Le feste nuziali in Ferrara si protrassero per sei giorni, durante il carnevale. Quanto a contenuto spirituale, le feste officiali all'epoca della Rinascenza non erano gran fatto più significative di quelle analoghe proprie a' tempi nostri. Pure, il sontuoso costume, un certo senso ideale della bellezza e l'etichetta più raffinata davano ad ogni modo alle feste di quel tempo, in cui veniva alla luce il Cortegiano del Castiglione, un carattere più elevato.

Rispetto a certe rappresentazioni, il secolo XVI rimaneva indietro al nostro: teatro, fuochi d'artificio, concerti musicali. Le illuminazioni non erano ignote; e si facevano danze a cavallo a luce di fiaccole, e si tiravan pure razzi. Ma una festa notturna in un giardino illuminato, quale ai giorni nostri fu data dall'Imperatore d'Austria allo Schah di Persia nel Castello di Schönbrunn, sarebbe stata impossibile in quel tempo. Vale lo stesso per le produzioni musicali, soprattutto pe' concerti a grande orchestra, affatto sconosciuti allora. Certamente quella società avrebbe avuto in orrore la musica chiassosa de' tempi nostri; e lo strepito dei tamburi, che lacera gli orecchi, sarebbe sembrato all'italiano della Rinascenza così barbaro, come le parate militari, che tuttora oggi sono lo spettacolo prediletto nelle grandi Corti di Europa per fare onore o intimidire ospiti augusti. Similmente nelle Corti italiane d'allora i tornei erano rari: alcuna volta avevano luogo duelli, ne' quali l'abilità del combattente aveva campo di farsi ammirare.

Il duca, dopo lungo e maturo esame, aveva fissato il programma delle feste con i suoi mastri di cerimonie. In sostanza dovevano comprendere, come più o meno in congiunture simili a' giorni nostri, tre distrazioni principali: banchetti, balli e rappresentazioni teatrali. E proprio dall'ultima parte del programma Ercole s'imprometteva l'effetto più grandioso e fama veramente onorevole presso tutto il mondo colto ed elegante.

Era egli uno de' più passionati fondatori del teatro nella Rinascenza. Già parecchi anni innanzi aveva fatto da poeti presso la corte sua tradurre in terza rima e rappresentare commedie di Plauto e Terenzio. Avevano a tal uopo lavorato per lui il Guarino, il Berardo, il Collenuccio, il Bojardo stesso. Sin dal 1486 i Menemmi, la commedia prediletta di Plauto, erano stati rappresentati a Ferrara, vólti in italiano. Nel febbraio 1491, quando Ercole solennizzò le splendide feste per lo sposalizio di suo figlio Alfonso con Anna Sforza, furono rappresentati di nuovo; e il giorno dopo fu data una commedia di Terenzio e l'Anfitrione, accomodato per la scena dal Collenuccio.[202]

Vero è che mancava ancora in Ferrara un teatro stabile; ma ve n'era uno provvisorio, che bastava alla rappresentazione delle commedie, la quale, per altro, tranne congiunture eccezionali, non aveva luogo che nel carnevale soltanto. Ercole aveva a quest'oggetto disposta una sala nel Palazzo del Podestà, grande edifizio di architettura gotica, dirimpetto ad uno de' lati del Duomo, ed oggi tuttora esistente, chiamato Palazzo della Ragione. La sala era, mercè un andito, in comunicazione con la residenza stessa.

L'elevata scena, detta allora Tribunale, aveva un 40 braccia in lunghezza e 50 in larghezza. V'erano case di legno dipinto e tutto l'occorrente ad uno scenario, rocce, alberi, e simili. Di contro agli spettatori la scena era chiusa da una parete di legno ornata di merli a guisa di muro. Nel mezzo del proscenio era l'orchestra, e ivi sedevano pure tutti gl'illustrissimi principi e ambasciatori. La grandissima sala, che serviva per gli spettatori, conteneva tredici file di sedie, fornite di cuscini, divise in modo che le donne rimanevan nel mezzo e gli uomini dai due lati. Tutta la sala era capace di un 3000 persone.

Ercole stesso, standosene forse ai suggerimenti dello Strozzi, dell'Ariosto, del Calcagnini e di altri umanisti di Ferrara, avrà disposto il teatro. Quelli e altri accademici vi rappresentavano forse alcune parti; ma il duca avrà chiamato attori anche da altri paesi, da Mantova, Siena e Roma. Difatto, tra uomini e donne, non eran meno di 110 personaggi. Egli fece pure allestire una nuova guardaroba. L'espettazione per simile produzione in così solenne occasione doveva esser grandissima.

