I principi di Ferrara presero stanza in Vaticano; altri signori in Belvedere; i più furono mandati in casa di curiali, con l'obbligo di curarne il mantenimento. I papi riguardavano allora le faccende loro private come affari dello Stato. Per farne le spese, aggravavano la mano, senz'altro, sugl'impiegati di corte; e la turba di questi a volta sua nè viveva nè s'arricchiva che mercè la grazia papale. Nondimeno anche alcuni mercatanti dovettero portare il peso della splendidezza papale. Parecchi impiegati mormoravano per l'ospitamento dovuto ai Ferraresi, i quali eran trattati così male, che il Papa dovette intervenire.[164]

Per la festa di Natale il Papa disse messa in San Pietro; e i principi vi assistettero come ministri. L'ambasciatore descrisse al suo signore l'apparenza magnifica e anche religiosa del Papa, a un di presso come si descriverebbe il presentarsi sulla scena di un istrione famoso.[165]

Per ordine del Papa il carnevale cominciò allora, e ogni giorno avevan luogo feste in Vaticano.

El Prete ci ha lasciato una ingenua descrizione di un trattenimento serale nel palazzo di Lucrezia, che ci ripone vivi dinanzi gl'usi del tempo. «Questa illustrissima Madonna — così scrive — poco si vede, perchè occupata per la partenza. Domenica, giorno di Santo Stefano (26 dicembre), andai la sera anch'io in fretta nella sua stanza. Sua Signoria sedeva appresso al letto; e all'angolo della camera erano una ventina di donne romane, vestite a la romanesca co' tradizionali panni in testa (con quelli drapi in testa); vi eran poi le sue donzelle, dieci di numero. Aprì il ballo un gentiluomo di Valenza con una donzella di nome Nicola. Poscia ballò gentilmente e con grazia singolare Madonna con Don Ferrante. Portava indosso una gammurra di raso nero con liste d'oro e maniche nere; il polsino tutto serrato, il resto tutto di sopra tagliato e la camicia fuori; il petto sino alla gola copriva un velo listato d'oro; un filo di perle al collo; sul capo una cuffia di velo verde con una lenza di piccoli rubini; una sopravveste nera di raso foderato colorita e bella. Le sue donzelle non hanno ancora sfoggiato: se altre non ve ne saranno, le nostre potranno star loro a lato per apparenza e tutto il resto. Due o tre sono graziose. Una valenzana, Catalina, ballò bene; un'altra è seducente. Senza che sel sapesse, io l'ho tolta per mia favorita. Iersera (il 28) il cardinale andò mascherato per la città col duca e Don Ferrante; e poi andammo dalla duchessa, ove si ballò. Da mane a sera non si vede in Roma che cortigiane in maschera. Col suonar delle 24 non possono più lasciarsi veder fuori di casa, perchè si fanno de' brutti giochi.»

Quantunque il matrimonio fosse già stato, mercè procura, concluso in Ferrara, pure Alessandro volle che l'atto fosse ancora una volta stipulato in Roma. E, per schivare una pura ripetizione, lo sposalizio in Ferrara fu celebrato solo con la formola: vis, volo; e lo scambio degli anelli differito.

La sera del 30 dicembre i Ferraresi condussero madonna Lucrezia in Vaticano. La sposa di Alfonso uscì dal suo palazzo con tutta la sua corte e con 50 dame d'onore. Aveva sopravvesta di broccato d'oro alla francese con maniche aperte, che scendevano sino a terra. Di sotto, abito di cremisino foderato d'ermellino. Il lungo strascico portavano damigelle di compagnia. In testa una cuffia di seta e oro, e i capelli fermati da un semplice cordoncino nero. Al collo un vezzo di perle con pendente, composto di uno smeraldo, un rubino e una grossa perla.

Don Ferrante e Don Sigismondo la conducevano per mano. Così il corteggio si pose in cammino. Sulla scala di San Pietro risuonavano musicali accordi. Il Papa stava ad aspettare nella Sala Paolina sul trono, e accanto a lui 13 cardinali e il figlio Cesare. Degli ambasciatori stranieri eran presenti quelli di Francia, di Spagna e Venezia: il tedesco mancava. La cerimonia cominciò con la lettura del mandato di procura del duca di Ferrara. Poscia il vescovo di Andria tenne il discorso d'uso; ma fu d'uopo l'abbreviasse per comando del Papa.[166] Innanzi a costui fu messa una tavola, e vi presero posto Don Ferrante, qual rappresentante di suo fratello, e donna Lucrezia. Ferrante rivolse a questa la domanda, secondo la formola; e, avendo essa risposto affermativamente, le pose al dito l'anello con queste parole: «Questo anello matrimoniale manda a te, illustrissima Donna Lucrezia, l'illustrissimo Don Alfonso per libera determinazione, e io te lo consegno a nome di lui.» E Lucrezia: «Così anch'io per libera determinazione lo accetto.»

Del compimento dell'atto fu fatta fede in un istrumento per man di notaro. Subito dopo il cardinale Ippolito presentò a Lucrezia i gioielli. Il duca, che le faceva un prezioso regalo del valore di 70,000 ducati, annetteva particolare importanza al modo in che avesse ad esser consegnato. Il 21 dicembre aveva scritto al figlio di offrire i gioielli con quelle parole, che gli avrebbe suggerite l'ambasciatore Pozzi; avvertendolo anche che ciò era per misura di precauzione, affinchè, in caso d'infedeltà di madonna Lucrezia ad Alfonso, le gioie non andassero perdute.[167] Sino all'ultimo il duca trattava i Borgia con la sfiducia di uomo, che teme di essere ingannato. Onde il 30 dicembre il Pozzi gli scriveva: «Pel matrimonio è stato stipulato un istrumento, nel quale è detto soltanto che a madonna Lucrezia è fatto presente dell'anello nuziale; senza dir motto di altro regalo. Modo migliore per rispondere alle intenzioni di Vostra Eccellenza non v'era. Non s'è dunque in guisa alcuna parlato di donativo, e su di ciò l'Eccellenza Vostra non nudrirà dubbio di sorta.»

Ippolito si disimpegnò con tanta grazia, che il Papa gli disse: avere egli aumentata la bellezza dell'ornamento. Le gioie erano in un forzierino, che il cardinale pose prima innanzi al Papa e poscia aprì. Un tesoriere ferrarese l'aiutò a tenere i gioielli nella vera luce, sì che ne apparisse tutta la preziosità. Il Papa stesso gli prese in mano e gli mostrò alla figlia. Erano catene, anelli, orecchini e pietre bellamente legate; magnifico, in particolar modo, un monile di perle; e, quanto a perle, Lucrezia sentiva una vera passione. Ippolito presentò pure alla cognata i suoi proprii regali, tra i quali quattro croci finamente lavorate. I cardinali offrirono regali dello stesso genere.

Dopo si fecero tutti alle finestre della sala per vedere i giuochi sulla Piazza di San Pietro: una corsa di cavalli ed una giostra per una nave. Otto nobili difendevano quest'ultima contro altrettanti che l'assalivano. Si combatteva con armi taglienti; e cinque persone n'usciron ferite.