La comitiva si condusse quindi nella camera del Pappagallo. Il Papa prese posto sul trono, alla sua sinistra i cardinali, a destra Ippolito, donna Lucrezia e Cesare. «Egli richiese — così El Prete — il duca di fare una danza con madonna Lucrezia, la qual cosa fece con buona grazia. Sua Santità rise continuamente. Le donzelle ballarono pure molto bene a due a due. La cosa durò più d'un'ora. Quindi si diè principio alle commedie. Se ne cominciò una, ma non fu finita perchè troppo lunga. Ne venne poi un'altra in versi latini, con un pastore e alcuni bambini, che fu molto bella. Il significato non lo compresi. Finite le commedie, andaron via tutti, meno Sua Santità, la sposa e i cognati, che restarono, avendo il Papa dato in tal sera il banchetto nuziale, del quale non posso informare. Si desinò in famiglia.»
Le feste continuarono tutti i giorni, mentre Roma da parte sua era piena delle baldorie carnascialesche. L'ultimo giorno dell'anno il cardinale Sanseverino e Cesare fecero rappresentar commedie. Quella ordinata da Cesare fu un'egloga con attrezzi pastorali. Alcuni pastori magnificarono la giovane coppia, il duca Ercole e il Papa come protettori di Ferrara.[168]
Il primo giorno dell'anno (1502) venne solennizzato con pompa particolare. I Priori di Roma posero in campo un corteo. Tredici carri trionfali, con a capo lo stendardo della città e i magistrati, mossero a suono di musica da Piazza Navona pel Vaticano. Nel primo si vedeva il trionfo di Ercole; ne' seguenti Cesare ed altri eroi romani. Si disposero in ordine innanzi al Vaticano, dalle cui finestre il Papa e gli ospiti suoi si godevano lo spettacolo. Furon declamate poesie in onore degli sposi. La rappresentazione durò quattr'ore.
Quindi seguirono commedie nella camera del Pappagallo, e una splendida Moresca, ballo del tempo, nella Sala dei Papi, parata già da Innocenzo VIII di bellissime coltrine di broccato in oro. Quivi era elevata una scena bassa e stretta, adorna di frasche e illuminata con torce. Gli spettatori presero posto su' banchi o per terra, come a ciascuno meglio aggradiva. Dopo la rappresentazione di un'egloga, un cantambanco, vestito da donna, cominciò a ballar la Moresca. Vi pigliò parte come ballerino anche Cesare, in costume ricchissimo, tanto che, non ostante la maschera, si distingueva di primo tratto. Il ballo era accompagnato dal suono di tamburini. Le trombette ne annunziarono un altro. Apparve un albero, sulla cui cima oscillava un Genio, recitante poesie. Buttò giù nove cordoni di seta, le cui estremità furon prese da nove danzatori. Questi andaron formando intorno all'albero una carola, che il Genio pareva intrecciasse con la sua mano. La Moresca incontrò grandissimo plauso. Da ultimo il Papa desiderò veder ballare anche la figlia. Ed essa ballò con la damigella di compagnia valenzana; e dietro di loro seguivano in coppia gli altri danzatori e le danzatrici.[169]
Commedie e moresche furon dunque la parte essenziale di questa festa. Le poesie dovettero essere composte da Romani, i Porcari, Mellini, Inghirami, Evangelista Maddaleni; e forse anche presero parte essi stessi alla rappresentazione; mentre da lunga pezza non s'era più ai Romani offerta occasione altrettanto solenne per mostrare i progressi loro nell'arte drammatica. Lucrezia ogni giorno dev'essere stata coperta da un diluvio di sonetti ed epitalamii. Reca davvero molta maraviglia, che nulla di tutto ciò siasi conservato, nè che venga nemmeno un poeta romano di quei giorni nominato come autore di qualche commedia.
Il 2 gennaio fu data sulla Piazza di San Pietro una caccia al toro. Questa costumanza tutta spagnuola era stata importata in Italia sin dal XIV secolo; ma non divenne generale che nel seguente. Gli Aragonesi la trapiantarono in Napoli, e i Borgia in Roma, ove sino a' tempi ultimi, in Piazza Navona o al Testaccio, le cacce di tal natura erano frequenti. Cesare faceva volentieri mostra in simili barbari giuochi dell'abilità e della forza sua. In una caccia data nell'anno del Giubileo aveva maravigliato tutta Roma, spiccando con un colpo di sciabola la testa ad un bove.
Il 2 gennaio con nove altri Spagnuoli, che dovevano essere veri mattadori, egli entrò a cavallo nello steccato, ove sul cominciare non furono introdotti che due tori. Contro il più furioso stette egli solo a cavallo e con la lancia. Poscia entrò anche a piedi in compagnia di dieci altri Spagnuoli. Fatta questa mostra eroica, il duca si ritirò, lasciando il carico del rimanente spettacolo ai mattadori. Dieci tori e un bufalo furon morti.
La sera furono recitati i Menemmi di Plauto e altre scene, il cui soggetto fu l'apoteosi di Cesare e di Ercole. Gl'inviati di Ferrara ne diedero una relazione, ch'è una pittura dilettevolissima del tempo:
«Questa notte, nella camera del Papa, è stata recitata la Commedia del Menechino (i Menemmi). Rappresentarono benissimo la persona dello schiavo, del parassita e anche del ruffiano e della moglie di Menechino. Ma i Menechini stessi non dissero con molta grazia. Non portavan maschera e non v'era scenario, la camera non essendo capace abbastanza. In quel luogo, in cui Menechino, per comando del suocero, che crede fosse impazzito, è preso, ed ei grida che gli vien fatta violenza, disse essere maraviglia che così si usasse, mentre Cesare è potente, Giove propizio ed Ercole benevolo.
»Prima della recitazione ebbe luogo altra rappresentazione. Venne fuori un bambino vestito da donna, rappresentante la virtù e un altro rappresentante la fortuna. Disputarono su quale fosse da preferire per grado; ed ecco sopraggiungere la gloria su carro trionfale, avendo il mondo sotto i piedi con le parole scritte: Gloria Domus Borgiae. La gloria, che chiamavasi anche luce, preferì la virtù alla fortuna, dicendo che Cesare ed Ercole appunto con virtù avevan superata la fortuna; e riferì molti nobili fatti dell'illustrissimo duca di Romagna. Quindi comparve Ercole con la pelle del leone e con la clava; e Giunone gli mandò contro la fortuna. Ercole, combattendo con essa, la vinse, prese e legò. Allora Giunone pregò Ercole di volerla liberare; ed egli clemente e magnanimo la concesse a Giunone, a condizione, che nè essa nè quella avessero mai a far cosa alcuna contro la casa di Ercole e di Cesare. Il che fu da quelle promesso, anzi Giunone promise pure di favorire l'unione delle due case.