»Venne poscia Roma su un carro di trionfo. Si dolse che Alessandro, che tiene il luogo di Giove, le facesse la ingiuria di toglierle via l'eccelsa madonna Lucrezia; e la raccomandò grandemente, mostrando come la fosse il rifugio di tutta Roma. Dopo Roma, Ferrara, senza carro di trionfo; e disse che madonna Lucrezia non andava in città indegna e che Roma non la perdeva. Sopraggiunse quindi Mercurio mandato dagli Dei per riconciliare Roma e Ferrara, volere di coloro essendo, che madonna Lucrezia andasse a Ferrara. E fece quindi seder Ferrara al posto d'onore sul carro trionfale.

»Tutte queste cose furon recitate in versi eroici pieni di eloquenza. Il parentado tra Cesare ed Ercole vi fu continuamente celebrato. Si volle anche manifestamente esprimere, che insieme uniti dovessero compiere grandi fatti contro i nemici di Ercole. Che se la realtà potesse corrispondere a tali pronostici, le cose nostre verrebbero a molto buon termine. E così ci raccomandiamo alla grazia di Vostra Eccellenza. Roma, 2 gennaio 1502. — Giovanni Luca e Gerardo Saraceni.»[170]

Arrivò finalmente il giorno della partenza di Lucrezia, il 6 gennaio. Doveva esser quella una comitiva fastosa che la simile non s'era vista mai. Lucrezia doveva percorrere da regina le terre d'Italia. V'era anche un cardinale, che l'accompagnava come legato, Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza. Egli doveva la porpora a Lucrezia ed era il suo più fedel partigiano; antico signore e brava persona della casa Borgia, come il Pozzi scriveva a Ferrara. A madonna furono anche dati per compagnia tre vescovi, di Carniola, di Venosa e di Orte.

Alessandro fece ogni sforzo per persuadere quante donne e uomini nobili romani fu possibile ad unirsi al corteo. Ed ottenne anche questo, che la città di Roma nominasse quattro inviati d'onore, che dovevano assistere anche alle feste in Ferrara: Stefano Del Bufalo, Antonio Paoluzzo, Giacomo Frangipane e Domenico Massimi. Allo scopo stesso la nobiltà romana scelse Francesco Colonna di Palestrina e Giuliano conte di Anguillara. Vi s'aggiunsero anche Ranuccio Farnese di Matelica e Don Giulio Raimondo Borgia, capitano della guardia palatina, nipote del Papa. De' gentiluomini romani di second'ordine ve ne furono otto.

Cesare per conto proprio preparò un seguito di onore di 200 cavalieri, con musica e con buffoni per divertire per via la sorella. Spagnuoli, Francesi, Romani, Italiani di varie provincie composero la schiera. Due di loro vennero più tardi in fama, Ivo d'Allegre e Don Ugo Moncada. Di Romani v'erano il cavaliere Orsini, Piero Santa Croce, Giangiorgio Cesarini, fratello del cardinale Giuliano, ed altri signori degli Alberini, Sanguigni, Crescenzi e Mancini.

Lucrezia prese seco anch'essa una corte officiale di 180 persone. Nella lista, che è giunta sino a noi, sono specialmente indicate le sue dame di compagnia. Prima Angela Borgia, una damigella elegantissima, come la chiama un cronista di Ferrara. La bellezza sua fu già lodata in Roma dal poeta Diomede Guidalotto. E con essa era anche la sorella donna Girolama, moglie del giovane Fabio Orsini. Accompagnavano pure Lucrezia madonna Adriana Ursina, un'altra Adriana, moglie di Don Francesco Colonna, e una dama della casa degli Orsini, della quale non è indicato il nome, nè è ammessibile potesse essere la Giulia Farnese.

Molte vetture, che il Papa aveva fatte costruire in Roma, e 150 muli trasportavano le suppellettili di Lucrezia. Il bagaglio fu in parte avviato innanzi. La duchessa portò via seco tutto quanto il Papa avevale permesso di prendere. Egli non volle nemmeno che ne fosse disteso inventario, come il notaro Beneimbene aveva consigliato. «Perchè io voglio — così diceva agli ambasciatori ferraresi — che la duchessa liberamente disponga delle proprietà sue e le doni cui meglio le aggrada.» Egli aveva anche fatto alla figlia un presente di 9000 ducati per abbigliamento di lei e della sua servitù, e regalatole altresì una bella lettiga alla francese, nella quale avrebbe accanto a lei seduto la duchessa di Urbino, appena scontrata sul cammino.[171]

Mentre Alessandro lodavasi con gli ambasciatori di Ferrara della castità e pudicizia di sua figlia, esprimeva il desiderio che il suocero non la facesse attorniare che da dame e cavalieri per bene. «Ella stessa gli ha detto — così gli ambasciatori scrivevano al loro signore — che non farebbe arrossire mai Sua Santità pel modo suo d'operare; la qual cosa, per quanto possiam giudicare, teniamo per certo. Perchè, quanto più conversiamo con lei e quanto più consideriamo il viver suo, tanto veniamo in miglior opinione della bontà, onestà e discrezione sua, non omettendo che in casa sua non si vive solo cristianamente, ma anche religiosamente.»[172]

Anche il cardinal Ferrari si permise scriver lettera al duca, del quale era stato un tempo servitore. E in tono tutto pieno di unzione esortavalo a trattare amorevolmente la nuora, e levava al cielo le singolari virtù e meriti di costei.[173]

Il 5 gennaio fu pagato a' Ferraresi il saldo della dote in contanti, e gl'inviati avvisarono il duca, che tutto procedeva con ordine; che la nuora portava anche seco tutte le Bolle piene e in ottima forma; e che la comitiva era per porsi in cammino.[174]