Chi sappia immaginare, stando alle relazioni del Cagnolo, dello Zambotto e d'Isabella, tutto quello splendido pubblico di ospiti nuziali, seduto ne' più ricchi abiti su quelle file di panche, vede innanzi a sè uno de' più belli e più solenni convegni della Rinascenza. Tutto quello spettacolo così svariato di forme, tanto ricco di colori, accoppiati con quella scena anticheggiante e con quel che vi era rappresentato, le commedie plautine, e, incastrate negl'intermezzi, le pantomime e le moresche, di carattere queste mitologico, puramente fantastico e burlesco sino all'oscenità; è cosa tanto romantica, che ci fa credere trasportati nel Sogno d'una notte d'estate dello Shakespeare. E il duca Ercole di Ferrara scambiamo con Teseo, il duca d'Atene, innanzi al quale e alle coppie di sposi felici vengono date commedie e balli.

Secondo il programma, dal 3 agli 8 febbraio, eccetto una sera, dovevansi l'una dopo l'altra recitare cinque commedie di Plauto. Negl'intermezzi dovevano aver luogo azioni musicali e moresche. La moresca era ciò che oggi chiamiamo il ballo, la pantomima intrecciata con la danza. L'origine sua risale all'antichità; e l'uso di essa si lascia già scoprire nel più oscuro Medio Evo. Primitivamente era una danza pirrica in vestiario scenico; e, come tale, si mantenne sino a' tempi nostri. Ricordo averla vista ancora nel 1852 ballare pubblicamente nel Porto di Genova. Tolse il nome, a mio credere, da questo, che in tutti i paesi latini, che ebbero a subire l'invasione de' Saraceni, la danza pirrica voleva quasi rappresentare una pugna tra Cristiani e Mori, e, per ragione di contrapposto, usava far apparire questi ultimi sotto la figura di neri. Poi il concetto di moresca fu esteso ed applicato a significare il ballo in generale. Con accompagnamento di flauti e violini s'eseguivano, ballando, scene d'ogni specie tratte da' miti antichi, dalla vita cavalleresca come dalla comune. Vi erano pure danze di persone mostruosamente fantastiche, di rozzi idioti e villanzoni e contadini, di selvaggi e satiri, ne' quali fioccavan bastonate a tutt'andare, nel più barbaro modo che mai. Sembra che questo ballo romantico abbia proprio in Ferrara servito di spinta allo svolgimento di una particolare coltura. Quella città fu difatti la culla dell'epopea romantica, di Mambriano e di Orlando. Non accade dire che, lo stesso come a' dì nostri, il ballo aveva pel pubblico la massima attrattiva. Ad una commedia plautina invece, che su uomini, che sentono alla moderna, non può avere altro effetto che di un giuoco di burattini, quel pubblico, se era di buona fede, doveva provare noia veramente profonda. E le rappresentazioni duravano 4 a 5 ore, dalle 6 o 7 di sera alla mezzanotte.

La prima sera, poichè il duca ebbe condotto gli ospiti nella sala del teatro, e questi ebbero preso posto, venne prima fuori Plauto avanti alla principesca coppia, e recitò un complimento. Quindi cominciò la rappresentazione dell'Epidico. Terminato il primo atto, e così anche dopo gli altri, seguì il ballo. Con l'Epidico s'innestarono cinque bellissime moresche. Comparvero prima dieci gladiatori; al suon di tamburini fecero una danza pirrica, con celere movimento e con varie armi. Alla seconda presero parte dodici persone in altro vestiario. La terza rappresentava un carro, tirato da un unicorno e guidato da una giovinetta. V'eran sopra alcuni uomini legati a un tronco e, seduti fra cespugli, quattro suonatori di liuto. La donzella sciolse i primi, che, scesi, fecero la moresca; mentre gli altri cantavan bellissime canzoni. Almeno così assicura il Gagnolo; ma la marchesa di Mantova, di gusto così raffinato, stimò invece la musica tanto tetra da non meritar quasi menzione alcuna. Nelle sue notevoli lettere Isabella si mostra critica acuta non solo degli spettacoli teatrali, ma di tutte le feste date in occasione delle nozze. La quarta moresca fu ballata da dieci Mori, con candelotti accesi in bocca. La quinta di nuovo da dieci uomini vestiti in modo fantastico, con piume al capo e aste in mano, in cima delle quali ardeva un gran fuoco. Finito l'Epidico e le moresche, furono anche regalati esercizii ginnastici.

