di Comacchio e Don Ercole, un nipote del duca. Amici e parenti di gran riguardo, ovvero feudatarii di Ferrara componevano il seguito, i signori di Correggio e Mirandola, i conti Rangoni di Modena, uno de' Pii di Carpi, i conti Bevilacqua, Roverella, Sagrato, Strozzi di Ferrara, Annibale Bentivoglio di Bologna, ed altri molti.
Tutti codesti signori, vestiti di abiti ricchissimi, con grosse catene d'oro al collo, sopra superbi cavalli, uscirono da Ferrara il 9 dicembre, preceduti da una fanfara di 13 trombetti e 8 pifferi. E così, con alla testa un cardinale, desioso di vita e di spasso, la brigata traversò con gran rumore le terre d'Italia. Chi oggi potesse imbattersi in essa, la crederebbe una truppa di cavalieri artisti in viaggio. Gli allegri viaggiatori non pagaron mai scotto. Nel territorio del Ducato vissero a spese del duca, ch'è dire, de' sudditi suoi. Nel territorio di altri signori trovarono pari accoglienza. E appena messo piede sullo Stato della Chiesa, i luoghi, per dove passarono, dovettero pensare al loro mantenimento.
Malgrado di tutto il lusso della Rinascenza, il viaggiare era allora una grande pena. Per ogni dove si viaggiava in Europa allora come oggi in Oriente. Grandi signori e dame, che oggidì scorrono in fuga terre e paesi sulle strade ferrate entro carrozze comode come sale, e che perciò stesso sono sì frequentemente in moto, nel secolo XVI non avrebbero potuto andar che passo passo e a cavallo o sul mulo o alternativamente in lettiga, esposti a tutte le perfidie de' tempi, de' venti, delle orride strade. Per percorrere la distanza da Ferrara a Roma, al che bastano oggi 14 ore, occorsero alla cavalcata 13 giorni interi.
Finalmente il 22 dicembre arrivò a Monterosi, misero castello a 15 miglia da Roma, in istato deplorevole; tutti bagnati dalle piogge iemali, tutti inzaccherati di mota; uomini e cavalli stracchi e disfatti come dagli strapazzi di una campagna. Di colà il cardinale spedì a Roma un messaggiero con un trombetto a prendere gli ordini del Papa. Fu risposto che facessero l'entrata per Porta del Popolo.
Questo ingresso de' Ferraresi in Roma è il più splendido spettacolo durante il regno di Alessandro VI. La cavalcata era in generale la pompa più spettacolosa e più in pregio nel Medio Evo. Stato, Chiesa, società esprimevano lo splendore e l'importanza loro con siffatto genere di apparati, quasi pubblici trionfi. Il cavallo era ancora simbolo ed istrumento di gran parte della forza come della magnificenza mondana. Il significato suo nella civiltà è venuto meno con la cavalleria. D'allora in poi in tutta Europa la cavalcata non fu più in uso. Dove ancora ne appariscono i residui, come nel seguito principesco nelle riviste militari, ovvero ne' cortei di corporazioni, l'effetto si perde sotto la monotonia o la scipitezza delle divise di gala. Quanto il senso delle forme e delle feste sia mutato negli uomini, specie in Italia, patria della cavalcata, si potè vedere in Roma il 2 luglio 1871, quando Vittorio Emanuele fece ingresso nella sua nuova capitale. Se momento siffatto, uno dei più importanti in tutta la storia d'Italia, fosse caduto nell'epoca della Rinascenza, certo si sarebbe vista una delle più grandiose e trionfali cavalcate. Invece l'ingresso in Roma del primo Re dell'Italia unificata sembrò come l'entrata di carrozze impolverate, che menassero viaggiatori, il Re e la Corte sua, dalla strada ferrata alla loro dimora. In questa semplicità borghese era certamente maggior grandezza morale che nella pompa clamorosa di un trionfo cesareo. Pure noi non parliamo qui dell'intimo valore delle solennità pubbliche; ma solo della diversità de' tempi rispetto alle feste, ai modi e ai bisogni delle stesse. L'estinguersi di quel sentimento grandioso della festa, quale la Rinascenza lo aveva suscitato, sarebbe sicuramente da considerare come un impoverimento. Il bisogno suo ancora oggidì torna spesso a rinverdire. E gli spettacoli più belli, visti ai tempi nostri in Europa, sono stati quelli delle schiere tedesche di ritorno dalla Francia in patria. Erano, è vero, feste militari; se non che e la sontuosità, onde le città s'erano parate, e la gioiosa partecipazione di tutti gli ordini della cittadinanza, tolsero loro quel carattere esclusivo.
Alessandro VI avrebbe proprio scapitato in reputazione, ove in congiuntura così solenne per la sua famiglia non avesse dato segno di magnificenza innanzi al popolo con un sontuoso spettacolo. Per questo Adriano VI più tardi divenne la favola de' Romani. Egli nè comprendeva nè aveva in onore queste necessità proprie alla Rinascenza.