Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore. Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo, ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliare il capo all'infelice suo figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al marito.
Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de' quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro maestro.
La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara. Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona. Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza, e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale, pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso. Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia poetica è indipendente dai luoghi.
Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia, oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questa fortezza era posta sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece edificare la nuova grande fortezza.
Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne, e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due vecchie torri, una delle quali chiamavasi Rigobello. Di fronte poi alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio. Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.
Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno 1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro del Corpus Domini e la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.
Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un nuovo quartiere, l'Addizione Erculea. Questa è pur oggi la parte più splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà vi fece elevar palazzi. La si chiama oggi Piazza Ariostea, avendo nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo. L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796, e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione assistette il generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone. E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835 Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un poema immortale.
Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii, i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i Muzzarelli e i Pendaglia.
L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe, coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel movimento letterario di Ferrara.
L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna, tra le più celebri d'Italia. Era stata aperta nel 1391 dal marchese Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo, faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con altrettanta attività e fervore.