Il 4 febbraio, venerdì, Lucrezia non si lasciò vedere prima del mezzogiorno. Il duca frattanto condusse gli ospiti in giro per la città. S'andò a far visita ad una santa donna, suora Lucia di Viterbo, che Ercole, rigoroso credente, si era tirata a Ferrara come una rarità preziosa. La monaca ogni venerdì rinnovava la Passione; mentre nel corpo suo apparivano le Stimate ne' cinque luoghi, com'ebbe Cristo. E difatti ella donò all'ambasciatore francese alcune pezzuole, che aveva tenuto sopra le Stimate; e monsignor Rocca Berti le tolse con grande devozione. Di lì s'andò a vedere il vecchio castello, ove il duca fece mostra dell'artiglieria ferrarese, materia prediletta degli studii suoi. S'andò poscia ad aspettare madonna Lucrezia, la quale apparve più tardi nella grande sala, accompagnata da tutti gli ambasciatori. Si ballò sino alle 6 di sera; e quindi ebbe luogo la rappresentazione, le Baccadi, che durò cinque ore. Isabella la trovò smisuratamente lunga e noiosa. Vi furono anche balli come nell'Epidico. Persone vestite di panno color di carne tenevano in mano, danzando, torce che ardevano spandendo odorosi effluvii. Altre figure fantastiche eseguirono una lotta danzante con un drago.

Il giorno appresso Lucrezia fu invisibile. Era occupata a lavarsi il capo e a scrivere lettere. Gli ospiti nuziali si contentarono d'andare a zonzo per Ferrara. Non vi fu alcuna festa officiale. L'ambasciatore Francese mandò regali a' principi della casa in nome del re di Francia: al duca uno scudo d'oro smaltato con un San Francesco, lavoro parigino di molto pregio; al principe erede, Alfonso, uno scudo simile con l'immagine di Maria Maddalena, e a proposito di ciò l'ambasciatore faceva notare, che Sua Altezza aveva scelto una sposa pari in virtù e grazia alla Maddalena: quae multum meruit, quia multum credidit. Forse fu questo presente per Alfonso, allusivo alla Maddalena, una pensata ironia da parte del re di Francia. Alfonso ricevette pure una istruzione intorno al modo di fondere i cannoni. Anche Don Ferrante ebbe similmente in dono uno scudo d'oro. Lucrezia ebbe una corona di globi d'oro sottilmente lavorati, e pieni di muschio. Ad Angela, la sua seducente dama di compagnia, toccò una collana d'oro di gran costo.

Il rappresentante di Francia fu trattato con ogni possibile carezza. Il sabato stesso l'invitò a cena la marchesa di Mantova; e a tavola lo fece sedere in mezzo a lei e alla duchessa d'Urbino. «S'intrattennero — così racconta il Gagnolo — in molte parole amorose e atti soavissimi e accostumati. Dopo cena, per compiacere al signor ambasciatore, la marchesa col liuto in mano cantò diverse canzoni con melodia e soavità grandissima. Lo menò poscia secolei in camera, ove quasi per un'ora, in presenza di due donzelle di compagnia, stettero in diversi colloquii secreti. Ella si cavò quindi i guanti e glieli porse in regalo amorosamente e con accomodate parole; e il signor ambasciatore gli accettò con riverenza ed amore, come quelli che derivavano da quella vaghissima fonte. In verità, egli ha riservati i guanti in santuario usque in consumationem saeculi.» Noi vogliamo credere al Gagnolo, e ammettere anche che pel fortunato ambasciatore di Francia codesta reliquia di una bella e florida dama fosse preziosa altrettanto quanto i cenci statigli regalati dalla povera suora Lucia.

La domenica, 6 febbraio, in Duomo vi fu ufficio solenne. Un cameriere papale consegnò a Don Alfonso la berretta e la spada consacrata, mandategli da Alessandro VI. L'arcivescovo, innanzi all'altare, l'una gli pose in testa e gli dètte l'altra in mano. Dopo mezzogiorno i principi d'Este e le principesse presero madonna Lucrezia dal suo appartamento, e la condussero nella sala del festino. Si danzò per due ore. Con una damigella di compagnia Lucrezia fece alcuni balli francesi. La sera fu dato il Miles gloriosus. Una delle moresche in quella rappresentazione dovett'essere davvero una danza mostruosa: dieci pastori cozzavan fra loro, armata la testa di corna di becco.

