Il ballo consistette in una danza di rozzi uomini, che si contrastavano il possesso di una bella fanciulla, sinchè non apparve il Dio d'amore, accompagnato da musici, che la liberò da quelle strette. Poscia si vide una grandissima palla che si divise in due, e cominciò d risuonare di musicali accordi. Vennero infine dodici Svizzeri con alabarde e con bandiera nazionale ed eseguirono con gran destrezza una danza pirrica.
Se, come il Gagnolo riferisce, le rappresentazioni drammatiche terminarono con questa scena, si sarebbe potuto rimproverare all'ordinatore della festa il poco buon senso, anzi il manco di spirito. Le moresche riunivano in sè il doppio carattere dell'opera e del ballo; ed esse furono le uniche produzioni inventate per queste feste nuziali. Ma se si paragona le feste di Ferrara con quelle date in occasione degli sponsali di Lucrezia al Vaticano, è certo che le prime restano di molto inferiori. Perchè nelle feste di Roma noi vedemmo commedie pastorali con allegorie allusive a Lucrezia, a' principi di Ferrara, a Cesare ed Alessandro. Invece in quelle di Ferrara non l'ombra di scene di tal genere, tutte ingegnose o almeno tenute per tali.
Malgrado al lusso spiegato dal duca, le sue feste ci sembrano monotone e atte a indurre stanchezza; ma, sicuramente, andarono a genio alla maggioranza di quei che v'assistettero. Isabella veramente ne diede giudizio sfavorevole. «In realtà — così scriveva al marito — queste nozze sono molto fredde. A me sembrano mille anni di esser di nuovo a Mantova, per rivedere Vostra Eccellenza e il mio figliuolino, e di allontanarmi di qua, ove non è briciolo di piacere. Vostra Eccellenza dunque non ha da invidiarmi per la presenza a queste nozze, le quali sono riuscite così gelate; che quasi invidio piuttosto lei di essersi rimasto a Mantova.» Questo giudizio della nobile donna fu evidentemente ispirato anche dalla profonda repugnanza sua per l'unione del fratello con Lucrezia. Nondimeno dovette essere anche in parte determinato dal carattere di quelle feste; mentre la marchesa espressamente lamentava la stanchezza e la noia, ond'era oppressa.[210]
Appena finite le feste, anche la marchesa tornò a Mantova. L'ultima lettera sua al marito da Ferrara porta la data del 9 febbraio. Da Mantova poi scrisse il 18 la prima lettera alla cognata Lucrezia:
«Illustrissima Signora. — L'amore che io porto alla Signoria Vostra, e il desiderio di sapere che ella persevera in quella buona salute, come al momento della mia partenza, mi fanno credere che anch'ella sia nell'espettazione stessa rispetto a me. Epperò, nella speranza di farle cosa grata, le significo ch'io sono arrivata sana e salva lunedì in questa città. Vi ho trovato anche in ottima convalescenza il mio Illustrissimo Signor consorte. Resta ch'io intenda parimenti della signoria Vostra lo stesso, acciò possa pigliarne piacere, come di sorella cordialissima. E benchè reputi superfluo offrirle le cose sue, nondimeno una volta per tutte voglio ricordarle, che la può disporre della persona e della facoltà mia non altrimenti che delle sue proprie. Me le raccomando per sempre, e la prego di volermi raccomandare al di lei Illustrissimo Signor consorte, mio fratello onorandissimo.»[211]
Lucrezia rispose il 22:
«Mia Illustrissima Signora Cognata e Sorella onorandissima. — Abbenchè sarebbe stato debito mio il prevenire Vostra Eccellenza nelle prove di amorevolezza, ch'ella s'è degnata usare verso di me, nulladimeno volentieri mi rassegno alla mia negligenza per questo solo, che l'Eccellenza Vostra m'abbia per tal guisa tanto più obbligata al servizio suo. Non potrei giammai esprimerle con quanta consolazione e contentezza abbia inteso il suo prospero arrivo in Mantova e la buona salute dell'illustre suo signor consorte. Possa lo stesso, assieme all'Eccellenza Vostra, come io ne prego Dio, esser preservato in prosperità e aumento di buono e felice stato secondo il desiderio loro. E per ubbidire, come desidero e debbo, al comando dell'Eccellenza Vostra, le significo che anch'io per grazia di Dio mi trovo bene e sempre pronta a far cosa che le sia grata. — Ferrara, 22 febbraio 1502. Devota Sorella, che desidera servirla, Lucrezia Estensis de Borgia.»[212]
Con questa lettera officialmente cortese cominciò il carteggio fra le due celebri donne, continuato per lo spazio di 17 anni. Ciò prova che la marchesa, sul principio ostile, divenne più tardi sincera amica della cognata.
Il duca di Ferrara fu di tutto cuore contento, quando gli ospiti presero finalmente la via d'andarsene. Solo madonna Adriana, Jeronima e quella Orsini innominata non diedero segno di voler tornare a Roma. Alessandro le aveva incaricate di rimaner colà, sino a che non giungesse la moglie di Cesare. Dovevano andare incontro a costei sino in Lombardia, e poscia accompagnarla a Roma. Se non che la duchessa di Romagna, malgrado delle premurose sollecitazioni del nunzio, non aveva voluto abbandonar la Francia. Suo fratello soltanto, il cardinale d'Albret, era giunto in Ferrara il 6 febbraio; ma ben presto continuò la strada per Roma.
Adriana, come prossima parente del Papa e di Lucrezia, era stata alla corte di Ferrara trattata assai onorevolmente, ed era anche entrata in relazione molto intima con la marchesa Isabella. Fa prova di ciò una lettera di quest'ultima, diretta ad Adriana, lo stesso giorno 18 febbraio, nel quale scrisse a Lucrezia. Vi si parla di una persona statale raccomandata in Ferrara da Adriana in proprio nome e anche a nome di madonna Giulia; donde risulta che quella innominata Orsini non era la Giulia Farnese.[213]