La residenza del duca in quel tempo era rimpetto al Duomo: aveva un'ampia corte con scala di marmo, e di qui il nome di Palazzo del Cortile. Questa è probabilmente la corte stessa chiamata oggi Cortil Ducale. Vi si entrava dalla Piazza del Duomo pel portone, ai lati del quale stanno le due colonne, che un tempo sostenevano le statue di Niccolò III e di Borso. I narratori dell'ingresso di Lucrezia dicono espressamente, ch'essa scese di cavallo alle scale del Cortile di marmo.
Fu quivi ricevuta dalla marchesa Gonzaga con molte dame di alto lignaggio. La giovane moglie di Alfonso, se la commozione del momento glien'avesse lasciato campo, avrebbe potuto osservare sorridendo, come la nobile casa d'Este le avesse schierata davanti per darle il benvenuto tutta un'accolta, brillante veramente, di bastarde. Su quella scala venne difatti salutata da Lucrezia, figliuola naturale di Ercole e moglie di Annibale Bentivoglio, e da tre figliuole naturali di Sigismondo d'Este, Lucrezia contessa di Carrara, Diana contessa Uguzoni, e Bianca Sanseverino.[194]
S'era fatto notte: fiaccole e doppieri illuminavano il palazzo. Fra lo strepito di pifferi e trombette la giovane coppia fu condotta nella Sala di ricevimento, ove sedette in trono. Ebbero luogo le presentazioni d'uso delle persone di corte, e probabilmente un oratore rivolse allora a madonna un discorso d'occasione, pel quale il duca aveva fatto raccogliere notizie sulla casa Borgia. C'è ignoto il nome del fortunato oratore; ma conosciamo invece alcuni poeti, che presentarono alla bella principessa i loro epitalamii. Niccolò Mario Paniciato tutto pieno d'entusiasmo compose una serie di poesie ed epigrammi latini in onore di Lucrezia, di Alfonso e di Ercole, che raccolse sotto il titolo Borgias. Vi sono, fra l'altre, ferventissime felicitazioni per lo sposalizio della giovane coppia; e la bellezza di Lucrezia vi è magnificata più di quella di Elena, perchè accoppiata con pudore incomparabile.[195]
Questo poeta, a quanto pare, non fece imprimere i suoi versi, sicchè n'è rimasto solo il manoscritto nella Biblioteca di Ferrara. Invece la vigilia dell'ingresso lo stampatore Lorenzo tirò un epitalamio composto da un giovane latinista. Era Celio Calcagnini, divenuto più tardi celebre anche come matematico, favorito del cardinale Ippolito e amico pure del grande Erasmo. Semplicissima è la favola della poesia. Venere abbandona Roma e accompagna Lucrezia; Mnemosine ingiunge alle figliuole, le Muse, di magnificare la nobile principessa, il che esse fanno, del resto, con grande esuberanza. Non son dimenticati i principi della casa. Euterpe canta la lode di Ercole, Tersicore encomia Alfonso, e Calliope porta a cielo il trionfo di Cesare in Romagna.[196]
Fra i poeti di Ferrara, che recarono omaggi, apparve anche in quest'occasione un altro, che sin d'allora dava già molto a sperare del genio suo, Lodovico Ariosto, allora di 27 anni, già conosciuto alla corte di Ferrara e ne' circoli de' dotti italiani come latinista e commediografo. Anch'egli scrisse e presentò a Lucrezia un epitalamio. È semplice e grazioso, senza pedanteria mitologica, ma non notevole per invenzione. Il Poeta celebra la fortuna della città di Ferrara, che omai tutti gli stranieri invidieranno pel possesso di un gioiello incomparabile; mentre Roma, per la perdita di Lucrezia, è fatta povera e caduta ancora una volta in rovina.[197] Egli esalta la giovane principessa come pulcherrima virgo, e sin d'ora allude a Lucrezia antica.
Finite le cerimonie del ricevimento, il duca condusse la nuora nell'appartamento per lei preparato. Ella poteva starsi più che contenta dell'accoglimento trovato in casa d'Este. Anche l'impressione dalla sua persona prodotta fu la più favorevole. Il cronista Bernardino Zambotto scriveva in proposito: «La sposa è di età di 24 anni (e in ciò s'ingannava), bellissima di faccia, occhi vaghi e allegri, dritta di persona e di statura, accorta, prudentissima, sapientissima e allegra, piacevole ed umanissima. Tanto piacque a questo popolo, che tutti ne hanno preso consolazione grandissima, sperando aiuto e buon governo da Sua Signoria; e ne pigliano gran contento, sperando questa città doverne conseguire molti benefizii, massime per l'autorità del Papa, il quale ama sommamente sua figlia, come lo ha dimostrato con la dote data e con le castella concesse a Don Alfonso.»[198]
La grazia di Lucrezia dev'essere stata allora proprio affascinante. Lo mostra il medaglione che abbiam di lei; e, del resto, i testimoni oculari lo dicono tutti. Il Cagnolo di Parma scriveva: «È di mediocre statura; gracile d'aspetto; di faccia alquanto lunga; il naso ha profilato e bello; aurei i capelli, gli occhi bianchi, la bocca alquanto grande; candidissimi i denti; la gola schietta e bianca, ornata con decente valore. In tutto l'esser suo continuamente allegra e ridente.»[199]
Bianco chiama il Cagnolo il colore degli occhi di Lucrezia. Vuol dire che lo smalto bianco nell'occhio deve aver fatto in lui maggiore impressione del colore dell'iride; e questo avrebbe, senza dubbio, chiamato nero o cilestre, se fosse stato decisamente l'uno o l'altro. Il fiorentino Firenzuola nel suo Trattato Della perfetta bellezza di una donna vuole biondo il capello, gli occhi bianchi con pupilla non interamente nera, abbenchè sia amata da Greci e Italiani. Il miglior colore degli occhi è, com'egli dice, tanè.[200] A Lucrezia, tutta spirante grazia, col viso giocondo e con l'aurea chioma, doveva adattarsi un occhio di colore indeterminato, che a noi piace immaginar di un grigio chiaro anzichè bruno. Appunto questa indeterminatezza dell'iride spiega come anche i poeti di Ferrara, che cantarono allora il magico potere dell'occhio della bella duchessa, tacessero del colore.
Non già la forma eletta nè la bellezza classica, ma una grazia indescrivibile, cui s'aggiungeva alcunchè di misterioso e di strano, era la forza, mercè la quale quella donna singolare affascinava tutti gli uomini. Venustà e mansuetudine nell'aspetto, giovialità ed amorevolezza nel parlare sono qualità che in lei celebrarono tutti i contemporanei.[201] Raffigurando questo aspetto animato di tinte così graziose e tutto pieno di spirito, con quei grandi occhi penetranti, con quelle ciocche di aurei fluttuanti capelli, si ha dinanzi una bellezza romantica, quale forse lo Shakespeare deve aver pensato l'Imogene.