Il 7 febbraio sulla Piazza del Duomo vi fu torneo a cavallo fra un Bolognese e un Imolese, e si terminò senza sangue. La sera fu data l'Asinaria, con una moresca veramente bizzarra. Apparvero quattordici satiri, fra' quali uno con in mano una testa d'asino inargentata, e dentro un oriuolo a suono. I satiri danzarono su quella melodia; fecero poi una caccia di uccelli d'ogni specie e di bestie feroci. A questa rappresentazione tenne dietro nel secondo intermezzo una produzione di otto cantori, fra i quali una donna di Mantova, che si fece sentire con accompagnamento di tre liuti. Alla fine fu data una moresca rappresentante tutta la serie de' lavori campestri, aratura, seminagione, mietitura e battitura delle biade; e quindi celebrazione delle feste della mèsse. Questo ballo allegro e spigliato, forse il meglio riuscito di tutti, si chiuse con un ballo campestre al suono di zampogne.

L'ultimo dì delle feste, l'8 febbraio, era anche l'ultimo di carnevale. Gl'inviati, che subito dopo volevan partirsi, presentarono donativi alla sposa, parte in belle stoffe, parte in argento lavorato. Il più curioso le venne da' rappresentanti di Venezia. L'eccelsa Repubblica aveva mandato per le feste a Ferrara due nobili uomini, Niccolò Dolfini e Andrea Foscolo, entrambi vestiti con gran lusso a spese dello Stato. Il vestimento allora non era men costoso che bello, e i sarti della Rinascenza non potrebbero che guardare con disdegno quei de' giorni nostri. In quel tempo, quando l'arte era nel massimo fiore, anche i sarti erano veri e proprii artisti. Lavoravano nelle stoffe più preziose, velluto, seta e broccato d'oro; e i colori, l'andatura delle pieghe, e il taglio degli abiti, tutto ciò era fornito da pittori. Il vestito era adunque qualcosa, cui s'annetteva il più alto valore, qual condizione essenziale all'apparenza della bella persona. Tutti i relatori delle feste di Ferrara non tralasciarono mai di notare con ogni particolarità gli abiti, che in ciascuna solennità vestivano Lucrezia e altre dame di alta origine, e descrissero anche quelli degli uomini. Quanto, in punto di vestito, si mettesse importanza sempre e in ogni luogo, lo mostran pure le relazioni che i Veneziani mandarono in patria, e che Marin Sanudo ha inserite nel suo Diario. E ancora meglio lo prova il fatto, che i due ambasciatori di Venezia, prima di muovere per Ferrara, dovettero mostrarsi pubblicamente innanzi al Senato riunito ne' loro abiti nuovi; grandi mantelli in forma di pallii di velluto cremisino foderati di ermellino e con cappucci simili. Più di 4000 persone erano ad ammirarli nella sala del Gran Consiglio, e la Piazza di San Marco era gremita di popolo curioso di vederli quasi bestie rare e maravigliose. I nuovi abiti richiesero l'uno 32 e l'altro 28 braccia di velluto.[206] Appunto questi pallii portarono gl'inviati, qual regalo di nozze, alla duchessa Lucrezia, siccome era stato deciso dalla Signoria di Venezia.[207] Il bizzarro presente fu offerto con forme di pretensione insieme e d'ingenuità. I due nobili signori tennero dapprima un lungo discorso, l'uno in latino, l'altro in italiano; poscia, ritiratisi nell'anticamera e toltesi quivi le superbe vesti, andarono a consegnarle alla sposa. La natura del regalo e la pedanteria degli esibitori furono, del resto, materia di scherno e di riso alla corte di Ferrara.[208]

La sera si ballò l'ultima volta, e s'assistette quindi all'ultima produzione teatrale, la Casina. Prima che questa cominciasse, fu suonata una musica del Rombonzino, e insieme furon cantate barzellette in lode degli sposi. Anche nella Casina furono incastrati parecchi pezzi di musica. Al terzo intermezzo sei violinisti suonarono benissimo, e tra questi si produsse come dilettante anche Don Alfonso. Sembra che specialmente in Ferrara l'arte di suonare il violino avesse toccato un grado di notevole perfezione, perchè, quando Cesare Borgia nel 1498 andò alla Corte di Francia, richiese il duca Ercole di alquanti suonatori per condurli seco in Francia, ove simili artisti eran molto ricercati.[209]