Ercole desiderava ardentemente la partenza di quelle donne.

In una lettera del 14 febbraio al suo ambasciatore Costabili in Roma lagnavasi con certa vivacità della inutile dimora delle stesse alla corte sua. «Noi vi diciamo — così scrivevagli — che la presenza delle nominate madonne fa sì che gran numero di altre persone, uomini e donne, rimangano similmente qui, aspettando la partenza di quelle; il che è peso grande ed insopportabile dispendio. Perchè se si conta tutt'insieme il numero delle persone del seguito di queste donne e di altre, restano ancora qui quasi 450 uomini e 350 cavalli.» Ciò egli, l'ambasciatore, potere rappresentare al Papa, ed i viveri esser consumati, e la duchessa di Romagna non esser per venire per Pasqua; e quanto a lui non poter più fare le spese, avendo già per le feste delle nozze erogato più di 25,000 ducati. Il Papa poteva quindi richiamare quelle donne. In un poscritto aggiungeva: «Io ho licenziati i gentiluomini dell'Illustrissimo Signor Duca di Romagna, dappoi che sono stati qui dodici giorni, perchè era gente impertinente, e la presenza loro era senza alcun frutto per Sua Santità e pel Duca di Romagna.»[214]

Finalmente le importune donne partirono; ma, a quel che pare, più tardi che ad Ercole non piacesse. V'è difatti un dispaccio dell'inviato Gerardo Saraceni da Roma del 4 maggio, col quale informa il duca, che monsignor di Venosa e madonna Adriana, ritornati da Ferrara, avevano espresso al Papa la loro gratitudine per l'amorevole accoglienza colà trovata.

Lo stesso giorno 14 febbraio Ercole scrisse una lettera al Papa, il cui tenore, tolte alcune frasi, non aveva nulla di simulato:

«Santissimo Padre e Signore. — Prima che l'illustrissima duchessa, nostra figliuola comune, giungesse qua, era mia ferma intenzione, come si conveniva, di accoglierla con benevolenza e con onore, e in alcuna cosa non mancare che tenesse a mostrarle particolare affetto. Ora, da che Sua Signoria è arrivata, mi ha talmente soddisfatto per le virtù e degne qualità trovate in essa, che non solo mi son raffermato in quella mia buona disposizione, ma altresì il desiderio e l'animo di far così è in me grandemente cresciuto, tanto più che veggo la Santità Vostra per un Breve di sua mano farmene amorevolmente ricordo. Stia adunque Vostra Santità di buon animo; mentre io userò verso la duchessa in tali termini, che la Beatitudine Vostra abbia a riconoscere come io la tenga per la più cara cosa che abbia al mondo.»[215]

IV.

Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta entrare in quella casa famosa, della quale ella stessa ora doveva rendersi degna.

La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua posizione geografica.

Ecco in breve la storia degli Este:

I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto, che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande. È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II, vien ne' documenti nominato Marchio de Longobardia. Egli dominava da Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo. Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel 1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò la linea de' Guelfi.