Il 23 dicembre, verso le 10 ore del mattino, i Ferraresi arrivarono a Ponte Molle. In una villa trovarono una colezione apparecchiata. La contrada allora non aveva apparenza essenzialmente diversa da quella d'oggi. Casini e case coloniche sulle pendici di Monte Mario con in cima la Villa de' Mellini; e così pure sulle colline costellanti la via Flaminia. Il Ponte sul Tevere era stato riedificato da Niccolò V, e munito anche di torre; la quale Callisto III fece terminare. Da Ponte Molle a Porta del Popolo si stendeva, come oggi, lungo la via, uno squallido sobborgo.
Al Ponte sul Tevere la cavalcata ricevette il saluto del Senatore di Roma, del Governatore della città, e del Barigello o capitano di polizia. Questi signori erano iti con 2000 uomini a piedi e a cavallo. A mezzo trar di arco dalla Porta s'incontrò il seguito di Cesare. Innanzi 6 paggi; poi 100 gentiluomini a cavallo; quindi 200 Svizzeri a piedi, vestiti di velluto nero e panno giallo, divisa del Papa, con berretti a pennacchio e armati di alabarde. Dopo, a cavallo, il duca di Romagna, insieme con l'ambasciatore di Francia. Indossava un vestito alla francese con cintola di panno d'oro. Il saluto ebbe luogo al suono delle musiche. Tutti i signori smontarono di cavallo. Cesare abbracciò il cardinale Ippolito, e quindi, cavalcando a lato di lui, volse alla Porta.
Se egli aveva un seguito di 4000 uomini e i magistrati della città uno di 2000, e se si calcola anche la folla degli spettatori, non si comprende davvero come sì enorme moltitudine abbia potuto dispiegarsi davanti Porta del Popolo. Ma non dovevano allora esservi case, e la pianura, occupata oggi dalla Villa Borghese, dev'essere stata pressochè libera.
Alla Porta il corteo fu salutato da 19 cardinali, ciascuno con un seguito di 200 persone. Il ricevimento qui, sotto un diluvio di declamazioni, durò non meno di due ore; sicchè si fece sera. Finalmente tutta questa cavalcata di parecchie migliaia, al suono di trombe, pifferi e corni, mosse lungo il Corso, per Campo di Fiore, verso il Vaticano, salutata da' cannoni di Castel Sant'Angelo.
Alessandro stava ad una finestra del palazzo a vedere quel corteggio, che veniva a porre in atto il più audace desiderio della casa sua. Quando poi i camerieri alla scala del palazzo ricevettero i Ferraresi e gl'introdussero presso di lui, egli andò loro incontro con 12 cardinali. Quelli gli baciavano i piedi, ed ei gli sollevava ed abbracciava. Si restò un pezzo in gioviali discorsi; quindi Cesare condusse dalla sorella i principi di Ferrara.
Lucrezia si fece sino alla scala di casa, al braccio di attempato cavaliere, vestito di velluto nero, con catena d'oro al collo. Secondo il cerimoniale prestabilito, non baciò i cognati: inclinò soltanto il viso a' visi, questa essendo la forma francese. Essa portava abito di drappo bianco tessuto in oro, e bernia foderata di zibellino; le maniche, di candido broccato in oro, strette con tagli trasversali alla foggia spagnuola; per acconciatura al capo una cuffia di velo verde, listata intorno d'oro battuto e orlata di perline; al collo un vezzo di grosse perle con un balaustro non legato. Furono serviti rinfreschi, e Lucrezia dispensò piccoli regali, lavori di gioiellieri romani. I principi col seguito loro se n'andarono molto contenti. «Questo so io di certo — così scriveva El Prete, — che al nostro cardinale Ippolito scintillavano gli occhi: ella è dama seducente e veramente graziosa.»
Anche il cardinale scrisse la sera stessa alla sorella Isabella di Mantova, per chetarne la curiosità, circa l'abbigliamento di Lucrezia. Le vestimenta erano allora l'oggetto più importante, soprattutto in una corte. E mai non vi fu tempo, come nella Rinascenza, in cui il costume delle donne fosse più ricco e più nobile insieme. Sembra che la marchesa abbia espressamente mandato a Roma un agente per essere informata delle persone e delle feste, con l'obbligo però di prendere a preferenza nota degli abiti. El Prete si trasse d'impegno con tanta scrupolosità, come oggi saprebbe solo un Reporter del Times.[162] Stando alle descrizioni di lui, un pittore avrebbe potuto fare un ritratto di Lucrezia, che di molto si sarebbe approssimato alla verità.
Anche la stessa sera l'ambasciatore di Ferrara fece a donna Lucrezia la sua visita officiale. Comunicò quindi al duca l'impressione che la nuora di lui gli aveva fatta:
«Illustrissimo Signor mio. Questa sera, poichè ebbi cenato, fui in compagnia di messer Gerardo Saraceni presso l'illustrissima Madonna Lucrezia, per visitarla a nome di Vostra Eccellenza e dell'illustrissimo Don Alfonso. In tale occasione venimmo in lungo ragionamento su diverse cose. In verità ella si diede a riconoscere per donna molto prudente e discreta e di buona indole, e di grandissima osservanza verso Vostra Eccellenza e l'illustrissimo Don Alfonso; sicchè si può ben giudicare, che entrambi saranno di lei veramente soddisfatti. Oltrecchè ella ha ottima grazia in ogni cosa, ed è a un tempo modesta, venusta e onesta. Nè poi meno è cattolica, nè mostra meno temere Dio. Domattina si confessa con l'intenzione di comunicarsi il dì della Natività del Signore. La bellezza sua è già per sè soddisfacente; ma la piacevolezza delle maniere e il modo grazioso di porgersi l'aumentano e fanno parer maggiore. In conclusione le sue qualità a me paion tali, che nulla di sinistro si debba o possa sospettar di lei: piuttosto è da presumere, credere e sperarne sempre ottime azioni. Di che m'è parso conveniente, in omaggio alla verità, far con questo scritto testimonianza a Vostra Altezza. Ed ella sia certa che come, in conformità del debito ed ufficio mio, scrivo senza passione il vero; così, per la servitù che mi lega all'Eccellenza Vostra, ciò mi colma di singolare letizia e consolazione. Mi raccomando alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Roma, 23 dicembre 1501, nell'ora sesta della notte. Di Vostra Eccellenza servitore Giovanni Luca.»[163]
La lettera del Pozzi mostra quanto grande fosse ancora all'ultimo istante la sfiducia del duca e del figlio. Abbassarsi sino al punto di mettere confidenzialmente a parte l'inviato in Roma delle loro perplessità d'animo in cose cotanto intime e personali, dovett'essere per entrambi una umiliazione. Ed umiliante fu del pari desiderar da colui un'attestazione delle qualità di una donna destinata ad essere duchessa di Ferrara. Quella sola frase della lettera nella quale il Pozzi non si perita di affermare, che nulla di sinistro s'abbia a sospettar di Lucrezia, getta abbastanza luce sui brutti rumori che sul conto di lei correvano. La testimonianza però fu splendida. Nelle mani di qualunque difensore di Lucrezia essa è tale, che può bensì valere come il più importante dei documenti. E se colei avesse potuto leggerla, forse la vergogna non sarebbe stata impari alla soddisfazione che n'avrebbe provata.