È singolare che Don Alfonso non entrasse in Ferrara accanto alla sposa: ma l'etichetta del tempo aveva modi di vedere diversi da' nostri. Lo sposo alle prime file, la sposa al centro, e il suocero in coda: voleva significare che Lucrezia era il personaggio principale della festa. Dietro ad Alfonso seguiva appunto la cavalcata della sposa: prima paggi e ufficiali di corte, poi molti cavalieri spagnuoli; cinque vescovi; quindi gli ambasciatori in ordine ascendente, ultimi i quattro deputati di Roma, sopra bei cavalli, in lunghi mantelli di broccato e neri berretti di velluto in testa. Dopo, sei suonatori di tamburi e due buffoni favoriti di Lucrezia.

Ed eccola lei, la sposa, sfavillante di bellezza e di felicità, sopra bianco destriero coperto di scarlatto; e intorno intorno scudieri. Lucrezia portava gamurra a maniche aperte, di velluto nero, listata finamente d'oro e sbernia di broccato d'oro foderata di ermellino. In testa una rete quasi a forma di velo, scintillante di diamanti e d'oro, senza diadema: regalo del suocero. Al collo un filo di grosse perle e rubini, che una volta era stato della duchessa di Ferrara, come Isabella Gonzaga notava sospirando. La bella chioma fluttuava disciolta giù per le spalle. Cavalcava sotto un baldacchino di porpora, che portavano, alternandosi, i dottori di Ferrara, cioè dire, i membri del collegio di Diritto, Medicina e Matematica.

Per far onore al re di Francia, protettore di Ferrara e de' Borgia, Lucrezia aveva chiamato appresso di sè l'ambasciatore francese Filippo Della Rocca Berti, e fattolo rimanere alla sua sinistra. Sicchè questi le cavalcava a fianco, ma non sotto il baldacchino. Tale distinzione stava a dimostrare come quel potente monarca fosse veramente colui che conduceva questa sposa nel palazzo degli Este.

Dietro di Lucrezia veniva il duca in velluto nero, sopra cavallo morello, coperto del velluto stesso. E alla sua sinistra la duchessa di Urbino, anch'essa in abito di velluto nero.[190]

Seguivan poi nobili e paggi; quindi gli altri principi di casa d'Este: ciascuno a fianco di una delle dame di Lucrezia. Mancava solo il cardinale Ippolito, rimasto a Roma.[191] Delle donne, che avevano accompagnato Lucrezia, tre soltanto erano a cavallo, Jeronima Borgia, la moglie di Fabio Orsini, un'altra Orsini, che non è indicata con maggior distinzione di questo, e madonna Adriana, «vedova e nobile donna e parente del Papa.»[192]

Appresso, quattro carrozze di gala con dame d'onore di Ferrara bellamente ornate, delle quali dodici damigelle deputate alla corte della giovane duchessa. Venivan poscia condotti a mano due muli bianchi e due cavalli bianchi del pari, coperti di velluto e seta e con preziosi ornamenti d'oro. E dietro un treno di 86 muli carichi della guardaroba e de' tesori della sposa. Passando questo lungo seguito in mezzo alla folla accorsa, i buoni Ferraresi dovettero dirsi, che Don Alfonso s'era scelto una ricca sposa. Solo però pochi seppero pensare che tutte quelle balle e quei forzieri e bauli, trascinati a mostra con tanto fastosa iattanza, altro non erano che una prodigalità esercitata a spese de' paesi della Cristianità.

Alla porta di Castel Tedaldo il cavallo di Lucrezia per un colpo di cannone s'impennò, cacciando di sella quella ch'era pure la figura principale dello spettacolo. La sposa fu presto in piedi; il duca la fece montare sopra una mula bianca, e il corteggio tirò via. Vi furono le salutazioni d'uso da archi di trionfo e da tribune, declamazioni e scene mitologiche, delle quali la più notevole fu un seguito di ninfe, che circondavano la loro regina, assisa sur un bove rosso; mentre alcuni satiri saltavano intorno. Il Sannazzaro avrebbe potuto pensare che il motivo di siffatta apoteosi dell'arme de' Borgia stésse nel suo epigramma, col quale aveva deriso la Giulia Farnese, figurandola quale Europa sul toro.

Giunto il corteggio sulla Piazza del Duomo, scesero da due torri due acrobati a rivolger complimenti alla sposa. In quell'epoca al festevole si disposava sempre il grottesco.

Era già sera, quando la cavalcata arrivò sulla Piazza del Duomo, alla residenza del duca. A questo punto fu concessa libertà a tutti i carcerati. I trombetti e pifferi si raccolsero tutti insieme e fecero risuonare alto i loro istrumenti.

È difficile determinare con esattezza ove fosse allora la residenza, in cui si fermò Lucrezia. Gli Este avevano edificato nella città parecchi palazzi che abitavano con vece alterna: Schifanoja, Diamanti, Paradiso, Belvedere, Belfiore e Castel Vecchio. Un cronista della città, tra le abitazioni «che i signori di casa d'Este possedevano,» indicava nell'anno 1494 pel duca il Palazzo del Cortile e poi Castel Vecchio; per Alfonso, Castel Vecchio; pel cardinale Ippolito, il Palazzo della Certosa.[193] Nell'anno 1502 Ercole adunque dimorava in uno de' due palazzi nominati, i quali, del resto, erano congiunti; mentre da Castel Vecchio a Piazza del Duomo era tutta una serie di edifizii, che si terminava col Palazzo della Ragione. Questa specie di congiunzione sussiste ancora, abbenchè tutti gli edifizii siano mutati.