Le feste cominciarono il 3 febbraio, e presto fu notato che la bellezza delle tre donne eminenti, Lucrezia, Isabella e la duchessa d'Urbino, dava alle stesse luce e decoro. Eran esse nel numero delle più belle dame del tempo loro; e gl'intendenti potevan forse dubitare quale, d'Isabella o Lucrezia, fosse più degna del pomo di Paride. La nobile marchesa di Mantova era, certamente, di sei anni più anziana della cognata; pure era una perfetta figura di donna. Con femminile gelosia ella osservava la persona di Lucrezia. Nelle lettere, che giornalmente scriveva al marito in Mantova, descriveva con ogni minutezza i vestiti della rivale; ma non una parola delle attrattive di lei. «Della figura di madonna Lucrezia — scriveva così sin dal primo febbraio — mi taccio, poichè so che Vostra Eccellenza la conosce di vista.» In altra lettera del 3 febbraio dava, tutta piena di sè, ad intendere al marito, che, quanto alla persona e al seguito suo, sperava poter sostenere il paragone con le altre, e forse anche ottenere la palma. Con un giudizio identico una sua dama di compagnia, la marchesana di Cotrone, cercava confortare il marito di lei, il marchese di Mantova, scrivendogli: «La sposa non ha nulla di singolare, quanto a bellezza; ma ha dolce ciera. E malgrado delle sue molte dame, e dell'illustrissima madonna di Urbino, ch'è bella assai, e mostra in verità di essere degna sorella di Vostra Eccellenza, nondimeno, alla mia illustrissima signora Isabella, nel parere de' nostri e di quanti son qui venuti con questa duchessa di Ferrara, spetta il vanto di essere la più bella. E ciò è fuori di dubbio; mentre accanto alla Signoria Sua tutte le altre erano un nulla. Epperò a tal riguardo noi porteremo il palio nella casa della mia padrona.»[203]

La prima sera delle feste fu dato un ballo nella sala grande della residenza. Il concorso fu tanto, che lo spazio non bastò. Lucrezia, sotto un baldacchino d'oro sontuosissimo, sedeva sur una tribuna, ove presero posto anche le principesse di Mantova e di Urbino e altre donne illustri, e da ultimo gli ambasciatori. Era quindi concesso, nonostante la folla, ammirare la raggiante bellezza di quelle donne, e gli abiti ricchi e le gioie preziose. Un ballo nella Rinascenza non aveva le forme rigide della moda odierna: era un diletto più naturale ed insieme più semplice: spesso ballavan donne con donne, e si ballava anche soli. Quanto a' modi di ballare, predominavano già i Francesi; mentre in quel tempo la Francia cominciava già a dettare le sue mode agli altri popoli. Nondimeno v'erano pure danze spagnuole e italiane. Lucrezia era una danzatrice seducente; e volentieri faceva mostra dell'arte e della grazia sua. Essa scese dalla tribuna e ballò più volte balli spagnuoli e romaneschi al suon di tamburini.[204]

Dopo il ballo ebbe luogo la rappresentazione drammatica con tanta impazienza attesa. Il duca fece prima venire innanzi tutti gli attori in maschera e vestiario da scena per passarli a rassegna. Il drammaturgo o direttore della compagnia si presentò sotto la figura di Plauto; ed espose brevemente il programma teatrale, cioè dire, l'argomento di tutte le opere da darsi nelle cinque sere. La scelta di commedie di autori drammatici viventi non offrì al duca nel 1502 difficoltà di sorta, essendovene poche davvero. La Calandra del Dovizi, che pochi anni dopo ebbe tanto successo, non era scritta ancora. È vero che l'Ariosto aveva già composto la Cassaria e i Suppositi. Pure il nome suo non era allora grande tanto, che gli toccasse l'onore di vederli rappresentati in quella ricorrenza.[205] Di più il duca voleva una produzione assolutamente classica: il mondo doveva parlarne; ed in effetto l'esecuzione teatrale fu quale sin allora non era stata vista mai in Italia. Noi ne abbiamo particolareggiate descrizioni, le quali non sono state per anco messe a profitto per la storia del teatro. In modo più preciso delle posteriori relazioni intorno al Teatro Vaticano, sotto Leone X, esse mostrano la natura delle rappresentazioni drammatiche nella Rinascenza, e sono pertanto una classica dipintura del tempo.